Il Salone dei Duecento del Palazzo del Municipio di Parma era gremito in ogni ordine di posti. Era un pomeriggio di inizio giugno e la luce calda del tramonto filtrava attraverso le ampie vetrate storiche che davano su Piazza Garibaldi. In prima fila sedevano i sindaci dei comuni dell'Appennino, le associazioni dei partigiani, i giornalisti della stampa nazionale e soprattutto i nipoti ed i pronipoti dei due giovani combattenti i cui corpi erano stati ritrovati nella miniera del Monte Caio.
Sul tavolo della presidenza, accanto al Procuratore della Repubblica ed al Sindaco di Parma, sedevamo io, Livia e Beatrice. Davanti a noi giaceva la cassa zincata aperta con la bandiera di seta rossa ed i diari originali della brigata 'Val d'Enza'.
Il Procuratore della Repubblica prese la parola per primo, la sua voce risuonava forte attraverso gli altoparlanti del salone:
"Signore e signori, oggi Parma non celebra soltanto la conclusione di un'indagine giudiziaria che ha portato allo smantellamento di una rete di potere ed estorsione durata ottant'anni. Oggi Parma restituisce l'onore ed la dignità a tre uomini straordinari: ai due giovani partigiani massacrati nel Monte Caio, ed al qui presente signor Gino, che per tutta la sua vita ha portato sulle proprie spalle il peso del silenzio per salvare la vita della sua famiglia ed la memoria di questa terra."
Un applauso spontaneo ed immenso travolse la sala. Tutta la cittadinanza presente si alzò in piedi per rendermi omaggio ed per guardare Livia e me. Vidi vecchi contadini dell'Appennino piangere liberamente mentre i nipoti del partigiano Mario Rossi ricevevano dalle mani di Livia la lettera d'addio che il loro avo aveva scritto ottant'anni prima nel buio della miniera.
Quando fu il mio turno di parlare, mi alzai in piedi sostenuto dal braccio di mia figlia Beatrice. Guardai la folla presente e poi fissai lo sguardo sulla grande fotografia di mio padre Gino che avevamo posto accanto alla bandiera di seta rossa.
"Mio padre Gino era un uomo semplice", dissi con voce ferma che risuonò nel silenzio commosso della sala. "Un falegname ed un restauratore che misurava le cose con il millimetro ed la passione per la verità. Per settantacinque anni ho creduto che mio padre avesse un lato oscuro, un segreto di debolezza. Ma oggi so che la vera fortezza non sta nel gridare la propria ragione nei piazze, ma nel proteggere chi si ama ed la verità fino al giorno in cui la giustizia diventa inevitabile. Mio padre ha scelto di vivere da sconfitto agli occhi del mondo pur di consegnarci un futuro libero dalla menzogna. A lui ed a mia madre Elena va il mio amore ed il mio perdono definitivo."
Livia si alzò ed prese la parola subito dopo di me, stringendomi la mano davanti a tutta la città:
"Io sono nata nel silenzio ed nell'ombra di un'istituzione che voleva cancellarmi per coprire un delitto. Ma grazie alla costanza di mio fratello Stefano ed all'amore incorruttibile di nostro padre Gino, oggi posso dire davanti a tutti voi che il mio nome è Livia, e che la mia famiglia è finalmente riunita ed libera."
La cerimonia si concluse con la consegna solenne dei diari e della bandiera al Museo della Resistenza di Parma, dove venne creata una sezione speciale intitolata "Fondo Gino e la Brigata Val d'Enza".
Il Conte Alberto Castelli venne condannato a vent'anni di reclusione per estorsione aggravata, occultamento di cadavere ed falso in atti pubblici, ed tutti i beni della sua famiglia vennero definitivamente confiscati e destinati alla costruzione di un nuovo centro culturale e giovanile nel cuore di Parma.
Mentre uscivamo dal Palazzo del Municipio nella sera fresca di giugno, Piazza Garibaldi era illuminata da centinaia di luci. La gente della città si avvicinava per stringere la mano a me ed a Livia, offrendo parole di affetto ed rispetto che ripagavano decenni di isolamento.
Eravamo arrivati alla fine del lungo viaggio iniziato con la scoperta di quel vecchio libretto bancario blu nella cassaforte di casa. Ma mancava ancora un ultimo tassello prima di chiudere il cerchio della nostra nuova vita.






