La sagoma emerse dalla pioggia sottile come uno spettro. Non era l'uomo col cappotto scuro, né don Carmelo. Era una donna, alta, snella, con un giubbotto di pelle scura impermeabile e i capelli corti bagnati attaccati al cranio. Impugnava una torcia tattica ad alta potenza montata sopra una mazzetta da cantiere, pronta a colpire.
"Nunzio! In macchina, presto!" disse la donna con una voce acuta ma perentoria, interrompendo il silenzio della strada deserta.
Rimasi paralizzato contro il muro di pietra bagnato. "Chi sei tu? Non fare un altro passo!"
"Sono Giulia! Lavoro con Biagio a Milano... o meglio, lavoravo con lui prima che tutto crollasse!" disse la donna, abbassando la torcia verso il basso per non accecarmi. "Biagio mi ha detto che ti avrebbe inviato al cimitero. Carmelo ti stava seguendo da stamattina! Dobbiamo toglierci da questa strada, la squadra di sicurezza di Milano ha intercettato le celle telefoniche del quartiere!"
La confusione nella mia testa era arrivata al punto di saturazione. Non sapevo di chi fidarmi. Ogni persona che incontravo sembrava recitare un ruolo in una recita tragica di cui ero l'unico spettatore ignaro.
"Come faccio a sapere che non stai mentendo anche tu?" urlai sopra il rumore della pioggia che picchiava sull'asfalto.
La donna si rovistò nella tasca del giubbotto di pelle e mi lanciò un oggetto lucido. Lo afferrai al volo con dita malferme. Era un piccolo ciondolo d'argento a forma di foglia di ulivo. Lo riconobbi immediatamente: era appartenuto a Caterina. Biagio lo teneva sempre nel portafoglio come portafortuna da quando sua madre era deceduta.
"Biagio me lo ha dato due ore fa," disse Giulia, aprimi la portiera anteriore del passegero dall'interno. "Mi ha detto: 'Se mio padre dubita, mostragli la foglia di Caterina. Capirà che puoi portarlo da me'."
Inghiottii l'amaro che avevo in bocca e salii in macchina, stringendo la scatola di metallo e lo zaino tra le gambe. L'abitacolo della vettura puzzava di caffè freddo, fumo e metallo bagnato. Giulia salì al lato guida, ingranò la marcia e fece una conversione a U accelerando bruscamente sulle pozzanghere.
"Dove stiamo andando?" chiesi, tenendo gli occhi fissi sullo specchietto retrovisore per verificare se qualcuno ci stesse inseguendo.
"Al vecchio capannone Ex-Incap, vicino al fiume," rispose Giulia concentrata sulla guida. Le sue mani stringevano il volante con nocche bianche per la tensione. "Biagio ha allestito lì una stazione radio improvvisata per trasmettere i dati criptati contenuti nella scatola che hai tra le braccia. Ma abbiamo un problema gigantesco, Nunzio."
"Quale problema?"
"I dati nella scatola sono protetti da una chiave biometrica e da un codice a tempo. Non basta la chiave fisica. Serve la presenza di Biagio... o la tua."
Voltati verso di lei con uno scatto del collo. "La mia? Io non so nulla di codici o informatica! Sono un pensionato che passava le giornate a riordinare i fascicoli del catasto!"
"È proprio per questo che Biagio ti ha coinvolto," spiegò Giulia, svoltando in una strada sterrata circondata da capannoni industriali abbandonati e vegetazione selvatica. "Tua moglie Caterina non ha mai registrato l'archivio cartaceo negli anni '90 a nome suo. Lo ha codificato usando i numeri di protocollo dei vecchi terreni di tua proprietà a Laurenzana, le mappe che solo tu conosci a memoria perché le hai catalogate per trent'anni. Biagio ha creato l'algoritmo usando la tua memoria professionale come chiave di decifrazione."
Un brivido freddo mi attraversò la schiena. Mia moglie non solo aveva nascosto un segreto di portata enorme, ma aveva intrecciato quella storia pericolosa con il mio stesso lavoro quotidiano, trasformando la mia routine burocratica in una cassaforte invisibile.
L'auto si arrestò a fari spenti davanti a una struttura fatiscente di cemento armato. Le vetrate del capannone erano infrante e la struttura metallica del tetto scricchiolava sotto le raffiche di vento gelido che salivano dal Basento.
"Siamo arrivati," disse Giulia estraendo una pistola compatta da sotto il sedile. "Rimani dietro di me. Biagio è all'interno, nella stanza delle vecchie caldaie."
Uscimmo dall'auto. L'oscurità all'interno del capannone era quasi assoluta, rotta solo dai bagliori intermittenti dei lampioni della strada statale poco distante. Camminammo su un letto di rottami, ruggine e bottiglie spezzate.
Raggiungemmo una porta d'acciaio arrugginita al termine di un corridoio sotterraneo. Giulia bussò con una sequenza precisa: due colpi veloci, uno lento, due veloci.
