L’ULTIMA VOCE NEL SILENZIO - IL SEGRETO DI CATANIA
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L’ULTIMA VOCE NEL SILENZIO - IL SEGRETO DI CATANIA

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Ho sessantanove anni, mi chiamo Vittorio, e da quando mia moglie non c’è più tengo accesa la vecchia segreteria telefonica, dove è rimasto un messaggio che lei non mi ha mai fatto sentire.

Per quarantaquattro anni la mia vita con Elvira è stata come un orologio d'epoca, di quelli legati alle tradizioni di una Catania profonda, silenziosa e composta: precisa, priva di grandi strappi apparenti, scandita dai gesti quotidiani che finisci per scambiare per felicità. Pensavo di conoscerla meglio di me stesso. Conoscevo il suono dei suoi passi leggeri sulle mattonelle di maiolica della nostra casa al Corso Italia, la sfumatura esatta del suo profumo di zagara quando usciva per la messa delle otto, e persino quel piccolo sospiro trattenuto che faceva prima di addormentarsi.

Ma il dolore della perdita ha questo di crudele: rimuove la patina di rassicurante routine e lascia scoperto l'abisso delle cose mai dette.

Elvira è mancata un anno fa, qui a Catania, consumata in pochi mesi da una malattia spietata che le ha tolto le forze ma non lo sguardo. Negli ultimi giorni, prima che il suo cuore smettesse di battere all'ospedale Garibaldi, mi fissava con due occhi enormi, neri come la notte dell'Etna. C'era un'ansia cupa nei suoi occhi, una febbre che non apparteneva al corpo, come se volesse gridarmi qualcosa di tremendo che la lingua non riusciva più a snocciolare. Io le stringevo la mano, credendo che fosse solo la solita paura dell'ignoto. Che cieco sono stato.

Dopo il funerale, la nostra casa è diventata un sepolcro di ricordi immobile. Mia figlia Chiara, che ha trentacinque anni e l'ostinata razionalità dei giovani d'oggi, ha iniziato quasi subito a riordinare le cose di sua madre. Voleva svuotare gli armadi, liberare i cassetti, "per aiutarmi a superare il lutto", diceva. Ma io mi sono opposto a tutto. Soprattutto, mi sono opposto a staccare il vecchio apparecchio della segreteria telefonica, una reliquia di plastica grigia e tasti consumati che giace sul mobiletto all'ingresso dagli anni Novanta.

Su quell'apparecchio, la spia rossa continuava a lampeggiare con un ritmo ipnotico. Un solo messaggio salvato in memoria. Un solo frammento rimasto sospeso nell'etere.

Un pomeriggio di due settimane fa, mentre stavo per avvicinare la mano al tasto Play, Chiara mi ha sorpreso. Mi ha preso il polso con una fermezza che mi ha sorpreso, e nei suoi occhi ho visto un'ombra strana, una sfumatura di paura o forse di morbosa consapevolezza.

"Papà, forse è meglio non ascoltarlo, lascialo stare", mi ha detto. La sua voce era troppo tesa, troppo affrettata per essere una semplice premura consolatoria.

"È solo la voce di qualche conoscente che voleva farle le condoglianze prima che arrivassimo in ospedale, Chiara," avevo risposto io, cercando di minimizzare.

"Non lo sai chi è, papà. E certe cose... certe cose appartengono al passato di mamma. Lascia in pace i morti. Per favore."

Quel "dei morti" riempì la stanza di una strana aridità. Ma per qualche giorno le ho obbedito. Ho vagato per le stanze come un fantasma, tra il sapore acre del caffè amaro e il silenzio soffocante del Salone. Tuttavia, il dubbio è una tarlo infame: non fa rumore mentre scava, ma alla fine abbatte la trave più robusta. Come faceva Chiara a sapere che quel messaggio apparteneva a un passato da non toccare? Come poteva essere così sicura che fosse meglio dimenticare?

Una sera, da solo, non ce l'ho più fatta. Il vento di scirocco soffiava forte da fuori, facendo battere i persiani di legno contro i balconi. La casa scricchiolava sotto il peso dell'umidità. Mi sono avvicinato al mobiletto dell'ingresso, con le mani che tremavano come quelle di un ragazzo alla prima colpa, e ho premuto play.

Un fruscio metallico ha riempito l'ingresso, seguito dal classico bip acuto della nastro. Poi è arrivata la voce.

