L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA
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L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA

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L'estate sul centro storico di Potenza era arrivata con una luce limpida che scaldava le pietre antiche della casa di via Pretoria. La grande dimora di Nunzio non era più un rifugio silenzioso e malinconico: le finestre della cucina erano spalancate sulla vallata del Basento, lasciando entrare il vento fresco delle montagne e il profumo del timo selvatico.

Biagio si trovava nello studio che era stato di suo padre. L'antica scrivania in noce massiccio, dove Nunzio aveva passato quarant'anni a esaminare mappe e registri di proprietà, era ordinata con la stessa cura quasi maniacale che il vecchio pensionato aveva sempre preteso. Ogni penna al suo posto, ogni cartella allineata con precisione millimetrica.

Giulia entrò nella stanza portando due tazzine di caffè fumante sul vassoio d'ottone di Caterina. "Biagio, ha telefonato il procuratore da Roma. Gli ultimi beni confiscati alla società di copertura di Rinaldi sono stati trasferiti ufficialmente al comune di Potenza. Vogliono intitolare il nuovo centro di documentazione Antimafia a tua madre e a tuo padre."

Biagio prese la tazzina, guardando fuori dalla finestra verso il balcone dove le piante di gerani di Caterina erano tornate a fiorire rigogliose grazie alle cure di Giulia.

"Mio padre non avrebbe mai voluto una cerimonia ufficiale," disse Biagio con un sorriso malinconico ma sereno. "Gli bastava sapere che la sua casa fosse sicura e che il catasto della città non avesse schede fuori posto. Ma so che mamma avrebbe sorriso vedendo la sua terra di Laurenzana trasformata in un parco pubblico per i ragazzi."

"E la scatola di metallo?" chiese Giulia a bassa voce. "Cosa ne è stato dei frammenti recuperati dai Carabinieri al viadotto?"

Biagio aprì il cassetto centrale della scrivania di Nunzio. All'interno non c'erano più segreti informatici, schede di memoria o documenti criptati. C'era soltanto un piccolo quaderno di cuoio marrone con la copertina consumata: il diario personale che Nunzio aveva iniziato a scrivere il giorno del suo pensionamento.

Biagio sfogliò le ultime pagine del diario. L'ultima annotazione, scritta da Nunzio con la sua grafia elegante da geometra poche ore prima di mettere la telecamera nascosta in cucina, diceva:

"24 Novembre. Se il buio entra in una casa, non serve chiudere le imposte per cacciarlo via. Bisogna accendere una luce, anche se è piccola come una torcia, anche se fa paura quello che mostra. Se il mio Biagio tornerà stanotte, gli farò trovare la tazza del caffè sul gancio di destra. Qualsiasi cosa sia successa nel mondo là fuori, questa è la sua casa."

Una lacrima solitaria scivolò sulla guancia di Biagio, andando a bagnare la pagina del diario. Chiese a Giulia di avvicinarsi e la strinse a sé in un abbraccio caldo e lungo.

"Mio padre ha protetto questa casa con la sua vita," disse Biagio con voce ferma. "Ora tocca a noi fare in modo che nessuna ombra possa mai più oscurare questa città."

Uscirono sul balcone della cucina. Dalla finestra del piano di sopra, dove una volta don Carmelo spiava le luci notturne, ora sventolava una semplice bandiera bianca issata dai nuovi inquilini, una giovane coppia di maestri di scuola elementare che aveva acquistato l'appartamento.

Il vento della Basilicata soffiava forte tra i tetti di tegole rosse del centro storico, spazzando via ogni residuo di nebbia e di paura. La storia della famiglia Santoro non era più una cronaca di inganni e di fuga, ma una testimonianza indelebile di come l'amore di un padre e la forza della verità potessero vincere contro la rete criminale più spietata.

Biagio tirò fuori dalla tasca la piccola foglia d'argento di Caterina, la sollevò verso il cielo azzurro di Potenza e la lasciò brillare al sole del pomeriggio. La casa di pietra era finalmente in pace.

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