L'oscurità del salone del casale d'Orvieto venne spazzata via dai fari ad alta intensità che i mercenari di Victor posizionarono sugli angoli della stanza. L'atmosfera divenne calda, soffocante e spettrale. I punti rossi dei puntatori laser danzavano continuamente sui nostri corpi, tracciando bersagli mortali sul petto di Chiara e sul mio grembiule strappato.
Victor avanzò con passo misurato, godendosi ogni singolo secondo di quella vittoria apparente. Si fermò davanti al Commissario De Santis, legato e sanguinante sulla sedia, e gli sferrò un calcio violentissimo nello stomaco. De Santis si piegò in due cacciando un gemito di dolore soffocato.
"I vecchi poliziotti romantici sono sempre stati il mio punto debole," sghignazzò Victor, riassestandosi il lembo della giacca scura. "Pensava davvero di poter usare una linea crittografata della DIA senza che le mie talpe al ministero dell'Interno se ne accorgessero in tre secondi? Siete meravigliosamente ingenui."
Victor si voltò verso di me, fissandomi con i suoi occhi piccoli e senz'anima.
"Ora, Teresa," disse allungando la mano sinistra aperta. "Niente più giochi. Niente più fumogeni o spallate disperate. Dammi il microchip SD e le chiavi originali del registro di Matteo. E forse permetterò a tua figlia di avere un funerale decoroso."
Chiara mi si strinse contro, tremando visibilmente, ma gli occhi di mia figlia non mostravano più solo terrore: mostravano una rabbia feroce e indomabile, la stessa che aveva spinto suo zio Saverio a combattere fino all'ultimo respiro nelle acque gelide della laguna.
"Niente chip, Victor," risposi con voce ferma e profonda, muovendo un passo in avanti per fare scudo col mio corpo a Chiara. "Puoi ammazzarci qui adesso, ma il chip non lo avrai mai."
Victor sollevò un sopracciglio, divertito. "Ah no? E dove pensi che sia? Credi che non farò perquisire ogni millimetro dei vostri vestiti e dei vostri corpi una volta che sarete morte?"
"Cerca pure," dissi con un sorriso amaro. "Il chip non è su di me. Non è su mia figlia. E non è nell'auto con cui siamo arrivate."
L'espressione di Victor si irrigidì istantaneamente. Il suo sorriso scomparve, sostituito da una contrazione nervosa della mascella sfigurata. "Che cosa stai dicendo, strega?"
"Mio fratello Saverio non era solo un contrabbandiere," mentii con un'abilità recitativa che non sapevo di possedere, infondendo ogni singola parola di sicurezza assoluta. "Mentre tu ed i tuoi cani eravate occupati a sparare al suo gozzo nella laguna di Torre Veneri, Saverio ha spedito il microchip originale tramite un corriere diplomatico privato direttamente alla sede della Procura Antimafia di Milano. Arriverà sulla scrivania del Procuratore Capo domattina alle nove in punto."
Un mormorio di nervosismo si diffuse tra i mercenari alle spalle di Victor. Gli uomini cominciarono a guardarsi l'un l'altro con evidente preoccupazione. Se i conti cifra, i nomi dei politici e le prove degli omicidi fossero davvero giunti alla Procura di Milano, l'intera rete di protezione dell'organizzazione sarebbe crollata nel giro di poche ore, trasformando ogni singolo membro della banda in un bersaglio da eliminare o arrestare.
Victor fece due passi verso di me, afferrandomi la gola con la mano sinistra e stringendo con una forza spaventosa che mi tolse il respiro. La canna fredda della sua pistola cromata si piantò sulla mia tempia.
"Stai mentendo!" ruggì Victor sul mio viso, il suo respiro acido che mi investiva. "Tu hai il chip con te! Matteo non avrebbe mai affidato quell'unico documento a un corriere!"
"Provalo..." riuscii a balbettare attraverso le vie aeree schiacciate dalla sua morsa. "Spara... spara e scopri se alle nove di domattina la tua vita è finita per sempre."
