L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA
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L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA

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Un vicino mi disse: "Ho visto luci accese in casa sua di notte, mentre lei era in vacanza." Chi entrava in casa mia in mia assenza? Quelle parole, pronunciate con una disinvoltura quasi banale sul pianerottolo di casa mia, mi colpiscono come un pugno in pieno petto. A pronunciare quelle frasi era stato don Carmelo, il mio anziano vicino del piano di sopra, mentre mi consegnava la posta accumulata durante le mie due settimane di vacanza a Maratea. Mi chiamo Nunzio, ho settantacinque anni, vivo a Potenza. Da quando mia moglie Caterina ci ha lasciati quattro anni fa, questa grande casa in pietra nel centro storico è diventata un rifugio silenzioso, ordinato fino all'ossessione. Ogni mobile ha la sua posizione immobile, ogni tazza ha il suo gancio preciso. L'idea che qualcuno si fosse intrufolato nel mio santuario domestico durante la mia assenza mi provocava un brivido viscerale di rabbia e profonda inquietudine. "Carmelo, sei sicuro?" gli chiesi, stringendo la presa sulle buste delle bollette. "Tutti gli infissi erano chiusi a chiave. Soltanto mio figlio ha una copia delle chiavi, ma lui vive e lavora a Milano." Biagio, mio figlio, aveva le chiavi di casa ma viveva lontano per lavoro, o almeno così credevo. Biagio ha trentotto anni, fa l'ingegnere informatico e per mesi non fa altro che ripetermi quant'è stressante la vita al Nord, tra scadenze pressanti, affitti capestro e una carriera che stenta a decollare. Ci sentiamo due volte a settimana per telefono. La sua voce mi è sempre sembrata quella solita, lontana e stanca. "Nunzio, i miei occhi ci vedono ancora benissimo," aveva ribattuto Carmelo, scuotendo la testa. "Dalla mia finestra della cucina si vede perfettamente il tuo balcone. Per tre notti consecutive, intorno alle due di mattina, la luce soffusa del tuo salotto era accesa. Non una luce forte, come se qualcuno stesse usando solo la torcia del cellulare o la piccola lampada da tavolo. E ho sentito persino il rumore di una sedia trascinata sul pavimento." Senza dire una parola a nessuno, decisi di non affrontare subito la questione a viso aperto. La diffidenza è un difetto sottile che cresce con l'età. Volevo prove incriminanti. Installai una telecamera nascosta prima di partire di nuovo per un breve weekend a Matera, fingendo con amici e parenti di dover sbrigare alcune pratiche burocratiche per la pensione. La telecamera era minuscola, un piccolo obiettivo mimetizzato dentro un vecchio orologio da parete posizionato nell'angolo della cucina, con visione notturna a infrarossi e registrazione continua su scheda di memoria. Il lunedì pomeriggio, appena rientrato a Potenza, corsi in cucina prima ancora di togliermi il cappotto. Staccai la scheda micro-SD dall'orologio e la inserii nel mio vecchio computer portatile. Al ritorno controllai le registrazioni con le mani che tremavano. Il cuore battere forte contro le mie costole come un tamburo di guerra. Sullo schermo comparvero i filmati in bianco e nero della notte di sabato. Alle ore 01:42 la porta d'ingresso della cucina si aprì lentamente. Vidi Biagio entrare di notte, restare per ore seduto al buio in cucina, senza accendere una luce, come se aspettasse qualcuno. Rimasi pietrificato. Mio figlio non era a Milano. Era a Potenza. Nel video, Biagio indossava un giaccone scuro e logoro che non gli avevo mai visto indosso. Non si tolse nemmeno le scarpe. Si sedette esattamente sulla mia sedia di legno d'abete, tenendo i gomiti poggiati sul tavolo e la testa incassata tra le spalle. In quel silenzio spettrale catturato