L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA
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L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA

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Il respiro mi si bloccò nella gola. L'uomo che per vent'anni aveva condiviso con me il pianerottolo, l'anziano con cui scambiavo opinioni sul meteo, sulle bollette e sulla cura del giardino, teneva in mano una pistola automatica nera con la disinvoltura di un professionista dell'addestramento militare. Non c'era traccia della debolezza senile nei suoi occhi, né del tremolio alle mani che ostentava sempre quando mi consegnava la posta.

"Carmelo... tu?" balbettai, muovendo un passo indietro finché la mia schiena non urtò il marmo freddo del loculo 104. "Cosa significa questo? Tu hai detto che..."

"Ho detto quello che serviva per farti mettere quella telecamera, Nunzio," interruppe Carmelo con un tono glaciale, privo di qualsiasi calore di vicinato. "Sapevo che Biagio si nascondeva in casa tua. Ma dovevo essere certo che tu scoprissi la sua presenza senza che lui sospettasse di essere stato tracciato da me. Ho usato la tua ingenuità di padre per costringere Biagio a uscire allo scoperto."

"Tu sei con loro?" chiesi, stringendo la scatola di metallo nero contro le mie costole come se potesse farmi da scudo. "Chi sei veramente?"

Carmelo fece un sorriso amaro, un taglio sottile sul suo volto rugoso. "Non sono con le persone che hanno bussato alla tua porta mezz'ora fa. Quelli sono i picciotti mandati dai creditori di Milano, gente rozza che risolve i problemi con le mazze e i blocchi di cemento. Io lavoro per un'agenzia che recupera risorse strategiche nazionali. Tuo figlio non è un semplice ingegnere indebitato, Nunzio. Biagio è un informatico che ha scoperto un canale di riciclaggio di denaro gestito da alti funzionari statali e aziende di copertura. Quella scatola che tieni tra le mani non contiene soldi o droga. Contiene la lista dei codici d'accesso ai server criptati che contengono le prove di quarant'anni di corruzione."

Le sue parole risuonavano nella cappella di pietra come un'eco da incubo. Tutto quello che credevo di sapere sulla mia famiglia, sulla mia tranquilla pensione a Potenza e sul futuro di mio figlio si stava sgretolando in un baratro di inganni.

"E perché coinvolgere me?" gridai, la rabbia che superava momentaneamente la paura. "Mio figlio rischia la vita!"

"Tuo figlio si è rifugiato qui perché pensava che la Basilicata fosse un buco nero dove scomparire," spiegò Carmelo, abbassando di qualche centimetro la pistola, ma senza distogliere il mirino dal mio torace. "Ma ha commesso un errore: ha inserito tua moglie Caterina nel sistema di cifratura."

Sussultai. "Caterina? Cosa c'entra Caterina? Mia moglie è morta di tumore quattro anni fa!"

"Tua moglie non è morta per un tumore improprio, Nunzio," disse Carmelo, e per la prima volta la sua voce ebbe un'esitazione impercettibile. "Caterina lavorava come archivista riservata presso la Prefettura prima di andare in pensione. Era stata lei a scoprire la prima traccia di questo sistema negli anni '90. Non ti ha mai detto nulla per proteggerti. E Biagio ha scoperto la verità solo qualche mese fa, analizzando le vecchie carte di sua madre rimaste nella tua soffitta."

Mi sentii mancare l'aria. Il pavimento sotto i miei piedi parve oscillare. La memoria di Caterina — la donna dolce con cui avevo condiviso quarantacinque anni di vita semplice, che cucinava la domenica e curava le piante sul balcone — veniva improvvisamente riscritta da una realtà parallela oscena e pericolosa.

"Dove si trova Biagio ora?" chiesi con la voce ridotta a un sussurro roco.

"È in trappola nei pressi del vecchio ponte San Vito," rispose Carmelo. "Gli uomini del cappotto scuro lo hanno individuato circa venti minuti fa. Se io prendo la scatola adesso, posso negoziare la sua consegna con i miei superiori e salvargli la vita prima che la squadra di Milano lo trovi ed elimini ogni testimone. Dammi la scatola, Nunzio. È l'unico modo per vederlo vivo."

