L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA
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L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA

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La tenuta del dottor Matteo Rinaldi si ergeva sulla sommità di una collina ricoperta di ulivi secolari, dominando la piana di Eboli. Era un'imponente villa in stile neoclassico, circondata da un muro di cinta alto tre metri, sormontato da cavetti elettrificati e da una rete di telecamere a circuito chiuso ad alta definizione. Per il mondo esterno era la dimora di un distinto magistrato in pensione dedito alla produzione d'olio biologico; per chi ne conosceva i segreti, era un centro di comando occulto protetto da tecnologie di sorveglianza d'avanguardia.

Il trattore mi lasciò a circa un chilometro dal cancello d'ingresso principale. Il nevischio si era trasformato in un'alba grigia e gelida che tingeva il cielo di sfumature plumbee. Il dolore al petto andava e veniva con fitte acute, un monito costante del mio corpo che cedeva, ma la spinta d'adrenalina mi permetteva di proseguire lungo il perimetro esterno.

Mi addentrai tra i filari d'ulivo, camminando piegato in due per sfruttare la copertura dei tronchi contorti. Ricordavo perfettamente il progetto del 1988: sul lato ovest della proprietà, dove il terreno scosceso rendeva difficile la costruzione di muri in pietra, il costruttore aveva realizzato una condotta di scolo in cemento per le acque piovane che si collegava direttamente ai sotterranei della serra tropicale della villa.

Trovai la grata d'accesso alla condotta, parzialmente nascosta da rovi selvatici e fogliame marcio. La grata era bloccata da un lucchetto arrugginito. Estrassi dalla tasca l'unica cosa utile che avevo trovato sul rimorchio del trattore: una pesante chiave inglese da cantiere.

Colpii il lucchetto con tre fendenti precisi, facendo leva sul punto di saldatura più debole. Il metallo cedette con un 'clack' secco che venne soffocato dal soffiare del vento tra gli ulivi.

Mi strisciai all'interno della condotta in cemento. Il passaggio era stretto, saturo di terra umida e fango, ma privo di sensori di movimento digitali: Rinaldi aveva aggiornato i sistemi di sicurezza della villa, ma aveva trascurato la vecchia infrastruttura idraulica sottostante che non figurava nei registri catastali moderni.

Avanzai a fatica sulle ginocchia per una ventina di metri, sentendo il respiro farsi sempre più affannoso e il cuore battere con ritmi irregolari e dolorosi. Raggiunsi la grata di ventilazione che dava sul pavimento della serra sotterranea.

Attraverso le fessure di ferro, guardai all'interno della struttura. La serra era un ambiente immenso, saturo di piante esotiche, riscaldato artificiosamente e illuminato da potenti lampade a vapori di sodio. Al centro della serra si ergeva il quadro elettrico generale dell'intera proprietà, un grande armadio metallico grigio marcato con il simbolo dell'alta tensione.

Controllai l'ora sul mio vecchio orologio da polso: erano le sei e quarantacinque del mattino. Giulia e Biagio dovevano essere già posizionati all'esterno del perimetro ovest con la motocicletta e il terminale di trasmissione.

Spinsi la grata di ventilazione verso l'alto con le spalle ed emersi nella serra. L'aria calda e umida mi colpì come un pugno, facendomi girare la testa per qualche istante. Mi appoggiai a una grande vasca di terracotta contenente una palma tropicale per non cadere.

Avanzai a passi felpati verso l'armadio elettrico. Inserii la chiave inglese nella leva di sicurezza della porta metallica e la forzai con un colpo secco. All'interno si allineavano decine di interruttori magnetotermici e i moduli di alimentazione delle telecamere e dei sistemi d'allarme.

Afferrai l'interruttore generale di sezione — quello che controllava le frequenze di disturbo e l'illuminazione esterna — e lo tirai verso il basso.

Tutte le lampade della serra si spensero all'istante, piombando l'ambiente nell'oscurità penombra dell'alba. All'esterno della villa risuonarono gli allarmi acustici delle batterie di riserva, seguiti dal buio totale delle telecamere di sorveglianza lungo il muro di cinta.

Il segnale era stato dato.