dal microfono della telecamera, non faceva nulla. Non guardava il telefono, non mangiava, non cercava denaro nei cassetti. Semplicemente guardava fisso verso la porta della veranda, nell'oscurità più totale, trasalendo al minimo scricchiolio del condominio. Verso le tre del mattino, lo vidi tirare fuori dalla tasca della giacca una busta di plastica trasparente. All'interno c'era un oggetto metallico rettangolare, pesante. Lo appoggiò sul tavolo, lo sfiorò con le dita tremanti come se fosse un pezzo di ferro rovente, e poi lo ripose al sicuro nella tasca interna prima di alzarsi e svanire di nuovo nell'ombra. Non dormii per tutta la notte. Il volto di mio figlio — scavato, smagrito, segnato da occhiaie scure che gli infrarossi avevano evidenziato in modo spietato — mi perseguitava. Il mattino dopo lo chiamai chiedendo spiegazioni dirette. Composi il suo numero di cellulare mentre camminavo nervosamente per il salotto. Il telefono squillò quattro volte prima che la sua voce rispondesse. "Papà? Ciao... dimmi, va tutto bene?" la sua voce era rauca, come se si fosse appena svegliato o non dormisse da giorni. "Biagio," dissi, sforzandomi di mantenere un tono fermo, severo, il tono che usavo quando era bambino. "Dove sei in questo momento?" "A Milano, papà. In ufficio. Abbiamo una consegna importante questa settimana e..." "Non mentirmi, Biagio!" lo interruppi, e la mia voce si spezzò per la rabbia e il dolore. "So che sei a Potenza. So che sei entrato in casa mia di notte mentre ero via. Ti ho visto. Ho messo una telecamera in cucina!" Dall'altro capo della linea calò un silenzio glaciale. Un silenzio così lungo e denso che potevo sentire il fischio della linea telefonica. Biagio rimase a lungo in silenzio, poi disse solo: "Non è il momento, papà, te lo spiegherò." "Spiegarmi cosa?!" urlai. "Perché ti nascondi in casa mia al buio? Che cos'è quell'oggetto che avevi con te? Che cosa sta succedendo alla tua vita?" "Papà, ascoltami bene," la sua voce cambiò improvvisamente, perdendo la finzione ed entrando in una dimensione di puro terrore trattenuto. "Devi uscire subito da quella casa. Adesso. Prendi le tue cose e vai da zio Antonio o in un albergo. Non stare lì." Capii che quelle visite notturne nascondevano un motivo che non avrei mai immaginato... "Io non me ne vado da casa mia, Biagio, finché non mi dici la verità!" gridai. "Se tu sei lì, metti in pericolo tutti e due!" disse lui con voce soffocata. "Non dovevi mettere quella telecamera! Loro sanno che la casa è frequentata, stanno controllando la via... Papà, se trovi una scatola di metallo sotto la credenza del corridoio, non aprirla per nessun motivo. Io tornerò stasera late..." La chiamata si interrompette bruscamente con un bip secco. Provai a richiamarlo immediatamente, ma il cellulare risultava spento o fuori portata. Con le gambe molle come l'ovatta, mi avviai lungo il corridoio buio della mia casa. La credenza di noce, un mobile pesante ereditato da mia madre, si trovava proprio accanto all'ingresso. Mi inginocchiai a fatica, avvertendo un forte dolore alle articolazioni. Strisciai la mano sotto il fondo del mobile, nell'incavo impolverato vicino al muro. Le mie dita toccarono qualcosa di rigido e freddo. Una scatola di metallo nero, chiusa da un lucchetto a combinazione. Accanto alla scatola c'era una busta da lettere bianca con il mio nome scritto sopra con una grafia frettolosa che non era quella di Biagio. Prima che potessi toccare la busta, il campanello di casa mia suonò. Tre colpi secchi, forti, cadenzati. Attraverso il vetro smerigliato della porta blindata, intravidi la sagoma alta di un uomo sconosciuto che indossava un cappotto scuro, fermo sul pianerottolo.

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