La neve scendeva a fiocchi pesanti e umidi, trasformando la strada provinciale che saliva verso Tizzano Val Parma in un nastro bianco e scivoloso. I tergicristalli dell'utilitaria di Beatrice stridevano contro il parabrezza, faticando a spazzare via l'accumulo constante di ghiaccio. Dietro di noi, a meno di cento metri, i due fari alogeni della berlina grigia tagliavano il buio della notte come lame di luce fredda. La Fondazione Castelli non ci aveva perso di vista; avevano posizionato delle vedette sui ponti di uscita da Parma.
"Accelera, Beatrice!" dissi, aggrappandomi al maniglione sopra il finestrino mentre l'auto sbandava leggermente su una curva a gomito.
"Non posso andare più veloce di così, papà!" urlò Beatrice, stringendo il volante fino a far diventare bianche le nocche. "La strada è ghiacciata e non abbiamo le catene montate! Se sbandiamo qui, finiamo dritti nel burrone della Val d'Enza!"
"Svolta a sinistra al prossimo bivio per Musiara", suggerì Livia dal sedile posteriore, consultando la mappa militare sotto la luce fioca del cellulare. "È una vecchia strada sterrata usata dai boscaioli, poco frequentata. Un'auto di grossa cilindrata e pesante come la loro rischia di piantarsi nel fango e nella neve fresca, mentre la nostra utilitaria è più leggera."
Beatrice sterzò bruscamente a sinistra imboccando una deviazione sterrata non segnalata. L'auto sobbalzò violentemente sui sassi e sulle buche coperte dalla neve. Dietro di noi, la berlina tentò di seguire la stessa manovra, ma le sue ruote posteriori persero aderenza sul fango, facendo sbandare il veicolo contro un muretto a secco di pietra. Vidi nello specchietto i loro fari illuminare il cielo prima che la vettura rimanesse bloccata nell'impatto.
"Ce l'abbiamo fatta!" esclamò Beatrice con un sospiro di sollievo, ma il motore dell'utilitaria emise un rumore metallico sinistro e si spense improvvisamente pochi metri più avanti. L'impatto con una pietra sporgente aveva spaccato la coppa dell'olio.
Ci trovavamo nel bel mezzo del nulla, circondati da un bosco fitto di faggi e abeti carichi di neve, a oltre mille metri di altitudine. Il silenzio dell'Appennino era totale, interrotto soltanto dal sibilo del vento tra i rami e dal nostro respiro affannato.
"Dobbiamo proseguire a piedi", dissi, scendendo dall'auto e coprendomi con il cappotto. "La miniera di Cà della Luna non dev'essere lontana da qui. Secondo la mappa, dobbiamo risalire il fosso del torrente per circa un chilometro verso la parete nord del Monte Caio."
Usando le torce dei telefoni cellulari e la luce della luna che filtrava a tratti tra le nuvole di neve, ci addentrammo nel bosco. Ogni passo nella neve alta fino ai polpacci richiamava uno sforzo enorme per i miei settantacinque anni. Il freddo penetrava nelle ossa, e le mie articolazioni dolevano intensamente, ma la spinta interiore di dare una risposta a tutta la vita di mio padre mi manteneva in piedi, passo dopo passo.
Livia mi camminava accanto, aiutandomi nei tratti più impervi. Guardandola di profilo sotto la luce lunare, scorgevo gli stessi tratti decisi di Gino. Era assurdo pensare che per tutta la mia vita avevo creduto di essere figlio unico, mentre a pochi chilometri di distanza una donna cresciuta in un orfanotrofio portava il mio stesso sangue e lo stesso peso di quell'eredità.
"Gino veniva a trovarti all'istituto?" le chiesi a bassa voce mentre risalivamo la china rocciosa.
Livia scosse la testa lentamente. "Mai di persona durante i primi anni. Suor Teresa mi diceva che un benefattore anonimo pagava la mia retta ed i miei libri. Ho scoperto che era mio padre solo quando ho compiuto diciotto anni e ho ricevuto una sua lettera. Mi ha spiegato che non poteva far parte della mia vita pubblica per proteggermi da una famiglia potente che avrebbe usato la mia esistenza per distruggere te e tua madre. Ha preferito passare per un padre assente ed un codardo agli occhi di tutti, pur di tenerti al sicuro, Stefano."
Le sue parole mi colpirono come un macigno. Tutto ciò che avevo considerato freddezza o rigidità in mio padre Gino era in realtà una corazza di protezione che si era imposto per decenni.
"Guardate là!" gridò improvvisamente Beatrice, indicando una parete di roccia scura che svettava oltre la chioma degli alberi.
Ai piedi della parete rocciosa, mezza nascosta da rovi congelati e da un accumulo di detriti franati, si apriva la bocca nera di un tunnel. Sopra l'ingresso di legno marcito, una targa in ghisa ossidata recitava a stento: 'Miniera Cà della Luna - 1912'.
Ci avvicinammo con cautela. L'aria che usciva dalla cavità era calda e stantia, impregnata di un odore metallico e di umidità profonda. Entrammo nel primo tratto di galleria, facendoci strada tra travi di sostegno imputridite e vecchi binari arrugginiti per i carrelli d'estrazione.
Dopo circa duecento metri di avanzamento nel buio pesto, la galleria principale si apriva in una grande caverna naturale con diverse ramificazioni. Estrassi la mappa velinata di Gino. La croce rossa indicava il terzo cunicolo a destra, sigillato con un muro di mattoni a secco.
Trovammo il muro. Molti mattoni erano già crollati a causa dei decenni di umidità. Con l'aiuto di un piccone arrugginito abbandonato nell'angolo, iniziai a rimuovere le pietre rimanenti, creando un varco sufficiente per farci passare.
Quando illuminammo l'interno della stanza segreta, il cuore mi si fermò nel petto.
Al centro della piccola cavità rocciosa giacevano due casse di legno marcito, con i coperchi parzialmente spezzati che rivelavano il luccichio opaco di vecchie lingotti d'ottone e monete d'argento dell'epoca bellica. Ma ciò che ci fece arretrare di un passo con un brivido di terrore fu ciò che si trovava accanto alle casse: due scheletri umani ancora ricoperti dai resti di vecchie giacche militari di canapa, adagiati sul terreno roccioso.
"Mio Dio..." sussurrò Beatrice, coprendosi gli occhi.
Tra le dita scheletriche di uno dei due corpi c'era un piastrino identificativo militare in metallo. Mi chinai per raccoglierlo con mani tremanti. Pulii la patina di ruggine con il pollice e lessi il nome inciso sopra: 'Enrico Castelli - 1922'.
Sgranai gli occhi. Enrico Castelli? Il fratello minore del fondatore della Fondazione Castelli?
Prima che potessi riordinare i pensieri, il suono distinto di passi pesanti e del caricamento di un'arma da fuoco risuonò alle nostre spalle, dall'ingresso della caverna.
"Complimenti per l'archeologia, Stefano", disse la voce elegante e inconfondibile del Conte Alberto Castelli, che emerse dal buio affiancato da due uomini armati. "Avete risparmiato ai miei uomini la fatica di scavare."