La porta si aprì lentamente con un cigolio pesante.
Sullo sfondo di una stanza illuminata solo dalla luce bluastra di tre schermi di computer portatili, emerse la figura di mio figlio. Biagio era ancora più magro di come lo avevo visto nel filmato della telecamera. Il suo viso era pallido, con profonde occhiaie nere e la barba incolta di parecchi giorni. Indossava una felpa grigia macchiata d'olio.
"Papà!" esclamò Biagio. Un sobbalzo di sollievo gli attraversò il volto mentre muoveva un passo verso di me con le braccia aperte.
"Biagio..." dissi, sentendo le lacrime pungetemi gli occhi.
Ci abbracciammo con una stretta disperata nel mezzo di quella stanza fredda. Potevo sentire il suo corpo tremare in modo incontrollabile.
"Scusami, papà... mi dispiace tanto per averti trascinato in questo inferno," sussurrò Biagio contro la mia spalla. "Non volevo che tu sapessi mai niente di Caterina, ma loro mi hanno trovato prima che potessi distruggere tutto."
"Tua madre..." balbettai, sciogliendo l'abbraccio e guardandolo negli occhi. "È vero quello che ha detto Carmelo? Tu hai..."
"Carmelo è un agente venduto al miglior offerente," lo interruppe Biagio con rabbia. "Lavora per la multinazionale di consulenza che gestisce i server governativi a Milano. Hanno scoperto che mamma aveva conservato le copie cartacee dei trasferimenti di fondi illeciti negli anni novanta. Quando mamma è morta, io ho trovato i suoi appunti. Ho capito che la sua malattia non era stata un caso... l'hanno avvelenata lentamente con sostanze chimiche industriali per farla tacere prima che potesse parlare!"
Le sue parole furono come una pugnalata dritta al cuore. Mia moglie Caterina... assassinata? La rabbia che si era accumulata in me per l'incertezza e la paura si trasformò in un fuoco devastante.
"Cosa dobbiamo fare ora?" chiesi, ponendo la scatola di metallo nero sul tavolo di metallo dove si trovavano i computer.
"Dobbiamo caricare il file criptato sul server della Procura Generale dell'Antimafia di Roma," spiegò Biagio mettendo le mani sulla scatola. "Ma serve il codice di sblocco della memoria di massa. Il codice è basato sulle tre coordinate catastali del fondo agricolo di nostra madre a Laurenzana. Papà, ti ricordi le mappe del foglio 42?"
Esitai per un istante. Il foglio 42 di Laurenzana... Il terreno di mia moglie. Un piccolo appezzamento di terra con sei alberi d'ulivo e una fontana di pietra dove andavamo le estati di trent'anni fa.
"Foglio 42, particelle 108, 109 e 112," dissi senza esitare. Quei numeri erano impressi nella mia memoria come le righe della mia mano.
Biagio digitò rapidamente le cifre sulla tastiera di uno dei portatili collegati alla scatola tramite un cavo speciale. Un indicatore di progresso verde comparve sullo schermo: DECRITTAZIONE IN CORSO: 12%... 24%... 45%...
"Ci vorranno circa cinque minuti per completare il caricamento sicuro," disse Biagio sospirando di sollievo.
In quel momento, un suono acuto si diffuse nell'aria. Non era un allarme dell'edificio. Era il cicalino del monitor che portavo nello zaino.
Giulia scattò verso la porta del capannone con la pistola impugnata. Guardò attraverso una crepa nel muro di cemento.
"Biagio! Abbiamo un problema!" urlò Giulia con la voce carica di panico. "Non sono gli uomini di Milano!"
"Chi è?" chiesi, avvicinandomi alla crepa.
Sulla strada sterrata davanti al capannone erano giunte tre gazzelle dei Carabinieri a fari spenti, accompagnate da un'auto scura priva di contrassegni. Gli agenti in giubbotto antiproiettile stavano circondando l'edificio con i fucili d'assalto puntati verso gli accessi.
Dall'altoparlante dell'auto scura una voce potente e amplificata rimbombò nel capannone: "Biagio Santoro e Nunzio Santoro! Siete circondati! L'immobile è presidiato da corpi speciali. Depositate le armi ed uscite a mani alzate! Siete in arresto per alto tradimento e spionaggio industriale!"
Biagio si voltò verso di me con gli occhi spalancati dal terrore. "Papà... la polizia è stata manipolata. Il mandato di cattura è firmato dai giudici corrotti della rete di Milano. Se usciamo adesso, ci uccideranno durante il trasferimento!"
La percentuale di caricamento sullo schermo indicava: 89%... 91%...
Improvvisamente, un fumogeno ad alta pressione sfondò il tetto di lamiera del capannone, cadendo a pochi metri da noi ed emettendo una densa cortina di fumo bianco e accecante.
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