L'ombra di Parma
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L'ombra di Parma

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Il camion ci lasciò nei pressi della Barriera Bixio a Parma poco prima delle otto del mattino. La città si stava lentamente svegliando sotto un cielo plumbeo che minacciava altra neve. I bar aprivano le saracinesche, l'odore di caffè fresco si spandeva nei borghi e la gente comune iniziava la solita routine quotidiana, del tutto ignara che sotto la superficie levigata della città si stava consumando l'atto finale di un dramma lungo ottant'anni.

Entrammo in un piccolo bagno pubblico vicino al parco Ducale per pulirci il viso dalla fuliggine e dalla polvere della miniera. Guardandomi nello specchio, stentavo a riconoscermi: i miei occhi grigi erano segnati da profonde occhiaie scure, i miei capelli bianchi erano scompigliati e la mia giacca da restauratore era strappata in più punti. Ma dentro di me non sentivo la stanchezza fisica; sentivo una lucidità assoluta.

"Il mio cellulare ha ripreso campo", disse Beatrice tornando dal corridoio con il telefono in mano. Il suo viso era diventato di nuovo spaventosamente pallido. "Papà... c'è un messaggio vocale di nonna Elena lasciato mezz'ora fa."

Schiacciai d'istinto il tasto d'ascolto ponendo il telefono tra me e Livia. La voce di mia madre Elena risuonò debole, affannata, interrotta da brevi pause di respiro difficile:

"Stefano... figlio mio. Se ascolti questo messaggio, significa che sei sopravvissuto alla notte sul Monte Caio. So che ora conosci la verità su tuo nonno e su di me. Non ti chiedo di perdonarmi, Stefano. Ho vissuto ottant'anni nel terrore che la nostra famiglia venisse distrutta dal disonore e dalla povertà. Ho taciuto per proteggere il tuo futuro e per tenerti lontano dalla vendetta dei Castelli. Ma stasera ho capito che il mio silenzio ha distrutto l'unico uomo che mi ha amata davvero nonostante i miei peccati... tuo padre Gino. Ora il Conte Alberto Castelli sta venendo qui, nel mio appartamento, per costringermi a firmare un atto di rinuncia a qualsiasi azione legale contro la Fondazione. Non glielo permetterò. Rinvierò Castelli qui finché non saranno le otto e mezza, per darti il tempo di andare in banca con la chiave 48. Fai ciò che tuo padre non ha potuto fare. Libera la nostra famiglia dalla macchia."

Il messaggio si interrompeva con un rumore di passi e la voce secca di Alberto Castelli sullo sfondo che chiedeva di entrare.

"Nonna si sta sacrificando per guadagnare tempo!" gridò Beatrice, disperata. "Dobbiamo andare da lei!"

"No!" intervenne Livia fermando Beatrice per le spalle con forza. "Se andiamo all'appartamento ora, faremo esattamente il gioco di Castelli! Ci bloccherà lì con le sue guardie ed ci strapperà la chiave! Dobbiamo eseguire la volontà di tua nonna: andare alla banca, aprire la cassetta 48 e prendere i documenti!"

Guardai l'orologio della piazza. Erano le otto e venticinque. La filiale centrale della Cassa di Risparmio in Piazza Garibaldi avrebbe aperto gli sportelli esattamente tra cinque minuti.

"Livia ha ragione", dissi con il cuore spezzato. "Beatrice, tu vai dai carabinieri della stazione principale. Mostra loro il video che hai fatto nella miniera con il cellulare e dì loro di inviare immediatamente una pattuglia a casa di nonna Elena! Io e Livia andiamo in banca."

Beatrice esitò per un secondo, poi annuì con le lacrime agli occhi e corse verso la vicina stazione dei Carabinieri. Io e Livia ci incamminammo a passo svelto verso Piazza Garibaldi.

La piazza era semideserta a quell'ora. I grandiosi palazzi storici che circondavano il perimetro sembravano testimoni muti della storia che stavamo per svelare. Arrivammo davanti al portone a vetri della Cassa di Risparmio proprio mentre la guardia giurata stava sbloccando le serrature d'ingresso.

Entrammo al seguito dei primi clienti. L'ambiente moderno ed essenziale della banca contrastava fortemente con l'antichità del segreto che portavamo con noi. Mi diressi direttamente verso il banco dell'ufficio cassette di sicurezza, dove un funzionario anziano con gli occhiali da vista mi riconobbe subito.

"Buongiorno signor Stefano", disse il funzionario accennando a un cortese inchino. "Sapevo della scomparsa di suo padre Gino. Le mie condoglianze rinnvate. Come posso aiutarla oggi?"

Estrassi dalla tasca la delega notarile da erede universale che avevo ottenuto la settimana precedente, insieme al mio documento d'identità e alla chiave d'ottone numero 48.

"Ho bisogno di accedere immediatamente alla cassetta di sicurezza numero 48 di mio padre", dissi cercando di mantenere un tono calmo ed esecutivo.

Il funzionario esaminò i documenti con la proverbiale lentezza burocratica bancaria. Poi digitò qualcosa sul suo terminale. Il suo sguardo si fece improvvisamente perplesso.

"È strano...", mormorò il funzionario muovendo il mouse. "C'è una nota di blocco cautelare inserita ieri sera tardi da parte dello studio legale della Fondazione Castelli. Affermano che la cassetta contiene documenti di proprietà dell'ente..."

Sbattei le mani sul banco di marmo con un colpo secco che fece voltare diversi clienti presenti nella sala.

"Quella cassetta appartiene a mio padre Gino ed io sono il suo unico erede legittimo con tanto di delega validata dal Tribunale!" ruggii con una fermezza che spaventò il funzionario. "Se non mi accompagna immediatamente nel caveau, chiamerò la Procura della Repubblica per rifiuto d'atto d'ufficio e complicità in sequestro di beni!"

Il funzionario, sbiancato in volto per la reazione, consultò rapidamente un collega anziano. Dopo un minuto di bisbigli, annuì lentamente. "Va bene, signore. La accompagno nel caveau interrato. Ma la responsabilità sarà sua."

Io e Livia seguimmo il funzionario lungo le scale blindate che scendevano nei sotterranei della banca. L'aria era fredda, satura di un odore metallico. Oltrepassammo la pesante porta circolare in acciaio corazzato ed entrammo nella stanza delle cassette di sicurezza.

Il funzionario inserì la sua chiave passe-partout nella serratura della cassetta numero 48, poi io inserii la chiave d'ottone di mio padre. Girai il meccanismo. Si udì uno scatto metallico nitido.

Lo sportello d'acciaio si aprì. Inside c'era una cassetta di metallo nero sigillata. La estrassi con mani tremanti e la appoggiai sul tavolo da consultazione. Quando sollevai il coperchio, la verità sul mistero di mio padre si rivelò in tutta la sua sconvolgente, definitiva chiarezza.