Sei mesi dopo la conclusione del processo, la vita a Potenza era tornata a scorrere con la sua consueta e tranquilla lentezza. Ma nell'aria di via Pretoria si respirava una serenità nuova, una consapevolezza diffusa che la verità avesse finalmente spazzato via le zone d'ombra che per decenni avevano soffocato la regione.
Biagio e Giulia avevano completato il restauro della vecchia casa di pietra. Al piano terra, dove un tempo si trovava la cantina buia attraverso la quale Nunzio era fuggito nella notte del primo attentato, era nato il "Centro Studi Caterina e Nunzio Santoro". L'ambiente, ora luminoso e moderno, ospitava una biblioteca pubblica di storia locale e un laboratorio informatico gratuito per i giovani studenti della Basilicata.
Un pomeriggio di tardo autunno, mentre le prime nevicate imbiancavano le cime delle Dolomiti Lucane, Biagio stava riordinando gli scaffali dell'archivio storico del centro. Un giovane studente universitario di ingegneria si avvicinò alla scrivania portando con sé un vecchio faldone catastale recuperato dai depositi comunali di Laurenzana.
"Ingegnere Santoro," disse il ragazzo con rispetto. "Stavo digitalizzando i vecchi fogli di mappa degli anni cinquanta come mi aveva chiesto. Ho trovato questo foglio allegato alla particella 108. C'è una nota scritta a mano nell'angolo inferiore che non riesco a decifrare."
Biagio prese il faldone tra le mani. Il foglio d'epoca era ingiallito dal tempo, ma la carta conservava ancora il profumo d'inchiostro di china e di cera d'api. Riconobbe immediatamente la grafia: era quella di sua madre Caterina, risalente a quando era una giovane archivista della Prefettura.
La nota diceva: "Per chi verrà dopo di noi: le mappe non misurano soltanto i confini della terra e il valore dei terreni. Misurano la dignità di chi li lavora con rispetto. Se un giorno questi confini verranno violati dal denaro sporco, ricordatevi che la terra appartiene a chi la custodisce con l'onestà, non a chi la compra con l'inganno."
Biagio sorrise, mostrando la nota a Giulia che era appena entrata nell'archivio con una cartella di nuovi corsi scolastici.
"Tua madre aveva già capito tutto quarant'anni fa," disse Giulia sfiorando la carta antica. "Ha lasciato la sua impronta in ogni singolo documento di questa città."
"Sì," rispose Biagio. "Mamma ha piantato i semi della verità e mio padre ha difeso il terreno affinché potessero germogliare. Il nostro compito è assicurarci che questi alberi continuino a crescere saldi."
Quella sera stessa, Biagio si incamminò da solo verso la piazza principale di Potenza. La nebbia invernale scendeva piano sui tetti del centro storico, ma non era più la nebbia minacciosa ed ostile delle notti di inseguimento. Era un sudario soffice che avvolgeva la città in un abbraccio familiare e protettivo.
Biagio si fermò davanti al vecchio bar del centro dove Nunzio era solito prendere il caffè ogni mattina dopo la spesa. Attraverso la vetrina illuminata, vide un gruppo di anziani pensionati seduti attorno al tavolo di legno, impegnati a giocare a carte ed a discutere di politica locale con la solita passione contadina.
Un vecchio collega di lavoro di Nunzio alzò lo sguardo verso la vetrina, vide Biagio e gli fece un cenno caloroso con la mano, invitandolo ad entrare.
Biagio spinse la porta del bar, accolto dal calore della stufa a legna e dall'odore di caffè caldo e liquore d'anice.
"Vieni a sederti, Biagio," disse l'anziano facendo spazio sulla panca di legno. "Stavamo proprio ricordando di quando tuo padre Nunzio pretese di ricontrollare i confini della fontana pubblica di Laurenzana perché mancavano due centimetri sulla mappa ufficiale. Era un uomo caparbio, tuo padre... ma non c'era nessuno in tutta la provincia che conoscesse la verità della terra meglio di lui."
Biagio si sedette tra i vecchi amici di suo padre, sentendosi per la prima volta nella sua vita completamente a casa, radicato nella sua terra d'origine e libero dalle paure del passato.
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