L'ombra di Parma
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L'ombra di Parma

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Il podere "La Maestà" si ergeva su un crinale dolce dell'Appennino parmense, circondato da secolari alberi di castagno e da prativi verdi che degradavano verso il torrente Enza. La piccola casa di pietra contadina, abbandonata da decenni ma con le mura perimetrali ancora solide ed il tetto in piagne intatto, dominava l'intera vallata. Era un luogo di una bellezza pacifica ed ancestrale, lontanissimo dal rumore della città e dalle ombre della Fondazione Castelli.

Giungemmo al podere in un mattino limpido di maggio. Beatrice portava con sé una pala da giardinaggio ed uno zappetto trovati nel baule dell'auto, mentre Livia ed io avevamo la foglia di carta con le ultime indicazioni scritte da mio padre Gino.

"Dietro l'edicola votiva della Madonna in pietra, ai piedi del grande castagno gemello," recitava la nota di Gino.

Ci dirigemmo verso il retro della vecchia stalla di pietra dove svettava un maestoso castagno dal fusto doppio. Ai suoi piedi era incastonata una piccola edicola votiva in pietra arenaria con l'immagine incisa della Vergine Maria. Il terreno attorno era ricoperto da un tappeto morbido di muschio e foglie secche dell'autunno precedente.

Beatrice ed io facemmo a turno per scavare nella terra umida e profonda. Dopo circa mezzo metro di scavo, la lama della pala impattò contro un oggetto solido con un suono sordo metallico.

Ripulimmo la terra con le mani fino ad estrarre un piccolo bauletto di metallo zincato con chiusura ermetica, utilizzato durante la seconda guerra mondiale dai reparti alleati per aviolanciare i rifornimenti ai partigiani dell'Appennino.

Appoggiammo il bauletto sull'erba fresca della collina. Livia si inginocchiò accanto a me mentre sbloccavo i ganci arrugginiti del contenitore d'acciaio.

Quando sollevammo il coperchio zincato, non trovammo lingotti d'oro o monete preziose, né valuta estera sporca di sangue. Il "vero tesoro della Val d'Enza" di cui parlava mio padre era qualcosa di infinitamente più prezioso e puro per la storia della nostra comunità.

All'interno della cassa zincata erano conservati con cura maniacale i diari autografi dei comandanti partigiani della brigata 'Val d'Enza', i registri originali dei nomi dei giovani contadini e montanari che avevano dato la vita per la liberazione dell'Emilia nel 1945, la bandiera originale della brigata in seta rossa con le lettere ricamate a mano dalle donne del paese, e le lettere d'addio scritte dai due giovani partigiani uccisi nella miniera del Monte Caio, indirizzate alle loro famiglie ed mai consegnate a causa del furto e della copertura messa in atto dai Castelli.

In cima ai diari giaceva un foglio di pergamena firmato da mio padre Gino nel 1985:

"Ho recuperato questi diari e queste lettere dalla casa di Castelli nel 1946 prima che potessero bruciarli. L'oro dei Castelli si consumerà nel fango e nella vergogna, ma la memoria ed il nome di questi ragazzi non andranno mai perduti. Riconsegnate questi diari ai loro paesi ed alle loro famiglie. Solo allora la nostra storia sarà finalmente compiuta."

Sentii le lacrime scendere calde lungo le mie rughe. Mio padre Gino non era soltanto un uomo che si era difeso da un ricatto; era stato il custode segreto ed incorruttibile dell'anima della sua terra, salvando dall'oblio la memoria dei suoi compagni caduti ed attendendo con pazienza infinita che i suoi figli avessero la forza di restituirla al mondo.

"Mio Dio... papà..." mormorò Beatrice, prendendo tra le mani la lettera d'addio di uno dei due partigiani uccisi. "Questa lettera è indirizzata alla famiglia del martire Mario Rossi di Langhirano... la sua famiglia vive ancora lì e pensa da ottant'anni che il loro ragazzo sia stato un disertore o un disperso in Germania!"

Livia guardò la vallata con gli occhi luccicanti di orgoglio. "Stefano... questo è il dono più grande che tuo padre poteva lasciarci. Non una ricchezza materiale, ma la possibilità di fare giustizia per un'intera comunità."

Ci stringemmo la mano sopra quella cassa zincata. L'ombra di Parma ed il peso del ricatto che avevano oscurato tre generazioni si erano finalmente dissolti nel sole caldo di maggio dell'Appennino.

Tornammo a Parma la sera stessa con il bauletto zincato custodito nel baule dell'auto, pronti per l'ultimo, definitivo atto di restituzione della verità che si sarebbe tenuto nella sala del Municipio della città.