L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA
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L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA

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Il silenzio che seguì quella trasmissione radio fu più devastante dell'esplosione di fosforo al viadotto. La voce del dottor Matteo Rinaldi — l'uomo che per decenni era stato considerato un baluardo della legalità in Basilicata e Campania, l'amico fidato a cui mia moglie Caterina si era rivolta in punto di morte — era la stessa voce che ordinava la nostra eliminazione sistematica.

"Rinaldi..." mormorò Biagio, la voce rotta da un'incredulità devastante. "Era lui... Era lui la fonte anonima che mi passava le soffiate criptate a Milano. Non mi stava aiutando a smascherare il sistema. Mi stava usando per unificare tutti i documenti di mia madre in un unico file decrittabile per poi cancellarli definitivamente!"

"Tua madre non si è mai fidata del tutto di Rinaldi," dissi io, e improvvisamente decine di ricordi sepolti nella mia memoria riaffiorarono con una chiarezza spietata. "Caterina ripeteva sempre: 'I magistrati scrivono le sentenze con la penna, ma alcuni firmano le condanne con l'inchiostro invisibile.' Non capivo cosa intendesse allora. Ma tre mesi prima di morire, Caterina mi fece giurare di non consegnare mai le mappe del foglio 42 a nessun uomo di legge, a meno che non fosse presente un notaio civile di nostra fiducia."

Giulia si avvicinò alla motocicletta e staccò la radio d'intercettazione per esaminare la frequenza. "La trasmissione proviene da una stazione ponti-radio situata nella tenuta di Rinaldi ad Eboli. Dista meno di quindici chilometri da qui. Se Rinaldi sa che siamo sulla provinciale, ha già schierato la sua guardia personale lungo la statale per sbarrarci ogni via di fuga verso il nord."

"Non possiamo scappare per sempre," dissi io, facendomi avanti tra mio figlio e Giulia. La stanchezza fisica e la paura che mi avevano paralizzato nelle ultime ventiquattr'ore lasciarono il posto a una fredda e lucida determinazione d'anziano che non ha più nulla da perdere. "Biagio ha finto di essere morto per far abbassare la guardia a Greco. Ma se Rinaldi sa che la scheda di memoria è con me, significa che il vero bersaglio non è mai stato Biagio. Sono io."

"Cosa vuoi dire, papà?" chiese Biagio mettendosi una mano sulla spalla ferita.

"La chiave biometrica e le coordinate del foglio 42 non servono solo a decrittare il file," spiegai guardando mio figlio negli occhi. "Servono ad attivare un protocollo di archiviazione automatica che Caterina ha depositato trent'anni fa presso la banca dati centrale del catasto nazionale. Io sono l'unico conservatore registrato che possiede ancora i codici d'accesso di vecchio livello amministrativo. Senza la mia impronta digitale e la mia password personale, nemmeno il file decrittato dalla Micro-SD può essere reso pubblico o distrutto definitivamente. Rinaldi ha bisogno di me vivo per cancellare per sempre l'archivio di Caterina!"

Biagio e Giulia si scambiarono uno sguardo sconvolto. La complessità della rete di protezione creata da mia moglie Caterina andava ben oltre quello che qualsiasi informatico moderno avrebbe potuto concepire. Era un sistema basato sulla burocrazia umana, irraggiungibile dai virus informatici e dagli attacchi hacker.

"Se ti catturano, papà, ti costringeranno ad accedere al sistema e poi..." Biagio non riuscì a finire la frase.

"E poi mi uccideranno," finii io per lui con un sorriso amaro. "Ma se noi andiamo direttamente da Rinaldi, nella sua tenuta di Eboli, saremo noi a portargli la trappola a casa."

"Sei impazzito, Nunzio?" protestò Giulia. "La tenuta di Rinaldi è fortezza sorvegliata da ex agenti dei servizi segreti! È un suicidio entrare lì dentro senza una squadra d'assalto!"

"Rinaldi si aspetta che noi fuggiamo verso la Costiera Amalfitana o verso Roma," ribattei fermamente. "Non si aspetta minimamente che tre fuggitivi spezzati e braccati si presentino alla sua porta principale. E c'è una cosa che Rinaldi non sa: io ho progettato la piantina catastale della sua tenuta quando è stata costruita nel 1988."

Mio figlio mi fissò con un misto di rispetto e sbigottimento. "Papà... tu ricordi i passaggi della tenuta?"

"Ricordo ogni singolo pilone di cemento, ogni condotto di ventilazione e la posizione esatta della cassaforte sotterranea dove tiene i suoi archivi privati," risposi. "Caterina insistette perché io conservassi una copia eliografica del progetto originale nel mio archivio privato a Potenza. Ho quella piantina impressa nella mente."

Biagio guardò la motocicletta enduro e poi il camioncino incidentato. "La moto può portare solo due persone. E la spalla non mi permette di guidare ad alta velocità."

"Guido io la moto," disse Giulia afferrando il casco integrale. "Biagio salirà dietro di me. Nunzio... come pensi di raggiungere la tenuta se la moto ha solo due posti?"

Guardai verso la provinciale buia. In lontananza, le luci di un vecchio trattore agricolo con rimorchio si stavano avvicinando lentamente lungo la strada sterrata dei campi sottostanti. Era un contadino locale che usciva per il controllo mattutino dei pascoli.

"La Basilicata e la Campania rurale sono la mia terra," dissi sfiorando la foglia d'argento di Caterina nella mia tasca. "So come muovermi tra i campi senza che nessuna telecamera mi veda mai. Voi raggiungete il perimetro ovest della tenuta di Eboli e attendete il mio segnale."

"Quale segnale, papà?" chiese Biagio con la voce tremante di ansia.

"Quando vedrete le luci della serra principale spegnersi, saprete che sono entrato nel quadro elettrico generale," risposi. "A quel punto, inserirete la scheda Micro-SD nel terminale di trasmissione della moto e invierete il segnale. Sarà Caterina a chiudere questa storia."

Ci dividemmo nell'oscurità delle montagne. Biagio e Giulia salirono sulla motocicletta, svanendo lungo i sentieri sterrati del bosco di conifere.

Io scesi a passo rapido verso la strada di campagna, fermando il vecchio trattore con un gesto della mano. Il contadino alla guida, un uomo rugoso sulla ottantina, mi guardò con sorpresa nel vedere un anziano distinto con la testa insanguinata e gli abiti fangosi nel bel mezzo della notte.

"Buonasera," dissi con il tono calmo ed educato che usavo agli sportelli del catasto. "Ho avuto un guasto con l'auto. Mi dareste un passaggio fino al bivio di Eboli? Ho una pratica urgente da consegnare al dottor Rinaldi."

Il contadino sputò a terra, mi squadrò da capo a piedi e fece un cenno verso il sedile di legno del rimorchio. "Sali, paesano. La notte è fredda e i signori dei palazzi non aspettano mai."

Salii sul rimorchio mentre il trattore riprendeva la sua marcia lenta verso la tenuta del burattinaio. La battaglia finale per la verità era appena cominciata, ma mentre il trattore avanzava nella nebbia mattutina, sentii il pulsare sordo della mia ferita alla testa diventare un dolore acuto e penetrante, accompagnato da una sensazione di freddo glaciale che si diffondeva dal petto fino alle braccia.

Guardai le mie mani tremanti: le punte delle mie dita stavano diventando viola. Il mio cuore di settantacinquenne, sottoposto a uno sforzo immane e a uno stress devastante per trenta ore consecutive, stava cominciando a cedere.

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