Non era una donna. Non era nemmeno uno dei vecchi amici di famiglia o dei parenti di Acireale.

La voce era di un uomo che diceva piano: "Elvira, richiamami appena puoi, dobbiamo decidere prima che sia troppo tardi".

Un tono basso, intimista, spezzato da un respiro affannato, con un legatissimo accento del luogo ma privo di qualsiasi familiarità rassicurante. E non l'avevo mai sentita. Mai in quarant'anni.

Il nastro si è interrotto con un secondo bip. Sono rimasto immobile per minuti, forse per ore, ascoltando solo il battito martellante delle mie tempie. "Dobbiamo decidere prima che sia troppo tardi". Decidere cosa? E con chi? Elvira, la mia Elvira, che non prendeva una decisione nemmeno sulla tinta delle tende senza consultare me o sua sorella, aveva una vita sotterranea? Un patto segreto con un estraneo?

La gelosia a quasi settant'anni non è un fuoco di paglia; è un'acido che divora le viscere. Ti fa ripercorrere decenni di ricordi cercando di scorgere un dettaglio stonato, un'assenza ingiustificata, uno sguardo sfuggente a un tavolo da caffè.

I giorni successivi sono diventati una caccia cieca. Ho cominciato a perlustrare la nostra casa come un detective disperato, violando l'intimità della donna che avevo amato più della mia stessa vita. Ho passato in rassegna i suoi diari di ricette, le lettere ingiallite di quando eravamo fidanzati, i ricami riposti nelle cassapanche di noce. Niente. Tutto sembrava immacolato, immutabile, una santabarbara di banalità borghese.

Fino a ieri mattina.

Ero nella nostra camera da letto. Il sole filtrava a fatica dalle tende pesanti, disegnando lame di luce sulla polvere del comodino di Elvira. Sul ripiano di marmo c'era ancora la nostra foto di nozze: io magro, con i baffi scuri e un abito di sartoria troppo largo; lei bellissima, avvolta in un velo di pizzo di Cantù, con un sorriso dolce che adesso mi sembrava una maschera impenetrabile.

Non so cosa mi abbia spinto a farlo. Forse l'intuito dei disperati. Ho preso il ritratto per pulire il vetro, ma nello spostarlo ho avvertito che il telaio di legno posteriore non combaciava perfettamente. La chiusura di cartone era leggermente piegata.

Con le dita intorpidite ho sganciato i fermagli di ottone. Tra la fotografia ingiallita del nostro matrimonio e il pannello di supporto era stato nascosto un foglio di carta velina, ingiallito dal tempo e segnato da una piega rigida.

Due giorni dopo ho trovato, dietro la foto di nozze sul comodino, un numero scritto di suo pugno, con accanto una parola che mi ha gelato il sangue...

La scrittura era inconfondibile: l'elegante grafia felina di Elvira, con le t tagliate alte e le o perfettamente rotonde.

Sotto un numero di telefono fisso con il prefisso di Catania — un numero che non corrispondeva a nessuno dei nostri conoscenti — c'era un'unica parola, vergata con una pressione del pennino tale da aver quasi perforato la carta:

"PERDONAMI"

Sotto la parola, tracciato con una grafite più sbiadita come se fosse stato aggiunto in un secondo momento, c'era un piccolo simbolo: una croce unita a una chiave.

In quel preciso istante il telefono fisso nell'ingresso ha cominciato a squillare. Un suono acuto, prolungato, violento nel silenzio della casa.

Mi sono bloccato con la foto di nozze tra le mani e il foglio di carta velina che tremava al ritmo del mio respiro. Ho camminato piano verso l'ingresso. Ho guardato il piccolo schermo del display del telefono.

Il numero che stava chiamando in quel momento era esattamente lo stesso numero scritto di pugno da mia moglie dietro la nostra foto di nozze.

Il cuore mi è salito in gola. Con la mano gelata ho sollevato la cornetta e l'ho accostata all'orecchio senza dire una parola.

Dall'altro capo del filo si è sentito un sospiro pesante, poi la stessa voce d'uomo del messaggio registrato, questa volta tremante di rabbia o di terrore:

"Vittorio... so che hai trovato il numero. Se non vuoi che Chiara faccia la stessa fine di sua madre, devi portarmi la chiave prima di stasera."