Il cuore mi schizzò in gola. Risi congelato sul pavimento del corridoio, con le ginocchia piantate nel parquet freddo e la scatola di metallo nero ancora incastrata sotto la credenza di noce. La busta da lettere bianca mi fissava dal pavimento come un occhio aperto. Tre colpi di nuovo, ancora più forti e cadenzati. Non era la bussata di un vicino di casa, né quella solita e sbrigativa del postino. Era un battito metodico, misurato, calcolato per incutere una pressione psicologica precisa.
Con estrema lentezza, mi rialzai facendo perno sulle braccia. Le mie articolazioni di settantacinquenne protestarono con una fitta di dolore alla schiena, ma l'adrenalina soffocò ogni debolezza fisica. Spinsi la scatola e la lettera più a fondo sotto il mobile, occultandole di nuovo nell'ombra, e mi avvicinai alla porta con passi felpati.
Trattenni il respiro. Avvicinai l'occhio al spioncino d'ottone della porta blindata. L'immagine grandangolare deformava la figura stante sul pianerottolo. L'uomo indossava un cappotto lungo di lana cotta antracite, con il colletto alzato fin sopra le orecchie, e un cappello a tesa larga calato sulla fronte. Aveva le mani affondate nelle tasche profonde del cappotto. Il suo volto rimase parzialmente nascosto nell'ombra della lampada a basso consumo del pianerottolo.
"So che sei lì dentro, signor Nunzio," disse l'uomo. La sua voce oltrepassò il legno massiccio con una limpidezza agghiacciante. Non strillava, parlava con un tono calmo, quasi confidenziale, venato da una leggera flessione dialettale non lucana, forse pugliese o campana. "Non c'è motivo di fare scene drammatiche. Sto cercando Biagio. So che è stato qui, e so che le ha lasciato un piccolo incarico di custodia."
Un brivido di puro terrore mi percorse la spina dorsale. Mio figlio non mi aveva lasciato nulla; aveva nascosto quella roba a mia insaputa. Il mio istinto di padre, tuttavia, prese il sopravvento sulla paura viscerale che mi attanagliava. Se quell'uomo era lì per Biagio, rivelargli qualsiasi dettaglio avrebbe potuto condannare mio figlio.
"Mio figlio vive a Milano!" risposi con la voce più ferma che riuscii a congelare in gola, posizionandomi lateralmente alla porta per non offrire un bersaglio diretto in caso di spari. "Non viene a Potenza da mesi! Se non ve ne andate immediatamente, chiamo i Carabinieri. La mia vicina di casa mi sta guardando dallo spioncino!"
Era una bugia disperata, ma servì a creare una pausa. Dall'altra parte della porta, l'uomo non si mosse di un millimetro. Sentii solo un sospiro lungo e rassegnato.
"I Carabinieri non c'entrano niente con questa storia, signor Nunzio. Lei è un uomo d'altri tempi, una persona d'onore che ha lavorato quarant'anni al catasto senza mai una macchia. Non vorrà rovinarsi la vecchiaia per le leggerezze di suo figlio. Biagio si è ficcato in un guaio più grande di lui. Ha preso cose che non gli appartengono da un server di sicurezza a Milano. Cose che valgono molti soldi e la libertà di persone molto potenti."
L'uomo fece un passo più vicino alla porta. Il suo cappello sfiorò quasi lo spioncino, oscurando completamente la mia visuale.
"Suo figlio le sta mentendo, signore," continuò con un sussurro penetrante. "Non è l'ingegnere di successo che vi racconta di essere. È immerso fino al collo in debiti di gioco e ha cercato di salvarsi estorcendo denaro a gente sbagliata tramite dati rubati. Ora, io so che lei ha una scatola. Se ce la consegna subito, dimenticheremo che questo appartamento esiste. Biagio avrà una possibilità di rimediare. Se invece sceglie di fare il padre protettivo senza sapere la verità... beh, la basilicata è piena di calanchi profondi e boschi isolati."
Le sue parole scavarono un abisso dentro la mia anima. Biagio? Debiti di gioco? Estorsione? Il mio Biagio, il ragazzo studioso che si era laureato con il massimo dei voti al Politecnico, che piangeva ogni volta che ricordavamo sua madre Caterina? Era impossibile. Eppure, la certezza incrollabile che avevo costruito attorno alla mia vita ordinata crollò in un istante come un castello di carte travolto dal vento.
"Non ho nessuna scatola," ripetetti, cercando di non far tremare il mento. "Se non te ne vai tra dieci secondi, aziono il salvavita dell'allarme condominiale."
L'uomo rimase in silenzio per cinque interminabili secondi. Poi, con una lentezza snervante, tirò fuori una mano dalla tasca del cappotto. Indossava un guanto di pelle nera. Poggiò qualcosa sul piccolo ripiano di marmo accanto al mio campanello.
"Rifletta, signor Nunzio. Tornerò stanotte. E stanotte non busserò."
Sentii i suoi passi pesanti scendere le scale di pietra del condominio, un gradino alla volta, fino a quando il portone d'ingresso al piano terra non si chiuse con un rimbombo sordo.
Rimasi immobile dietro la porta per almeno dieci minuti, il cuore che mi martellava contro le orecchie come un maglio. Quando fui certo che il pianerottolo fosse deserto, girai con cautela le due mandate della serratura e aprii uno spiraglio impercettibile. Sul ripiano di marmo c'era un oggetto piccolo e plastificato: un tesserino aziendale di riconoscimento.
Lo raccolsi con dita tremanti. Sopra c'era la foto di Biagio, ma il nome stampato sotto era del tutto diverso: Marco Valenti - Consulente Cybersecurity. La foto risaliva a pochi mesi prima, ma il volto di mio figlio appariva già segnato dalla sofferenza.
