L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA
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L’OMBRA NEL BUIO DELLA MIA CASA

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Un anno dopo la caduta dell'impero criminale di Rinaldi, la Basilicata celebrava la prima giornata regionale della legalità e della memoria storica.

A Laurenzana, sul piccolo terreno collinare delle particelle 108, 109 e 112 — laddove un tempo si ergevano i sei ulivi della famiglia di Caterina — era stato inaugurato un frutteto sociale gestito da una cooperativa di giovani agricoltori locali. I vecchi alberi d'ulivo, potati e curati con passione, avevano prodotto il loro primo raccolto d'olio biologico, battezzato con il nome di "Olio della Verità".

All'inaugurazione del frutteto parteciparono centinaia di persone giunte da ogni parte della regione: studenti, contadini, magistrati della nuova Procura e cittadini comuni che avevano seguito la vicenda della famiglia Santoro attraverso le pagine dei giornali.

Biagio parlò dal piccolo palco di legno allestito all'ombra del più grande degli ulivi della sua infanzia. In mano non teneva più appunti scritti o schede informatiche, ma solo la chiave d'ottone numero 104 che aveva recuperato dalla tomba di suo padre.

"Quando mio padre Nunzio vide per la prima volta le luci accese in casa sua di notte," esordì Biagio davanti alla folla silenziosa, "pensò che qualcuno stesse violando il suo santuario domestico. Non sapeva che la vera minaccia non veniva dal buio delle stanze, ma dal silenzio di chi preferiva far finta di non vedere."

Biagio guardò negli occhi i ragazzi della cooperativa che stringevano tra le mani le prime bottiglie d'olio dell'impianto.

"Mio padre era un uomo semplice," continuò Biagio con voce forte e commossa. "Un pensionato che credeva che ogni cosa debba avere il suo posto preciso. Ha affrontato uomini armati, inganni istituzionali e la paura della morte soltanto perché non poteva accettare che la memoria di mia madre venisse macchiata dalla menzogna. La lezione che Nunzio e Caterina ci hanno lasciato non è una lezione di tecnologia o di legge: è la dimostrazione che l'onestà di un singolo cittadino è più forte di qualsiasi organizzazione criminale."

La folla scoppiò in un applauso lungo e caloroso che risuonò tra le colline dell'Appennino lucano, spaventando uno stormo di rondini che si levò in volo verso il cielo terso della primavera.

Al termine della cerimonia, mentre gli ospiti si fermavano per la degustazione dell'olio e la festa popolare, Biagio si allontanò verso il limite inferiore del terreno, dove si ergeva la vecchia fontana di pietra citata dal collega di suo padre.

L'acqua della sorgente sgorgava fresca e limpida dalla vasca di pietra scolpita nel secolo precedente. Biagio si bagnò le mani e il viso nell'acqua gelida, sentendo un senso di pace profondo e definitivo che le parole non potevano descrivere.

Giulia gli si avvicinò da dietro, mettendogli le braccia attorno alla vita e poggiando la testa sulla sua schiena.

"A cosa stai pensando?" gli sussurrò Giulia.

Biagio strinse le mani di Giulia sopra le sue. "Penso a mio padre Nunzio. Penso a quante volte si è inginocchiato sotto la credenza del corridoio con la paura nel cuore, e a come non abbia mai esitato nemmeno per un secondo quando si è trattato di proteggermi."

Biagio tirò fuori dalla tasca la chiave d'ottone numero 104 e la lasciò cadere delicatamente sul fondo trasparente della vasca della fontana di pietra, dove l'acqua corrente la accarezzò senza posa.

La chiave che un tempo aveva aperto la porta del mistero e del dolore rimase lì, visibile a chiunque si fosse chinato per bere, un simbolo di rinascita immerso nella terra di Laurenzana.

Il sole tramontava dietro le vette delle montagne lucane, tingendo il cielo di rosso, d'oro e di viola. L'ombra nel buio della casa era ormai soltanto un ricordo lontano, dissolto per sempre nella luce incrollabile della giustizia, dell'amore e della verità.