Il tempo parve rallentare fino a congelarsi in un istante eterno. La canna scura e ricoperta di fuliggine della deriva di Victor era puntata dritta al centro del mio petto. Nei suoi occhi sbarrati ed iniettati di sangue non c'era più la freddezza del calcolatore o la superbia dell'agente deveto: c'era soltanto la follia pura e distruttiva di un uomo che ha perso tutto e che vuole trascinare il suo carnefice nella fossa prima di crollare.
Chiara si trovava a mezzo metro da me. Vedendo il pericolo imminente, mia figlia fece un movimento d'istinto per frapporsi tra me e l'arma di Victor.
"NO, CHIARA!" ruggii con tutta la voce che mi rimaneva, spingendola con la spalla e facendola ruzzolare a terra sull'erba umida, fuori dalla traiettoria del colpo.
Victor contrasse il dito sul grilletto per fare fuoco.
In quel preciso istante, un proiettile di precisione da 7.62 mm sparato dal tiratore scelto del GIS posizionato sul pattino dell'elicottero in sorvolo trapassò la spalla destra di Victor con la velocità del fulmine.
L'impatto del proiettile ad alta velocità devia la traiettoria dell'arma un millisecondo prima della detonazione. Il colpo di fucile di Victor esplose nell'aria con un boato spaventoso, ma la carica di pallettoni si piantò innocua nel tronco di una secolare quercia alle mie spalle, spargendo schegge di corteccia ovunque.
Victor cacciò un urlo di dolore e rabbia, lasciando cadere l'arma e piegandosi su un ginocchio mentre il sangue gli sgorgava abbondante dalla ferita alla spalla. Ma con un ultimo e spaventoso sforzo di disperazione, l'uomo allungò la mano sinistra verso la tasca della sua giacca per estrarre un piccolo detonatore manuale a frequenza d'impulso.
"Se non ho i codici..." rantolò Victor, la bava alla bocca e il viso sfigurato da un ghigno diabolico. "...farò saltare il server centrale della Banca del Salento! Cancellerò quarantasei milioni di euro e distruggerò la vita di diecimila risparmiatori!"
Il Commissario De Santis, nonostante fosse stremato e ferito, capì la minaccia mortale prima di chiunque altro. Con un balzo atletico e disperato, De Santis si scagliò sul corpo di Victor, travolgendolo a terra e bloccandogli il braccio sinistro prima che potesse premere il pulsante rosso del detonatore.
I due uomini ruzzolarono sul prato bagnato in una lotta ferocissima ed all'ultimo sangue. Victor, spinto dalla carica di adrenalina e dalla follia, cercava di mordere e soffocare il commissario, mentre De Santis tentava con tutte le forze di strappargli il detonatore dalle dita serrate.
"Teresa! Il chip! Dallo al comandante!" urlò De Santis mentre lottava sul terreno.
Quattro operatori del GIS con le mimetica nere e i fucili d'assalto spianati piombarono dalla radura come ombre veloci. Due di loro circondarono immediatamente me e Chiara, facendo scudo con i propri corpi e le corazze in kevlar per proteggerci da eventuali altri attacchi.
I restanti due commando si fiondarono su Victor, bloccandogli gli arti con prese militari d'acciaio, disarmandolo del detonatore e bloccandolo a terra con le manette d'acciaio che scattarono sui suoi polsi con un doppio click perentorio.
L'incubo della caccia era finalmente finito.
Victor venne sollevato di peso dai soldati. Il suo viso era una maschera di fango, sangue e sconfitta. Mentre veniva trascinato verso uno degli elicotteri d'attacco atterrati nella radura, l'agente deveto si voltò verso di me per un ultimo sguardo.
"Sei solo una panettiera..." sputò Victor per terra, tossendo sangue. "Una miserabile venditrice di dolci di campagna..."
Mi rizzai in piedi con dignità, sistemandomi il grembiule lercio e pieno di fuliggine. Lo guardai negli occhi con una calma superiore e glaciale.
"Sono la figlia di un panettiere, Victor," risposi con voce ferma e limpida. "E noi panettieri sappiamo bene una cosa: il grano impiega mesi per crescere sotto terra al buio, ma quando il pane entra nel forno, la verità della farina viene sempre a galla. La tua oscurità si è bruciata stasera."
Victor non trovò altre parole. Venne spinto all'interno del portellone dell'elicottero, che si chiuse con un rumore metallico.
Un uomo alto, dal portamento distinto, vestito con un lungo impermeabile grigio e con gli occhi stanchi di chi ha combattuto l'ingiustizia per una vita intera, si avvicinò a me scortato da due agenti della DIA. Era il Procuratore Capo della Repubblica di Roma.
"Signora Teresa Rossi?" chiese il Procuratore con profondo rispetto, togliendosi il cappello.
"Sono io, Eccellenza," risposi.
Il Procuratore si chinò leggermente in segno di deferenza. "Le chiedo scusa a nome dello Stato italiano per l'inferno che lei e sua figlia avete dovuto soffrire a causa delle mele marce che hanno infestato le nostre istituzioni. Il Commissario De Santis mi ha riferito tutto."
Infilai la mano nell'orlo del calzino ed estrassi il piccolo microchip SD, avvolto ancora nel foglio di carta velina macchiato del sangue di Matteo. Lo porsi al Procuratore con mano ferma.
"Questo è il lavoro della vita di Matteo," dissi con la voce incrinata dall'emozione. "Ci sono dentro tutti i conti, i nomi dei politici corrotti e le prove degli omicidi commessi da questa organizzazione. Faccia in modo che il sacrifico di Matteo e di mio fratello Saverio non sia stato vano."
Il Procuratore prese il chip con la massima cura, riponendolo in una custodia metallica sigillata. "Le prometto, signora Rossi, che entro domattina questa nazione assisterà alla più grande operazione di pulizia giudiziaria della sua storia recente. Nessuno la passerà liscia. Avete la mia parola d'onore."
Chiara mi si avvicinò e mi cinse la vita con le braccia. Ci stringemmo forti l'una all'altra, osservando il casale d'Orvieto che terminava di bruciare nella notte, mentre i pompieri spegnevano le ultime fiamme.
La battaglia era vinta. Ma nel mio cuore rimase una domanda irrisolta che continuava a tormentarmi fin dal primo giorno al mercato di Lecce.
Mi avvicinai al Commissario De Santis, che veniva medicato dai sanitari dell'elisoccorso.
"Commissario..." mormorai piano. "...c'è una cosa che non riesco ancora a capire."
De Santis mi guardò con benevolenza. "Dimmi, Teresa."
"Perché Matteo ha scelto proprio me?" chiesi con le lacrime agli occhi. "Perché ha scelto il mio banco al mercato per nascondere la chiave? C'erano centinaia di banchi a Lecce. Perché proprio io?"
De Santis sorrise con profonda tristezza, infilando la mano nella tasca della sua giacca ed estraendo una vecchia lettera ingiallita dal tempo, sigillata con la grafia inconfondibile di Matteo.
"Matteo sapeva che questa domanda ti avrebbe perseguitato, Teresa," disse il commissario consegnandomi la busta. "Mi aveva dato questa lettera dodici anni fa, dicendomi di consegnartela solo se fossi sopravvissuta alla tempesta. È giunto il momento che tu la legga."






