Il fumo bianco e denso invase la stanza delle caldaie nel giro di pochissimi secondi, bruciando la gola e facendo lacrimare gli occhi in modo insopportabile. Tossii violentemente, portandomi il bavero del cappotto sulla bocca per tentare di filtrare quell'aria velenosa.
"Biagio! Il computer!" urlai nel caos di colpi di tosse e stridore di metalli.
"Mancano solo pochi secondi, papà!" gridò Biagio di rimando, piegato in due sul tavolo per proteggere gli schermi con il proprio corpo dalla polvere e dai detriti che cadevano dal soffitto.
Giulia sparò due colpi d'avvertimento attraverso la fessura della porta di ferro per bloccare l'avanzata della squadra speciale, poi si voltò verso di noi con gli occhi rossi e gonfi per il fumo. "Non possiamo tenere la posizione! Estintori automatici o fumogeni tossici... stanno per fare irruzione dal retro!"
Sullo schermo del computer portatile la barra arrivò infine al limite: CARICAMENTO COMPLETATO. INVIO DATI A PROCURA ANTIMAFIA ESEGUITO.
"Fatto!" urlò Biagio, staccando al volo il disco rigido portatile e infilandolo nella tasca della felpa. "Andiamo verso i condotti di scarico dell'acqua! C'è un passaggio che dà direttamente sul letto del fiume Basento!"
Ci lanciammo lungo il corridoio laterale della struttura sotterranea mentre i primi colpi d'arma da fuoco rimbombavano nel capannone principale. Gli agenti stavano facendo irruzione con le granate stordenti: esplosioni sorde scossero le fondamenta di cemento armato dell'edificio, facendomi quasi perdere l'equilibrio.
Biagio mi sorresse per il braccio, spingendomi verso una botola di ghisa arrugginita sul pavimento di una vecchia stanza d'ispezione idrica. Giulia sollevò la grata con una leva di ferro con uno sforzo immane.
"Prima tu, Nunzio! Scendi!" mi ordinò la donna.
Mi calai nell'apertura buia. Le mie scarpe scivolarono sulle pareti coperte di melma e muschio, finché non impattai con i piedi in trenta centimetri d'acqua corrente e gelida. Biagio scese subito dopo di me, seguito da Giulia che richiusi la botola sopra di noi per ritardare l'inseguimento.
Accendemmo la torcia tattica estratta dallo zaino. Il tunnel di scarico era stretto, alto poco più di un metro e mezzo, costringendoci a procedere piegati in due. L'odore di fogna e umidità era soffocante. L'acqua gelida del fiume penetrava nei miei pantaloni, anestetizzandomi le gambe dal freddo, ma la scarica d'adrenalina continuava a tenermi in piedi.
"Dove porta questo canale?" chiesi a Biagio, cercando di mantenere il passo nonostante i dolori articolari che mi tormentavano la schiena.
"Sfocia a circa trecento metri a valle, sotto il viadotto della ferrovia," rispose mio figlio a bassa voce. "Lì c'è un vecchio casello abbandonato dove ho nascosto un'altra auto tre giorni fa. Se riusciamo a raggiungerla prima che isolino il perimetro fluviale, possiamo uscire dalla Basilicata e raggiungere la Procura di Salerno."
Camminammo nell'oscurità per dieci minuti che parvero un'eternità. Il rumore delle sirene della polizia e degli elicotteri in sorvolo risuonava attenuato attraverso la volta in cemento del tunnel. La città di Potenza era diventata una trappola mortale gigantesca per noi.
Finalmente vedemmo la luce fioca della luna riflettersi sull'uscita del condotto. Il canale sfociava tra i canneti folti del fiume Basento, proprio sotto le imponenti campate di cemento del viadotto ferroviario.
Uscimmo dall'acqua melmosa uno alla volta, arrampicandoci sulla sponda fangosa tra i cespugli di rovi. La pioggia si era trasformata in un nevischio sottile che congelava il viso.
Il casello ferroviario dismesso si ergeva a una cinquantina di metri da noi, un piccolo edificio di mattoni rossi circondato da erbacce e reticolati divelti. Accanto al casello era parcheggiata una vecchia utilitaria grigia ricoperta da un telo mimetico.
"Ecco l'auto," disse Biagio, tirando fuori le chiavi dalla tasca. "Giulia, controlla il perimetro a est. Papà, stai dietro di me."
Avanzammo lentamente verso la vettura. Ma proprio mentre Biagio stava per rimuovere il telo copriauto, un proiettore ad altissima luminosità si accese improvvisamente dal tetto del casello ferroviario, inondandoci di una luce bianca accecante.
"Ottimo lavoro, ragazzi. Davvero una splendida fuga," disse una voce amplified da un microfono.
Non era la polizia. Non erano i Carabinieri.
Dal buio dietro il casello emersero quattro uomini in abiti tattici neri, armati di fucili mitragliatori con silenziatore. Al centro del gruppo camminava l'uomo con il cappotto scuro che aveva bussato alla mia porta poche ore prima. Al suo fianco, legato con le mani dietro la schiena e con il volto insanguinato, c'era don Carmelo.
"Vi presento il signor Valenti," disse l'uomo dal cappotto scuro con un sorriso gelato. "Il vostro vecchio vicino ha cercato di fare il doppio gioco chiedendo una ricompensa personale per consegnarvi a noi. Purtroppo per lui, la nostra azienda non tollera gli intermediari non autorizzati."
L'uomo fece un gesto impercettibile con la testa. Uno dei suoi mercenari colpì Carmelo alla nuca con il calcio del fucile. L'anziano cadde a terra privo di sensi sul fango bagnato.
"Ora, Biagio," continuò l'uomo avanzano di un passo. "So che hai caricato i dati sul server della Procura. Ma quello che non sai è che la trasmissione non è ancora stata convalidata dal magistrato di turno. Serve il codice d'accesso fisico che tieni in quella tasca. Consegnamelo e lascerò che tuo padre viva abbastanza da vedere il sorgere del sole."
Biagio fece un passo avanti, mettendo il proprio corpo tra me e i mitragliatori puntati. "Non ti darò niente, Greco! I file sono già criptati con tripla chiave! Senza il mio consenso, il server distruggerà i dati tra dieci minuti!"
L'uomo chiamato Greco tirò fuori una pistola dalla fondina ascellare e la puntò con estrema calma direttamente al mio viso.
"Hai dieci secondi per darmi quel disco, Biagio. Uno... due... tre..."
"Aspetta!" urlai io, spingendomi di lato e mettendo la mano dentro la tasca del mio giaccone bagnato. Estrassi la scatola di metallo nero che avevo portato con me per tutto il tempo. "Volete questa? Prendetela!"
Lanciai la pesante scatola di metallo direttamente verso il viso di Greco con tutta la forza che mi rimaneva nei muscoli provati dalla fatica.
Greco d'istinto alzò le braccia per ripararsi dall'impatto del metallo. La scatola lo colpì al petto, cadendo a terra violentemente sul terreno pietroso.
Con il terzo impatto sul suolo duro, il sistema di tracciamento e sicurezza interno della scatola — quello che Biagio mi aveva avvertito di non attivare mai — mantenne la sua promessa: la combinazione errata e lo shock meccanico innescarono la carica pirotecnica di distruzione interna.
Una potente fiammata di fosforo bianco esplose dalla scatola con un ruggito assordante, sprigionando un calore tremendo e un lampo di luce incandescente che investì direttamente i tre mercenari più vicini.
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