L'ombra di Parma
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L'ombra di Parma

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Tre mesi dopo la cerimonia al Municipio, a settembre, il laboratorio di restauro di Borgo del Parmigianino riaprì ufficialmente le sue porte alla città di Parma.

L'insegna d'epoca in legno intagliato era stata perfettamente restaurata da Beatrice e risplendeva ora sotto il sole del pomeriggio con una nuova dicitura incisa in lettere dorate: "Gino & Figli - Restauro, Banisteria e Archivio Storico".

Il locale era affollato di amici, vecchi clienti di mio padre, storici locali e giovani studenti d'arte che venivano a consultare l'archivio digitale che Livia aveva creato nel retrobottega, raccogliendo le fotocopie ed i documenti d'epoca recuperati durante le nostre indagini.

Beatrice lavorava al grande banco di legno di noce di suo nonno, mostrando ad un giovane apprendista le tecniche tradizionali di lucidatura con la gommalacca e la paglietta fine. I suoi movimenti erano precisi, sicuri, identici a quelli che avevo visto fare a mio padre Gino per tutta la mia infanzia. La passione per il legno ed il rispetto per la materia si erano trasmessi alla terza generazione in modo naturale ed inarrestabile.

Livia ed io sedevamo al tavolino da caffè nel cortile interno della bottega, sotto l'ombra del grande fico che Gino aveva piantato negli anni Sessanta.

"A cosa stai pensando, Stefano?" mi chiese Livia versandomi un tazza di tè caldo.

"Penso a come un piccolo pezzo di carta ingiallito ed una cifra di denaro mensile abbiano potuto trasformare del tutto il corso delle nostre esistenze", risposi guardando le foglie del fico che iniziavano a tingersi dei colori dorati dell'autunno. "Un anno fa ero un vecchio solo di settantacinque anni che si preparava a trascorrere gli ultimi anni della sua vita nella nostalgia di un padre che credevo di non aver mai conosciuto davvero. Oggi ho una sorellastra straordinaria, una figlia felice ed una città che ci vuol bene."

Livia sorrise, estraendo dalla tasca della sua giacca un piccolo oggetto avvolto in un panno di lino azzurro.

"Ho trovato questo ieri sera mentre finivo di riordinare la collezione di pialle di Gino nella stalla di Langhirano", disse ponendomi il fagottino sul tavolo.

Srotolai il panno di lino. All'interno c'era un vecchio orologio da tasca in argento brunito, che Gino portava con sé durante gli anni della guerra e che credevamo andato perduto nel crollo della miniera del Monte Caio. Sul coperchio posteriore in argento, Gino aveva inciso con la punta di un bisturi tre nomi ed tre date:

'Stefano - 1951'

'Livia - 1958'

'Beatrice - 1988'

Sotto i tre nomi, una frase finale sintetizzava il senso di tutta la sua complessa, dolorosa ed eroica esistenza:

"L'amore non si misura con il tempo che si vive insieme, ma con la verità che si lascia in eredità."

Trattenni l'orologio nella mia mano calda. Lo carica con la piccola chiavetta d'argento. Il ticchettio metallico, sordo ed regolare dell'orologio di mio padre riprese a battere ritmo nel silenzio del cortile, unendosi al suono degli attrezzi di Beatrice che lavorava il legno nel laboratorio.

Il cerchio si era finalmente chiuso. Le ombre di Parma si erano dissolte per sempre, ed al loro posto era rimasta soltanto la luce limpida ed indistruttibile della verità.

Guardai Livia, poi mi voltai verso Beatrice che ci sorrideva dalla vetrata del laboratorio. Per la prima volta dopo settantacinque anni, la famiglia di Gino era completa, libera ed in pace.

FINE