L'esplosione di fosforo bianco squarciò l'oscurità sotto il viadotto con una luce accecante e spaventosa. Le fiamme ad altissima temperatura divorarono istantaneamente la scatola di metallo e investirono le gambe di Greco e dei due mercenari al suo fianco, scatenando urla di dolore disperate. Il fosforo brillava nell'aria come una pioggia di stelle incandescenti che bruciava persino il fango e la neve sciolta.
"Via! Correte verso la ferrovia!" ruggì Giulia, approfittando del caos totale per spalancare il fuoco con la sua pistola contro l'unico mercenario rimasto in piedi sul lato destro.
Biagio mi afferrò per il giaccone con una forza brutale, trascinandomi su per la ripida scarpata di pietra che portava direttamente ai binari del viadotto ferroviario. I miei polmoni bruciavano, le gambe mi dolevano come se fossero fatte di piombo fuso, ma il terrore di essere catturato mi forniva un'energia innaturale.
Dietro di noi si udivano colpi d'arma da fuoco disordinati e le urla di Greco che imprecava nella notte, tentando di spegnere le fiamme di fosforo che gli divoravano i pantaloni tattici.
Raggiungemmo la sommità della scarpata e ci ritrovammo sui binari della linea Potenza-Battipaglia. Le traversine di legno scuro erano scivolose per il nevischio.
"Giulia! Sali!" gridò Biagio sporgendosi dal bordo della massicciata.
Giulia ci raggiunse con il fiato corto, il volto striato di fuliggine e un taglio profondo sulla guancia sinistra da cui colava sangue scuro. "I mercenari stanno salendo dalla scarpata nord! Tra meno di un minuto saranno qui sopra!"
In quel preciso istante, una vibrazione profonda e ritmica scosse i binari sotto i nostri piedi. Un fischio prolungato e sordo risuonò nella nebbia fitta proveniente da est.
Un treno merci merci ad alta velocità stava sopraggiungendo lungo il viadotto, con i suoi immensi fari gialli che fendevano la nebbia a poche centinaia di metri da noi.
"Dobbiamo saltare sul camminamento laterale di servizio!" urlò Biagio indicando la stretta passerella di grigliato metallico sospesa sul vuoto del fiume, montata al lato esterno dei binari del viadotto.
Ci gettammo oltre la barriera di protezione proprio mentre il locomotore pesante del treno merci sfrecciava a novanta chilometri orari sui binari, sollevando uno spostamento d'aria tremendo che ci schiacciò contro le ringhiere di ferro. Il ruggito del treno fu assordante: decine di vagoni merci spessi e metallici cominciarono a scorrere davanti ai nostri occhi a pochissimi centimetri di distanza, creando un muro in movimento insuperabile tra noi e la scarpata da cui stavano salendo i mercenari.
Dall'altra parte del treno in corsa vedemmo le sagome di Greco e dei suoi uomini arrivare sui binari, bloccati e impossibilitati a attraversare la linea ferroviaria tagliata dal convoglio in transito.
"Nunzio, tieniti forte!" mi gridò Giulia mentre la passerella di servizio tremava spaventosamente sotto il peso del treno e sotto la spinta delle raffiche di vento gelido che salivano dalla gola del fiume Basento, cinquanta metri più in basso.
Stringevo le dita bagnate contro il ferro freddo della ringhiera con tutte le forze che mi rimanevano. Guardai mio figlio. Biagio stava tentando di proteggermi con il suo corpo, tenendosi agganciato a un montante della struttura con un braccio e tenendo stretta la tasca con il disco rigido con l'altro.
In quel momento di pura sospensione tra la vita e la morte, sul volto di Biagio vidi una consapevolezza tragica. Il piano di fuga era fallito: non avevamo più l'auto, eravamo bloccati su una passerella sospesa nel vuoto e, una volta passato il treno merci, i mercenari avrebbero semplicemente aggirato il viadotto o sparato attraverso la ringhiera.
"Papà..." disse Biagio, la sua voce appena udibile sopra il fragore tremendo dei ruote di ferro del treno. "Devi fare una cosa per me."
"Cosa dici, Biagio? Restiamo uniti!" gridai disperato.
Biagio si sfilò la catenina d'argento con il ciondolo a foglia d'ulivo che Giulia gli aveva restituito e me la mise con forza nella tasca della giacca insieme a una piccola scheda di memoria Micro-SD estratta dal suo telefono.
