IL DOLCE DEL SILENZIO
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IL DOLCE DEL SILENZIO

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Il grido di Chiara risuonò ancora una volta nel vicolo, soffocato quasi immediatamente come se una mano ruvida le avesse serrato la bocca. Il sangue mi si gelò nelle vene, trasformandosi in ghiaccio puro. L'amore materno è una forza primordiale che annulla qualsiasi istinto di autoconservazione: la paura paralizzante che mi aveva bloccato fino a un secondo prima svanì di colpo, sostituita da un'ondata di adrenalina e rabbia cieca.

L'uomo scuro continuava a tenere la pistola puntata contro il mio addome, un sorriso sadico increspato sulle sue labbra sottili. Pensava di avermi in pugno. Pensava che fossi soltanto una fragile panettiera di cinquantasette anni, debole e indifesa. Non sapeva che per trent'anni avevo maneggiato grandi vassoi d'acciaio, pesanti pale da forno e contenitori di rame bollente.

Con un movimento fulmineo e disperato, afferrai con la mano destra la spessa vaschetta di rame contenente lo zucchero a velo finissimo che tenevo sempre a portata di mano per guarnire le paste, e gliela rovesciai con tutta la forza che avevo direttamente sul viso.

Una nuvola densa e soffocante di polvere bianca si sollevò istantaneamente nell'aria, investendo in pieno gli occhi e le vie respiratorie dell'aggressore. L'uomo cacciò un ruggito di dolore e rabbia, accecato dal pulviscolo dolce che gli bruciava le mucose e le congiuntive. Portò istintivamente la mano libera agli occhi per ripulirsi, e in quel preciso istante di distrazione guidai il mio pugno sinistro contro il polso con cui impugnava l'arma. La pistola munita di silenziatore scivolò dalla sua presa, cadendo con un tonfo sordo tra i trucioli di legno sotto il banco.

Senza perdere un solo millesimo di secondo, allungai il braccio sotto il ripiano interiore. Ignorai la scatola con il registratore e afferrai con dita tremanti ma decise il vero segreto: l'involucro avvolto nella plastica nera, impolverato e sigillato da anni. Lo infilai rapidamente nell'ampia tasca del mio grembiule da lavoro. Con la mano destra, afferrai la piccola chiave d'ottone con il numero 408 scivolata dal cartone dorato e me la ficcai nel reggiseno.

"Maledetta puttana!" urlò l'uomo, tossendo selvaggiamente e dimenandosi mentre cercava di riaprire gli occhi arrossati.

Non gli diedi il tempo di riprendersi. Sbalzai indietro il bancone con una spallata spaventosa, ribaltando vassoi, paste e bilance che rovinarono a terra con un fragore assordante. La gente intorno al banco, attirata dal caos e dal rumore, iniziò ad urlare e a disperdersi nel panico. Turisti e clienti scappavano in ogni direzione, creando la trincea perfetta per la mia fuga.

Scavalcai il legno rovesciato e mi lanciai a capofitto nel vicolo posteriore che conduceva al laboratorio di pasticceria.

Il vicolo stretto e buio, caratterizzato dalle alte mura in pietra leccese erose dal tempo, era invaso da un'ombra fredda. A metà della stradina, due uomini muscolosi vestiti con giubbotti di pelle stavano trascinando a forza mia figlia Chiara verso un furgone bianco dai vetri oscurati, parcheggiato a motore acceso al limite della strada principale. Chiara si dimenava con ferocia, tirando pedate e cercando di mordersi la via d'uscita, ma la stazza dei due aggressori non le lasciava scampo.

"Lasciatela andare, bastardi!" urlai a squarciagola, impugnando una pesante pala da forno in legno d'ulivo che tenevo appoggiata all'ingresso del retrobottega.

I due uomini si voltarono sorpresi dall'improvvisa apparizione della mia figura imbrattata di farina e furia. Il più alto dei due lasciò la presa sulla spalla di Chiara e fece un passo verso di me, sfilando dalla cintura un manganello telescopico d'acciaio.

