L'ombra di Parma
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L'ombra di Parma

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Dentro la cassetta di metallo nero non c'erano semplicemente carte o ricevute bancarie. C'era un intero archivio minuziosamente curato, conservato in foderine trasparenti di plastica e protetto dall'umidità con bustine di gel di silice. Mio padre Gino non aveva lasciato nulla al caso: per cinquant'anni aveva raccolto sistematicamente ogni singola prova, attendendo il momento in cui la sua morte avrebbe finalmente sciolto il ricatto che lo teneva incatenato.

Livia ed io ci chinammo sul tavolo da consultazione del caveau mentre il funzionario bancario attendeva con discrezione a qualche metro di distanza.

In cima al mucchio c'era una bobina di nastro magnetico per registratori d'epoca 'Geloso' risalente al 1965, accompagnata da una trascrizione dattilografata con firma autenticata da un notaio dell'epoca. La trascrizione riportava una conversazione segreta avvenuta tra mio padre Gino e il vecchio Conte Edoardo Castelli. Leggemmo le righe letali:

Castelli: "Se tu parli, Gino, tua moglie Elena andrà in prigione insieme a me. È stata lei a firmare i documenti per il trasferimento dell'oro della brigata sul conto svizzero usando la procura di suo padre. Se ci distruggi, distruggi tua moglie ed il tuo unico figlio Stefano."

Gino: "Elena non sapeva cosa stava firmando! L'avete ingannata!"

Castelli: "Nessun giudice crederà all'ingenuità della figlia del capo partigiano. Rimani al tuo posto nel laboratorio, fai il falegname ed io farò in modo che tua famiglia viva nel benessere senza che nessuno ti tocchi. Ma se tenti di rivedere la ragazza a Bologna o di parlare con i giornali, la cassetta con la confessione autografa di Elena finirà dritta sul tavolo del Procuratore."

Livia trattenne un respiro profondo. "Tua madre Elena non era soltanto una vittima passiva... era stata usata come scudo umano dal suo stesso padre per costringere Gino al silenzio."

Sotto il nastro magnetico giacevano i documenti bancari originali che attestavano il trasferimento dell'oro del Monte Caio verso la Svizzera nel 1946, le ricevute dei pagamenti mensili che la Fondazione Castelli versava al padre di mia madre fino alla sua morte, e soprattutto un foglio di carta bollata con l'intestazione della Procura Militare del 1948, mai depositato, in cui mio padre ricostruiva nei dettagli la dinamica del duplice omicidio della miniera di Cà della Luna.

Ma il documento più agghiacciante si trovava sul fondo della cassetta: un contratto d'acquisto segreto datato 1975, con cui la Fondazione Castelli acquisiva il controllo azionario della clinica privata di Bologna dove Livia era stata fatta nascere e dove sua madre Bianca era stata impiegata. Gino aveva scoperto che la Fondazione manteneva la madre di Livia sotto una costante minaccia di licenziamento e sanzioni penali inventate se avesse mai rivelato chi fosse il vero padre della bambina.

"Ecco perché Gino ti inviava quel denaro clandestinamente", dissi a Livia con le lacrime agli occhi. "Non era solo un mantenimento per la tua crescita. Era il riscatto che versava mese dopo mese per impedire che Castelli ti facesse del male o ti togliesse a tua madre Bianca!"

Livia toccò le carte con le dita tremanti. Per tutta la sua vita aveva creduto di essere stata abbandonata da un padre codardo che l'aveva liquidata con una somma mensile gestita da suore. Ora capiva che ogni singolo versamento sul quel libretto blu rappresentava un atto di amore disperato e di resistenza silenziosa contro un nemico colossale.

"Dobbiamo fare le fotocopie di tutto questo immediatamente", disse Livia riacquistando il suo autocontrollo rigoroso. "E dobbiamo portarle al Procuratore Capo prima che Castelli possa intervenire con i suoi legali."

In quel momento, la pesante porta blindata del caveau interrato si aprì con uno stridore metallico. Non fu la pattuglia dei Carabinieri ad entrare, ma l'avvocato personale della Fondazione Castelli, un uomo sulla cinquantina con un abito gessato impeccabile, accompagnato da due guardie giurate private e dal direttore generale della filiale bancaria.

"Signor Stefano," disse l'avvocato avanzare con passo felpato e un sorriso di plastica, "sono il Dottor Marini, legale del Conte Castelli. Vi prego di riporre immediatamente tutto il contenuto della cassetta nel contenitore. Abbiamo ottenuto un decreto d'urgenza dal Tribunale di Parma per il sequestro conservativo di qualsiasi documento riguardante i rapporti tra il defunto Gino e la Fondazione."

"I documenti sono di proprietà esclusiva di mio padre!" risposi mettendo il mio corpo a scudo del tavolo dove giacevano le carte. "Non avete alcun diritto di toccarli!"

"Il Tribunale la pensa diversamente", rispose l'avvocato Marini estraendo un foglio dalla borsa di pelle. "I documenti contengono informazioni riservate che ledono l'onore di un'istituzione benefica riconosciuta. Consegnate la cassetta o le guardie dovranno trattenervi fino all'arrivo della Polizia per appropriazione indebita di atti riservati."

Livia mi guardò. Fece un cenno impercettibile con la testa verso l'angolo del caveau dove si trovava il fotocopiatore industriale dell'ufficio bancario.

Prima che le guardie potessero muoversi, un brusio convulso provenne dalla tromba delle scale del caveau. La porta d'ingresso venne spalancata con violenza ed entrò il Capitano dei Carabinieri di Parma, seguito da tre agenti armati e da mia figlia Beatrice.

"Tutti fermi!" ordinò il Capitano con voce stentorea che fece rimbombare il caveau. "Dottor Marini, la prego di abbassare quel foglio. La Procura della Repubblica di Parma ha appena emesso un mandato di perquisizione e sequestro per tutti gli atti riguardanti la Fondazione Castelli e la persona del Conte Alberto Castelli!"

L'avvocato Marini sbiancò di colpo, facendo un passo indietro. "Capitano... su quali basi? Questa è un'ingerenza intollerabile!"

"Sulla base del ritrovamento dei resti umani di Enrico Castelli nella miniera del Monte Caio e della testimonianza resa mezz'ora fa dalla signora Elena," rispose il Capitano con tono solenne.

Sentii il cuore fermarsi. "Mia madre? Cos'è successo a mia madre Elena?"

Il Capitano mi guardò con uno sguardo pieno di pietà e rispetto. "La signora Elena si trova all'ospedale Maggiore di Parma, signor Stefano. Ha avuto un grave malore cardiaco durante il colloquio con il Conte Castelli, ma prima di perdere conoscenza ha rilasciato una confessione formale registrata dai nostri agenti, confermando ogni dettaglio del furto dell'oro del 1945 e dell'omicidio di Enrico Castelli."