Richiusi la porta a chiave, inserendo anche la catena di sicurezza. Corsi di nuovo nel corridoio, mi inginocchiai senza curarmi del dolore ai muscoli e tirai fuori da sotto la credenza sia la scatola di metallo sia la busta da lettere bianca.
La mia mente era un vortice tempestoso. Chiamare la polizia? L'uomo aveva chiarito che la vita di Biagio era appesa a un filo. Se i Carabinieri fossero intervenuti, avrebbero arrestato Biagio per furto di dati o estorsione, oppure il gruppo criminale avrebbe colpito mio figlio prima di qualsiasi intervento della legge. Dovetti prendere la decisione più difficile della mia vita di vecchio pensionato: dovevo scoprire cosa c'era dentro quella lettera prima di fare qualsiasi mossa.
Stracciai il bordo della busta da lettere bianca. All'interno non c'era una lettera d'addio né un messaggio d'amore. C'era un foglio di carta protocollo ripiegato in quattro, scritto a mano con la grafia nervosa e inconfondibile di mio figlio, e una piccola chiave d'ottone vecchio stile con un numero inciso sopra: 104.
Dispiegai il foglio. Il testo diceva: "Papà, se stai leggendo questo significa che non sono riuscito a tornare in tempo e che ti hanno trovato. Non fidarti di nessuno, nemmeno di don Carmelo. Non aprire la scatola di metallo in casa: contiene un tracciatore GPS passivo che si attiva se la combinazione viene sbagliata tre volte. Se mi vuoi salvare, devi andare immediatamente al cimitero monumentale di Potenza. Cappella della famiglia Santoro, loculo 104. Lì troverai la seconda metà della verità. Ricordati di Caterina."
Ricordati di Caterina? Mia moglie era morta quattro anni prima e riposava proprio nello stesso cimitero, ma nella cappella della nostra famiglia, non in quella dei Santoro. Chi erano i Santoro? Non avevamo mai avuto parenti o amici con quel cognome in città.
Improvvisamente, un rumore metallico provenne dalla finestra della mia cucina, la stessa finestra che dava sul balcone interno osservato da don Carmelo. Qualcuno stava forzando la persiana di legno dall'esterno con un palanchino. Il legno secco scricchiolò violentemente.
Con il panico che mi serrava la gola, infilai la chiave numero 104 e la lettera nella tasca interna del giaccone, afferrai la pesante scatola di metallo e corsi verso la porta di servizio che dava sul retro del palazzo, attraverso la vecchia cantina. Mente scendevo le rampe di scale buie dell'edificio storico, sentii il vetro della finestra della cucina franare sul pavimento della mia casa con un fragore devastante.
Raggiunsi il vicolo posteriore, un percorso stretto e umido tra le mura medievali del centro storico di Potenza. La pioggia piemontese aveva lasciato il posto a una nebbia fitta e gelida che saliva dal fiume Basento, avvolgendo ogni cosa in un sudario grigio. Abbracciai la scatola di metallo nascondendola sotto il cappotto e mi incantai a passo rapido verso la fermata degli autobus, guardandomi continuamente alle spalle.
Ogni ombra sembrava un inseguitore, ogni motore al minimo il preavviso di un agguato. Chi era davvero mio figlio? Che cosa aveva nascosto in quella tomba sconosciuta al cimitero?
Raggiunsi il cancello monumentale del cimitero di Potenza verso le quattro del pomeriggio. L'oscurità invernale stava già calando sui viali alberati di cipressi e sulle statue di marmo consumate dal tempo. Il custode stava chiudendo il cancello secondario. Gli scivolai accanto approfittando della sua distrazione mentre ritirava i bidoni dell'immondizia.
Camminai a passo svelto tra i viali silenziosi, guidato solo dal rumore dei miei passi sulla ghiaia bagnata. Trovai la sezione vecchia, un dedalo di cappelle gentilizie costruite nei primi del Novecento, ricoperte d'edera e segnate dall'umidità. Cercai con lo sguardo la scritta "Santoro".
La cappella era imponente, costruita in pietra scura con vetrate istoriate infrante. La porta di ferro battuto era accostata. Spinsi la porta, che emise un cigolio acuto e prolungato che risuonò nel silenzio tombale del luogo.
All'interno, l'aria era stantia, satura di muffa e fiori secchi ridotti in polvere. Lungo le pareti si allineavano i loculi di marmo bianco. Cercai il numero 104. Era posizionato in alto, al terzo livello.
Sotto il loculo 104 non c'era un nome, ma una lapide di marmo completamente liscia, priva di date o fotografie. Inserii la piccola chiave d'ottone nella fessura quasi invisibile nascosta sotto la cornice di bronzo della marmo. La chiave girò con un 'clic' secco. La lastra di marmo si sbloccò, scivolando leggermente in avanti.
All'interno del loculo vuoto non c'era una bara. C'era uno zaino tattico nero, una torcia e un piccolo monitor portatile collegato a una ricevente radio.
Prima che potessi toccare lo zaino, sentii un passo pesante risuonare sulla ghiaia proprio fuori dalla porta della cappella. Poi un rumore inconfondibile: lo scatto metallico dell'armamento di una pistola semiautomatica.
Una voce nota parlò alle mie spalle dall'ombra dell'ingresso: "Non toccare niente, Nunzio. Sei arrivato fin qui prima del previsto."
Mi voltai lentamente. A impugnare l'arma puntata dritta al mio petto non era lo sconosciuto col cappotto scuro. Era don Carmelo, il mio anziano vicino di casa.
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