"Torna dentro, vecchia, se vuoi continuare a campare," minacciò con voce profonda.

Non gli diedi il tempo di completare la frase. Caricai il colpo come avevo fatto migliaia di volte per infornare il pane e sferrai un fendente laterale con la spessa pala in legno d'ulivo, colpendolo con precisione e violenza tremenda direttamente sulla tempia destra. Il legno duro d'ulivo si spezzò in due con un ciocco secco. L'uomo sgranò gli occhi, balbettò un verso incomprensibile e crollò a terra privo di sensi sul calpestìo di pietra.

Il secondo complice, vedendo il compagno abbattuto, rimase pietrificato per un secondo di troppo. Chiara approfittò istantaneamente di quel momento di stasi: piantò il tacco del suo stivaletto con quanta più forza aveva sul collo del piede dell'uomo e gli sferrata una gomitata violentissima nello stomaco. L'aggressore si piegò in due senza fiato.

"Corri, Chiara! Corri!" le urlai, afferrandole il braccio con forza disperata.

Senza voltarci indietro, ci lanciammo attraverso la rete di vicoli intrecciati del centro storico di Lecce. Dietro di noi, proveniente dal vicolo del mercato, risuonarono le urla infuriate dell'uomo vestito di scuro che si era finalmente liberato dallo zucchero dagli occhi e le sirene lorde delle volanti della polizia che iniziavano a convergere verso la piazza dopo il trambusto al mercato.

Svoltammo a destra, poi a sinistra, insinuandoci in passaggi strettissimi che solo chi era nato e cresciuto tra quelle mura conosceva a memoria. Il mio cuore battere a un ritmo frenetico e i polmoni bruciavano come tizzoni ardenti, ma la scarica di adrenalina non accennava a placarsi.

Ci rifugiammo infine nel sotterraneo abbandonato di una vecchia cattedrale sconsacrata, nascosta al fondo di una via cieca. L'aria era umida, fredda e odorava di muffa e pietra secolare. Crollammo a terra contro il muro di calce, prive di fiato, il petto che si sollevava convulsamente.

Chiara mi guardò con gli occhi spalancati dal terrore e dall'incredulità. La sua maglietta era strappata sul collo e aveva un livido scuro che le stava già comparendo sul polso destro.

"Mamma... per l'amor di Dio, spiegami che cosa sta succedendo!" disse tra i singhiozzi, tremando vistosamente. "Chi erano quelli? Perché volevano me? E che cos'hai in quella tasca?"

Portai la mano tremante alla tasca del mio grembiule. Ne trassi l'involucro avvolto nella plastica nera, coperto dalla polvere di dodici lunghi anni di attesa. E poi, sfilandola dal reggiseno, mostrai a mia figlia la chiave d'ottone con il numero 408.

In quel preciso istante, il mio cellulare – miracolosamente scampato al disastro – vibrò di nuovo. Un altro messaggio dallo stesso numero sconosciuto.

Con le dita idratate dal sudore, sbloccai lo schermo:

"Avete poco tempo. L'uomo che avete accecato si chiama Victor ed è un ex agente dei servizi segreti deviati. Cercano la chiave della cassetta di sicurezza 408 della Banca di Salento. Se trovi Matteo prima di loro, forse vi salverete. Matteo è ferito. Si trova nella vecchia masseria abbandonata a San Cataldo. Venite da soli. E non fidatevi della polizia: lavorano per Victor."

Chiara lesse il messaggio sopra la mia spalla. Il suo viso divenne di un pallore spettrale.

"Mamma..." mormorò con filo di voce. "Se la polizia lavora per loro... noi non abbiamo più nessuno a cui chiedere aiuto."

Prima che potessi risponderle, un rumore di passi pesanti e cadenzati riecheggiò dall'alto della scalinata in pietra che portava al nostro sotterraneo. Qualcuno stava scendendo le scale nell'oscurità.