La luce singola della motocicletta ci seguiva come un occhio di fuoco nell'oscurità dell'autostrada A2. Non accelerava per affiancarci, né perdeva metri quando Giulia spingeva il camioncino fino al limite delle sue possibilità meccaniche. Rimaneva lì, piantata a circa cinquanta metri dal nostro paraurti posteriore, una presenza spettrale nella nebbia che si infittiva man mano che salivamo verso i valichi dell'Appennino lucano.
"Ci sta tracciando," disse Giulia a denti stretti, controllando continuamente lo specchietto retrovisore. Il suo volto era una maschera di tensione e dolore. "Non tenta il sorpasso perché attende che usciamo dal tratto autostradale per bloccarci su una strada secondaria dove non ci sono telecamere di tutor."
Io non risposi. Fissavo la scheda Micro-SD adagiata nel palmo della mia mano. Era minuscola, un piccolo pezzetto di plastica nera e contatti dorati che valeva la vita di mio figlio, l'onore di mia moglie e la rovina di un impero criminale ramificato nelle istituzioni.
"Nunzio, mi senti?" Giulia mi diede una colpetto sulla spalla con la mano destra, senza staccare gli occhi dalla strada. "Dobbiamo lasciare questa strada al prossimo svincolo per Sicignano. Se continuiamo verso Salerno, trovetemo un posto di blocco orchestrato dai loro contatti nella polizia stradale."
"Fai quello che devi," risposi con una voce spenta, cavernosa, che non sembrava nemmeno la mia. "Biagio mi ha lasciato questo compito. Non mi importa cosa succederà a me, basta che questi dati arrivino a un giudice onesto."
"Arriveranno," promise Giulia con una ferocia cupa. "Ma per farlo dobbiamo sopravvivere alle prossime due ore."
Giulia sterzò bruscamente a destra, imboccando la rampa d'uscita di Sicignano degli Alburni senza azionare le frecce d'indicazione. Il vecchio camioncino sbandò paurosamente sulle ruote consumate, sollevando uno stridore di pneumatici che risuonò tra le montagne desolate.
La motocicletta dietro di noi piegò con un'agilità spaventosa, seguendoci lungo lo svincolo e mantenendo la distanza di sicurezza.
Ci ritrovammo su una strada provinciale stretta e priva d'illuminazione, arrampicata sui fianchi rocciosi degli Alburni. La pioggia era cessata, sostituita da una brina gelida che rendeva l'asfalto scivoloso come una lastra di vetro.
Improvvisamente, il motore della motocicletta produsse un rombo assordante. Il guidatore aumentò la velocità, affiancandosi al lato sinistro del camioncino. Alla luce dei fari di posizione, compresi che la moto era una potente enduro da fuoristrada. Il pilota indossava una tuta integrale nera e un casco con visiera oscurata.
Dalla tasca della tuta, il motociclista tirò fuori un piccolo dispositivo elettronico a ventosa e lo scagliò con precisione assoluta contro il finestrino del lato guidatore. Il dispositivo si attaccò al vetro con un 'clack' metallico e cominciò a emettere un bip rosso ad alta frequenza.
"Un impulso EMP da contatto!" urlò Giulia. "Copriti la testa!"
Un secondo dopo, il dispositivo esplose con una scarica elettrica azzurra. Tutti i quadri elettrici del camioncino si spensero all'istante. I fari si estinsero, il motore morì con un rantolo sordo e i freni servocresciuti divennero duri come il marmo.
Il camioncino, ormai privo di controllo e di luci, continuò la sua corsa per inerzia lungo la discesa buia della strada provinciale, puntando direttamente verso un muretto di contenimento in pietra oltre il quale si apriva un burrone di centinaia di metri.
"Sterza! Sterza col freno a mano!" gridai afferrando il volante insieme a Giulia.