"Il disco rigido che ho nella felpa è un esca," mi sussurrò mio figlio negli occhi, e per la prima volta vidi nei suoi occhi la stessa luce determinata e serena che aveva sua madre Caterina prima di morire. "La vera chiave d'accesso per la Procura Antimafia è in questa scheda Micro-SD. Carmelo e Greco pensano che io abbia tutto nel disco grande."
"Biagio, no! Cosa hai intenzione di fare?!" impazzii dalla paura, cercando di afferrargli le bracca.
"Giulia, prendi mio padre e porta via da qui appena il treno finisce di passare! Usate il passaggio d'ispezione della seconda campata che porta verso la strada statale!" ordinò Biagio a Giulia con un tono che non ammetteva repliche.
"Biagio, è un suicidio!" protestò Giulia, ma il suo sguardo rivelava che capiva esattamente la logica spietata di quella scelta.
L'ultimo vagone del treno merci scivolò via sui binari con un stridore prolungato. L'oscurità e il silenzio ripiombarono sul viadotto per un breve secondo.
Dall'altra parte dei binari, Greco si ergeva con la pistola spianata, la gamba sinistra bruciata dal fosforo e il volto deformato da una rabbia animalesca. "Fine della corsa, Santoro! Consegnami quel disco o vi massacro tutti e tre qui sopra!"
Biagio si alzò in piedi sulla passerella, ben visibile sul profilo del viadotto. Estrasse il disco rigido grande dalla felpa e lo sollevò sopra la testa.
"Vuoi questo, Greco?!" urlò Biagio a squarciagola. "Vieni a prenderlo!"
Mio figlio fece un balzo all'indietro oltre la ringhiera di protezione della passerella, lanciandosi nel vuoto della gola del fiume Basento insieme al disco rigido.
"NOOOOOOO!" urlai con quanto fiato avevo in gola, spingendomi verso la ringhiera mentre la voce di mio figlio veniva inghiottita dal buio e dal fragore delle acque impetuose del fiume sottostante.
Greco e i suoi mercenari corsero verso il bordo del viadotto, puntando le torce verso l'abisso nero della gola per scorgere il corpo di Biagio o il recuperare il disco rigido nell'acqua.
Giulia mi afferrò con una forza disperata per le spalle, trascinandomi a forza verso la botola della seconda campata del viadotto prima che gli uomini armati si accorgessero che ero ancora vivo sul camminamento.
"Dobbiamo andare, Nunzio! Dobbiamo farlo per Biagio!" piangeva Giulia mentre mi spingeva giù per le scale d'emergenza della struttura di cemento.
Scesi quei gradini come un fantasma, svuotato d'anima, privo di qualsiasi sensazione fisica. Mio figlio si era lanciato nel vuoto per salvarmi la vita e per impedire a quei criminali di distruggere la verità su Caterina.
Raggiungemmo la base del pilone del viadotto tre minuti dopo. Giulia mi guidò attraverso la fitta macchia di vegetazione selvaggia fino a un piazzale sterrato dove si trovava un camion di consegne parcheggiato da un contadino locale. Giulia forzò la portiera con una abilità fredda, avviò il motore cavallottando i fili sotto il volante e partì a tutta velocità verso la strada statale in direzione Salerno.
Io stavo seduto sul sedile del passeggero, immobile, tenendo stretta nella mano destra la piccola scheda Micro-SD e la foglia d'argento di Caterina. Le lacrime mi bagnavano il volto rugoso senza che potessi fermarle.
Sullo schermo del cellulare di Giulia, rimasto sul cruscotto, arrivò una notifica d'emergenza dell'ANSA: "POTENZA: Sparatoria sul viadotto ferroviario Basento. Rintracciato il corpo di un uomo nel fiume. Identificato come Biagio Santoro, ricercato per spionaggio."
Spinsi la scheda di memoria ancora più a fondo nel palmo della mia mano. Mio figlio non era morto invano. La sua battaglia non era finita, perché finché avessi avuto fiato nei polmoni, avrei portato quella scheda a destinazione.
Ma mentre il camion si immetteva sull'autostrada A2 verso nord, un faro singolo e potente di una motocicletta di grande cilindrata comparve nello specchietto retrovisore, mantenendo la nostra stessa velocità costante nell'oscurità della notte.
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