Tre mesi dopo.
Il sole di maggio splendeva caldo e limpido sopra la città di Potenza, illuminando le antiche mura di pietra del centro storico e i vicoli stretti che si arrampicavano verso la cattedrale. L'aria era satura del profumo dei fiori d'arancio e del tiglio in fiore.
Nella grande aula dell'Udienza del Tribunale di Roma, la sentenza di primo grado del processo ribattezzato dai giornali nazionali "Operazione Foglio 42" era appena stata letta dal Presidente della Corte d'Assise.
Il dottor Matteo Rinaldi era stato condannato all'ergastolo per associazione per delinquere di stampo mafioso, alto tradimento e concorso nell'omicidio di Caterina Santoro. Insieme a lui, trentaquattro funzionari pubblici, dirigenti d'azienda e intermediari criminali — compreso l'uomo col cappotto scuro, identificato come l'ex mercenario lucano Greco — avevano ricevuto condanne severe che smantellavano per sempre la rete di corruzione che aveva parassitato le istituzioni per oltre quarant'anni.
Sul piazzale antistante il cimitero monumentale di Potenza, una piccola folla di cittadini, giornalisti e autorità locali si era radunata attorno alla cappella di famiglia della famiglia Santoro.
Biagio camminava lentamente lungo il viale alberato di cipressi. Indossava un abito scuro ed elegante, il braccio sinistro completamente guarito dalla lesione subita al viadotto. Al suo fianco camminava Giulia, diventata ora sua compagna nella vita e nell'impegno civile all'interno della nuova fondazione intitolata alla memoria dei suoi genitori.
Raggiunsero la tomba di famiglia. Sulla parete di marmo bianco erano incise tre date e tre nomi:
CATERINA SANTORO (1951 - 2022) La verità non si cancella.
NUNZIO SANTORO (1948 - 2026) Un padre d'onore e di coraggio.
BIAGIO E GIULIA Custodi della memoria.
Biagio si inginocchiò sul marmo levigato, appoggiando un mazzo di ulivo fresco e rose bianche alla base della lastra. Sfiorò con le dita le lettere incise nel marmo del nome di mio padre Nunzio.
"Abbiamo finito, papà," disse Biagio a bassa voce, mentre una brezza leggera faceva oscillare i rami dei cipressi sopra di loro. "La casa di Potenza non è più vuota. I tuoi ricordi, i tuoi quaderni del catasto e le storie di mamma sono ora conservati nell'archivio pubblico della città. Nessuno potrà mai più cancellare quello che avete fatto."
Giulia gli si avvicinò, mettendogli una mano sulla spalla con dolcezza. "I Carabinieri hanno completato il dissequestro della casa del centro storico, Biagio. Se vuoi, possiamo tornare ad aprirla stasera."
Biagio si rialzò lentamente, guardando verso il panorama della città di Potenza che si stendeva lungo la valle del Basento sotto la luce dorata del pomeriggio.
"Sì," rispose Biagio con un sorriso sereno. "Torniamo a casa."
Mentre i due si avviavano verso l'uscita del cimitero, una figura anziana vestita con un vecchio abito grigio li osservava da lontano, all'ombra del porticato della cappella Santoro.
L'anziano portava un cappello di paglia e teneva le mani affondate nelle tasche dei pantaloni. Quando Biagio si voltò per un ultimo sguardo verso la tomba, l'anziano fece un leggero cenno con il capo in segno di rispetto, per poi voltarsi e incamminarsi lentamente verso i viali alberati del cimitero.
Sul ripiano di marmo della tomba di Nunzio Santoro, accanto alle rose bianche e al ramo d'ulivo, la luce del sole fece brillare per un istante un piccolo oggetto metallico che non c'era prima: la vecchia chiave d'ottone numero 104.
L'ombra nel buio della casa di Potenza era svanita per sempre, lasciando il posto alla luce incrollabile della verità.
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