Tirammo la leva del freno meccanico con tutte le forze riunite. Le ruote posteriori si bloccarono con uno stridore tremendo. Il veicolo ruotò su se stesso di centottanta gradi, strisciando con la fiancata metallica contro la roccia della montagna in una pioggia di scintille incandescenti, prima di arrestare la sua corsa a pochi centimetri dal baratro.
L'impatto fu tremendo. La mia testa urtò contro il cruscotto di plastica dura, spalancandomi una ferita sanguinante sulla fronte. Il dolore mi annebbiò la vista per qualche secondo.
Quando riaprii gli occhi, la portiera del lato guida venne strappata con una violenza inaudita dall'esterno.
Il motociclista era lì, ritto nell'oscurità. Si sfilò il casco integrale con un gesto lento e deliberato.
Alla luce della luna che emergeva dalle nuvole squarciate, rimasi pietrificato.
Il volto sotto il casco non apparteneva a un mercenario di Milano, né a un sicario sconosciuto.
Era il volto di Biagio.
Mio figlio era vivo. Il suo viso era segnato da lacerazioni profonde, la spalla sinistra era immobilizzata da una fasciatura di fortuna intrisa di sangue, ma i suoi occhi brillavano di una risoluzione d'acciaio.
"Biagio..." balbettai, credendo di essere caduto in un delirio causato dal trauma cranico. "Sei... sei vivo?"
"Non c'era abbastanza acqua nel Basento per tenermi giù, papà," disse Biagio con una voce profonda, piegandosi verso l'abitacolo per aiutarmi ad uscire. "Il salto era l'unico modo per far credere a Greco che il disco fosse andato distrutto nell'impatto con le rocce del fiume. Ho recuperato la moto che avevo nascosto sotto la seconda campata e vi ho seguito fin qui."
Giulia uscì dal lato passeggero, asciugandosi il sangue dalla guancia. "Sei un pazzo scatenato, Santoro. Potevi ammazzarti!"
"Non c'era altro modo," rispose Biagio, abbracciandomi con il suo unico braccio sano mentre lo aiutavo a stare in piedi. "Ma ora abbiamo un margine di sole tre ore. La notizia del mio presunto ritrovamento nel fiume è stata diffusa appositamente da me attraverso un falso rapporto inviato ai server della polizia. Greco crede che la minaccia sia finita."
"E la scheda Micro-SD?" chiesi tirando fuori il piccolo frammento di plastica.
"È intatta," disse Biagio guardando la scheda. "Ora dobbiamo raggiungere l'unico luogo dove la Procura Antimafia non può essere corrotta o intimidita: la sede distrettuale del Nucleo Operativo di Salerno. Lì c'è un procuratore aggiunto, il dottor Matteo Rinaldi. Era l'unico contatto sicuro di mia madre Caterina vent'anni fa."
"Rinaldi?" sussultai al sentire quel nome. "Matteo Rinaldi era il magistrato che seguì l'inchiesta sulla speculazione edilizia a Potenza negli anni novanta! Ma Biagio... Rinaldi è andato in pensione cinque anni fa e vive isolato in una tenuta nelle campagne di Eboli!"
Biagio mi fissò con uno sguardo sgomento. "Cosa stai dicendo, papà? Il mio contatto all'interno del sistema mi ha assicurato che Rinaldi è ancora in servizio attivo alla Procura di Salerno!"
Un brivido d'incubo mi gelò nuovamente il sangue. Se il contatto di Biagio gli aveva fornito un'informazione falsa su Rinaldi, significava che tutta la catena di contatti su cui avevamo fatto affidamento per la fuga era stata orchestrata da una mano invisibile fin dal principio.
In quel momento, dal casco della motocicletta appoggiato sul serbatoio della moto, risuonò la frequenza di un'intercettazione radio della polizia: "Unità Alpha-1 a Centrale. Obiettivo individuato lungo la provinciale di Sicignano. Il soggetto anziano porta con sé la chiave primaria. Procedere con la fase tre: eliminazione di tutti i testimoni."
La voce alla radio non apparteneva a Greco.
Era la voce del dottor Matteo Rinaldi.
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