In meno di dieci secondi, la porta a vetri della serra venne sfondata dall'esterno. Giulia si introdusse con un balzo felino, impugnando la pistola con entrambe le mani, seguita da Biagio che portava a tracolla lo zaino con il terminale e la scheda Micro-SD.

"Papà! Sei intero!" disse Biagio correndo verso di me e sorreggendomi prima che le mie ginocchia cedessero definitivamente sul pavimento di terracotta.

"Sto... sto bene, Biagio," mentii, tentando di nascondere il tremore incontrollabile delle mie mani e il colore livido delle mie labbra. "Avete il segnale di rete?"

"Sì," disse Giulia controllando il monitor portatile nello zaino. "L'interruzione della centralina di Rinaldi ha disattivato i jammer di frequenza! Abbiamo campo aperto per trasmettere i dati criptati al server centrale dell'Antimafia!"

Biagio inserì la Micro-SD nel lettore portatile collegato al trasmettitore satellitare. Sul piccolo schermo comparve la maschera finale d'invio: INSERIRE CHIAVE AMMINISTRATIVA CATASTALE PER VALIDAZIONE DEFICITARIA.

"Papà, tocca a te," disse Biagio tendendomi lo stilo digitale. "Inserisci il tuo codice di conservatore e la sequenza delle tre particelle di Laurenzana."

Presi lo stilo con dita che quasi non sentivo più. I miei occhi vedevano lo schermo sfocato, circondato da un alone nero che si restringeva lentamente. Concentrai tutta la mia forza di volontà rimasta per digitare i sedici caratteri del mio vecchio codice d'accesso al catasto: N-U-N-Z-I-O-1-9-4-9-S-A-N-T-O-R-O, seguito dalle coordinate 42-108-109-112.

Premetti il tasto INVIO.

Sullo schermo apparve una barra verde lampeggiante: AUTENTICAZIONE RIUSCITA. TRASMISSIONE IN CORSO: 10%... 25%... 50%...

In quel preciso istante, una scarica di colpi d'arma da fuoco automatica frantumò le vetrate della serra, scagliando una pioggia di cristalli affilati sopra di noi.

Dall'ingresso superiore della serra emersero sei uomini armati con giubbotti tattici. Al centro del gruppo camminava il dottor Matteo Rinaldi.

L'ex magistrato era un uomo sulla settantina, impeccabilmente vestito con un abito gessato scuro, i capelli d'argento pettinati all'indietro e uno sguardo di una freddezza glaciale che tradiva la sua totale assenza di scrupoli.

"Complimenti, signor Santoro," disse Rinaldi con una voce profonda e misurata, priva di qualsiasi emozione. "Siete arrivati più lontano di quanto qualsiasi previsione tattica avesse calcolato. Ma la vostra corsa finisce in questa serra."

Rinaldi fece un cenno con la mano destra. Due mercenari avanzarono con i fucili spianati, puntati direttamente alle teste di Biagio e Giulia.

"Spegni quel trasmettitore, ragazzo," disse Rinaldi rivolgendosi a Biagio. "Se lo fai subito, vi prometto una morte rapida e indolore. Se permetti a quel caricamento di arrivare al cento per cento, farò in modo che tuo padre soffra per le prossime quarantotto ore prima di morire."

La barra di caricamento sullo schermo indicava: 78%... 82%...

Biagio si mise davanti al monitor, facendo scudo con il proprio corpo e guardando il magistrato corrupto con un odio feroce. "I dati sono già in viaggio, Rinaldi! Non puoi fermare la rete!"

"Posso distruggere la parabola satellitare sul vostro zaino prima che arrivi all'ottantanove per cento," disse Rinaldi estraendo una piccola revolver argentata dalla giacca. "È la percentuale minima per la validazione legale della prova."

Rinaldi alzò la pistola, prendendo la mira con estrema precisione verso la testa di mio figlio.

In quel momento, sentii il mio cuore fare un balzo tremendo all'interno del petto. Un dolore lancinante, improvviso e assoluto mi squarciò il torace, privandomi completamente del respiro.

Ma invece di cadere a terra, raccolsi l'ultimo briciolo di vita che mi rimaneva nell'anima. Afferrai la pesante chiave inglese da cantiere dal pavimento e mi lanciai con un urlo disperato direttamente contro le gambe di Rinaldi, travolgendolo proprio mentre l'uomo premeva il grilletto.

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