L'anziano vicino avanzò di un passo, tendendo la mano sinistra mentre con la destra manteneva il controllo dell'arma. Il suo sguardo era penetrante, ma c'era un dettaglio che non quadrava. Nella lettera, Biagio aveva scritto chiaramente: "Non fidarti di nessuno, nemmeno di don Carmelo."

Perché Biagio doveva specificarlo con tanta precisione se non sapeva che Carmelo era coinvolto? Se Biagio aveva previsto che Carmelo mi avrebbe manipolato, significa che la trappola era diversa da quella che l'uomo mi stava raccontando.

Guardai lo zaino tattico dentro il loculo 104 aperto dietro di me. Tra il monitor e la torcia spuntava un piccolo dispositivo rettangolare con un pulsante rosso fluorescente. La lettera di Biagio diceva: "Lì troverai la seconda metà della verità."

Facendo finta di perdere l'equilibrio per la debolezza e per l'impatto emotivo delle sue rivelazioni, mi accasciai all'indietro contro la parete del loculo. La mia mano destra scivolò nell'incavo del marmo e le mie dita incontrarono il pulsante rosso dello zaino. Premetti con tutta la forza che mi rimaneva.

Improvvisamente, un segnale acustico ad altissima frequenza esplose dall'interno del loculo, accompagnato da un raggio di luce strobo ad altissima intensità che accecò istantaneamente l'ambiente chiuso della cappella.

Carmelo emise un grido di dolore, portandosi la mano agli occhi per ripararsi dalla luce abbagliante e disorientante. La pistola gli sfuggì dalle dita, cadendo sulla ghiaia con un rumore metallico.

Senza riflettere, spinto da un puro istinto di sopravvivenza, afferrai lo zaino dal loculo con la mano sinistra, mantenni la scatola di metallo sotto il braccio destro e colpii Carmelo al fianco con tutto il peso del mio corpo. L'anziano vicino balzò all'indietro, incappando nel gradino di marmo della tomba e cadendo violentemente a terra.

Non aspettai che si riprendesse. Corsi fuori dalla cappella Santoro, battendo la ghiaia con passi disperati, mentre la nebbia del cimitero inghiottiva le urla di rabbia di Carmelo dietro di me.

Uscii dal cancello secondario che era ancora socchiuso. La pioggia aveva ricominciato a cadere, una pioggia fine e gelida che mi bagnava il viso mischiandosi al mio sudore freddo. Avevo lo zaino sulle spalle e la scatola sul petto. Il piccolo monitor all'interno dello zaino cominciò a emettere un 'bip' ritmico ogni tre secondi.

Estrassi il monitor mentre camminavo nell'oscurità del perimetro del cimitero. Sul piccolo schermo a cristalli liquidi verde comparve una mappa satellitare semplificata della città di Potenza. Un punto rosso lampeggiava nell'area industriale dismessa vicino al fiume Basento, ben lontano dal ponte San Vito che Carmelo aveva menzionato per depistarmi.

Sotto il punto rosso, una scritta in scorrimento automatico diceva: "Papà, se hai attivato il segnale, Carmelo è compromesso. Raggiungimi al capannone Ex-Incap entro trenta minuti. Viene da solo. Se vedi una macchina nera con targa lombarda, spara al radiatore."

Spara al radiatore? Io ero un pensionato del catasto di settantacinque anni che non aveva mai impugnato un'arma in tutta la sua vita!

Mentre riponevo il monitor nello zaino, una macchina scura passò a lenta velocità lungo la strada adiacente al cimitero. I suoi fari f fendinebbia perlustravano i marciapiedi deserti. La vettura rallentò esattamente all'altezza della mia posizione.

Mi appiattai contro il muro di cinta del cimitero, col cuore in gola. La portiera posteriore dell'auto si aprì lentamente e una figura emerse dalla nebbia, impugnando qualcosa di lungo e metallico.

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