Victor mi fissò negli occhi per lunghi, interminabili secondi. Cercava disperatamente un segno di cedimento, un tremolio delle pupille, un'esitazione che rivelasse la menzogna. Ma nei miei occhi trovò soltanto il vuoto di una madre che aveva già perso tutto e che non aveva più nulla da temere.
Piegò il braccio e mi scaraventò a terra con violenza. Chiara si gettò su di me, aiutandomi a rialzarmi mentre tossivo disperatamente per riprendere aria.
"Pettinari!" urlò Victor rivolgendosi al suo secondo in comando, un uomo alto con un cicatrice da taglio sul collo. "Prendi due uomini e perquisisci da cima a fondo l'Alfa Romeo nel fienile! Controllate ogni singolo pannello, le gomme, il serbatoio! Se il chip è lì dentro, voglio trovarlo entro dieci minuti!"
"E con loro che facciamo, boss?" chiese Pettinari indicando me, Chiara e De Santis.
"Legatele e chiudetele nella cantina sotterranea sotto il casale," ordinò Victor, pulendosi la fronte sudata con un fazzoletto. "Se alle otto di domattina il corriere non si presenta a Milano, significa che la panettiera ha mentito. E a quel punto le brucerò vive una ad una."
Due mercenari ci afferrarono ferocemente per le braccia, trascinando me e Chiara verso una spessa porta di quercia rinforzata in ferro che si apriva sul pavimento del salone. Sotto la porta si snodava una ripida scalinata in pietra che scendeva nei sotterranei del casale.
Ci scaraventarono giù per le scale. Ruzzolammo sulla pietra umida, crollando sul pavimento di terra battuta della cantina. Sopra di noi, il Commissario De Santis venne lanciato subito dopo, finendoci accanto.
La pesante porta di quercia venne chiusa dall'alto e il rumore di due grossi chiavistelli d'acciaio che scattavano risuonò come una tomba che si sigillava sulle nostre vite.
Eravamo al buio pesto. Un buio denso, freddo e privo di qualsiasi spiraglio di luce.
"Mamma... stai bene?" la voce di Chiara arrivò tremante nell'oscurità.
"Sto bene, tesoro... sto bene," mormorai tastando nel buio fino a trovare le sue mani.
"Teresa..." la voce debole di De Santis risuonò a pochi metri da noi. "È stata... è stata una mossa geniale... la storia del corriere di Milano... ci ha guadagnato qualche ora di tempo..."
"Non è solo una mossa per guadagnare tempo, Commissario," disse Chiara.
Sentii mia figlia muoversi nell'oscurità. Poi, con un piccolo scatto metallico, una fioca luce arancione illuminò il viso di Chiara. Aveva in mano un vecchio accendino a benzina che aveva sfilato dalla tasca della giacca di zio Saverio prima di abbandonare il furgone a Taranto.
La luce dell'accendino illuminò le pareti della cantina sotterranea. La stanza era colma di vecchie bottiglie di vino, casse di legno e barili rovinati. Ma sul fondo della cantina, nascosto dietro una pila di sacchi di iuta marci, c'era qualcosa di straordinario.
Un vecchio impianto radiofonico a valvole da campo della seconda guerra mondiale, collegato a una batteria per camion e ad una serie di cavi di rame che risalivano lungo la parete di pietra verso l'esterno.
Chiara strabuzzò gli occhi. "Mamma... guarda!"
De Santis si alzò a fatica, avvicinandosi all'apparato con uno sguardo di incredulo stupore. "È una radio da ricetrasmissione militare a frequenza libera... Matteo la usava per comunicare con la rete clandestina quando era sotto copertura!"
Il commissario sfiorò i comandi coperti di polvere. La batteria mostrava ancora una debole spia verde carica.
"Se riusciamo ad accenderla e ad agganciare la frequenza d'emergenza dell'Arma dei Carabinieri di Perugia..." disse De Santis con un raggio di speranza negli occhi. "...possiamo inviare un segnale S.O.S. con le coordinate esatte di questo casale!"
Ma in quel preciso istante, dall'alto della porta di quercia, risuonarono i passi pesanti di Pettinari che stasera scendeva a controllare le prigioniere.






