L’asfalto bagnato della statale che collega Bologna a Parma rifletteva i bagliori arancioni dei lampioni serali. Sentivo il volante freddo tra le palmi sudati. La vettura scura dietro di me, una berlina grigio metallizzato priva di contrassegni identificativi visibili nel buio, manteneva una distanza costante e calcolata, esattamente cinquanta metri indietro. Se acceleravo, accelerava; se rallentavo per testare le sue intenzioni, riduceva la velocità senza mai azzardare un sorpasso. Chiunque ci fosse alla guida non voleva fermarmi, ma accertarsi di dove stessi andando e con chi mi sarei incontrato. La presenza di quella macchina trasformava una scoperta familiare, per quanto sconvolgente, in qualcosa di infinitamente più cupo e minaccioso.
Il cellulare appoggiato sul sedile del passeggero squillò di nuovo. Era di nuovo Beatrice. Schiacciai il tasto del vivavoce con dita tremanti. "Papà, dove sei? La situazione qui è estremamente tesa. La nonna si è rifiutata di uscire dalla sua camera e si è chiusa a chiave dentro. Questa donna, Livia... papà, ti giuro che le somigli in modo impressionante. Ha gli stessi identici occhi che avevi tu da giovane, la stessa linea marcata della mascella. Sta aspettando nel salotto con una busta di carta sigillata con della cera lacca rossa."
"Arrivo, Beatrice. Dammi quindici minuti", risposi, cercando di mantenere la voce ferma nonostante il panico strisciante. "Ascoltami bene: non toccare quella lettera e non lasciarla sola in casa. E soprattutto, controlla se fuori dalla finestra c’è qualcosa di anomalo. Mi sta seguendo una berlina scura da quando ho lasciato l'archivio di Bologna." Ci fu una pausa di silenzio dall'altro capo del filo, interrotta soltanto dal respiro affannato di mia figlia. "Una macchina? Papà, qui fuori c'era un taxi che l'ha accompagnata, ma è ripartito. Però... c'è un uomo fermo all'angolo della strada sotto il lampione. Sembra stia guardando verso la nostra finestra da almeno mezz'ora."
Sentii un nodo stringermi la gola. Accellerai bruscamente, affrontando la rotonda di ingresso a Parma con le gomme che stridettero sull'asfalto bagnato. Ruscii a guadagnare qualche metro di distacco sulla berlina grigia sfruttando un semaforo giallo che si trasformò in rosso un istante dopo il mio passaggio. Svoltati a destra nel vicolo cieco che portava al palazzo storico di mia madre, parcheggiai di traverso sul marciapiede ed entrai di corsa dal portone principale, assicurandomi di chiuderlo con il doppio giro di chiave prima di salire le scale a chiocciola due a due, ignorando il dolore acuto alle ginocchia che la mia età mi ricordava puntualmente.
Quando la porta dell'appartamento si aprì, mi trovai di fronte a una scena irreale. Mia figlia Beatrice mi attese nel corridoio con il viso pallido. Nel salotto da pranzo, illuminato dalla luce fioca di un lampadario d'epoca, sedeva una donna sulla sessantina, vestita con un soprabito scuro ed elegante. I suoi capelli grigi erano raccolti con ordine, e sul suo collo risaltava una catenina d'argento con un piccolo ciondolo a forma di chiave. Quando si alzò per guardarmi, il tempo sembrò fermarsi. Non c'era bisogno di alcun test del DNA: era la copia al femminile di mio padre Gino. La stessa postura rigida, la stessa intensità nello sguardo, perfino il modo di unire le mani sul grembo.
"Sei tu Stefano", disse lei con una voce profonda, priva di tremore, venata da una sfumatura di accento emiliano ma con un'intonazione più dura, più austera. "Mio padre mi aveva detto che un giorno avresti trovato quel libretto bancario. Anzi, ha pregato negli ultimi mesi della sua vita affinché tu lo trovassi, perché lui non ha mai avuto il coraggio di guardarti negli occhi e raccontarti la verità."
"Chi sei veramente, Livia?" chiesi, muovendo un passo verso di lei, mentre la fotocopia della scheda medica trovata a Bologna bruciava nella mia tasca. "Chi eri per Gino? E perché mia madre Elena è terrorizzata dalla tua presenza fino al punto di barricarsi nella sua stanza?"
Livia non rispose subito. Allungò la mano verso la borsa di pelle appoggiata sul tavolo ed strasse una vecchia busta ingiallita, sigillata con cera lacca scura dove figurava l'impronta di un anello con stemma che riconobbi immediatamente: l'anello con sigillo che mio padre portava sempre al mignolo e che era sparito dal suo dito la notte in cui era morto in ospedale.
"Questa lettera è stata scritta da Gino tre giorni prima della sua scomparsa", spiegò Livia, appoggiando la busta sul tavolo tra di noi. "Mi ha fatto giurare di consegnartela di persona solo se tu avessi fatto il primo passo, solo se tu avessi scavato nel suo passato. Ma devi sapere una cosa prima di aprirla, Stefano: la mia nascita nel 1958 non è stata il frutto di una banale scappatella di tuo padre. È stata il prezzo di un ricatto e di un salvataggio. Gino non si è mai assentato per un sanatorio. Gino era prigioniero di un segreto nato durante la guerra, un segreto che coinvolge tua madre, la famiglia di tua madre e un mucchio di denaro scomparso nel 1945."
In quel momento, dalla porta blindata del corridoio provenne un rumore metallico distinto, secco, come quello di un grimaldello o di una chiave passe-partout inserita con forza nella toppa della serratura. Beatrice cacciò un piccolo urlo suffocato, portandosi le mani alla bocca. Mi voltai scattando verso l'ingresso, proprio mentre la maniglia della porta iniziava a scendere lentamente verso il basso. Qualcuno dal pianerottolo stava tentando di irrompere nell'appartamento.






