L'ombra di Parma
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L'ombra di Parma

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Il Conte Alberto Castelli avanzò nella caverna con un sorriso gelato dipinto sul viso incartapecorito. Indossava un pesante impermeabile di cashmere scuro e guanti di pelle neri. Nonostante i suoi quasi ottant'anni, la sua postura era eretta e il suo sguardo emanava una freddezza spietata. I suoi due uomini di scorta tenevano le torce puntate dritte sui nostri occhi, accecandoci, mentre uno di loro impugnava una pistola semiautomatica dotata di silenziatore.

"Vedo che hai trovato tuo zio Enrico, o quello che ne rimane", disse Castelli, indicando con il bastone da passeggio il corpo scheletrico a terra.

"Mio zio?" risposi, incredulo, guardando alternativamente lo scheletro e il Conte. "Cosa significa? Il piastrino porta il nome di Enrico Castelli!"

Alberto Castelli fece un breve riso amaro che risuonò tetro tra le pareti di roccia della miniera. "La storia che tuo padre Gino ti ha raccontato nella lettera è vera solo a metà, Stefano. Gino pensava di sapere tutto, ma anche lui è stato manipolato fino all'ultimo giorno."

Il Conte si avvicinò alla cassa di legno, spingendo via con la punta dello stivale un frammento di teschio umano. "Nel 1945, il mio vero padre non era il fondatore della Fondazione. Il fondatore era mio zio Enrico, l'uomo che giace qui a terra. Mio padre, insieme a tuo nonno materno, decise di rubare il tesoro della Val d'Enza non per arricchirsi, ma per finanziare la nascita dell'impero economico della nostra famiglia. Ma Enrico si oppose al furto. Era un idealista, un vero partigiano. Così, durante lo scontro qui dentro, mio padre sparò a suo fratello Enrico e all'altro partigiano che lo accompagnava."

Beatrice trattenne il respiro, stringendosi a Livia.

"Mio padre Gino..." intervieni io con la voce che tremava per la rabbia, "...tuo padre e mio nonno incastrarono mio padre Gino!"

"Esattamente", ammise Castelli senza alcuna ombra di rimorso. "Tuo nonno materno propose un patto di ferro: far credere a tutti che Enrico Castelli fosse fuggito all'estero con l'oro della brigata. Tuo padre Gino arrivò sul luogo subito dopo l'omicidio e vide i corpi. Per farlo tacere, lo minacciarono di accusarlo del duplice delitto, poiché la pistola usata era la sua, rubata poche ore prima dal laboratorio. Per salvaguardare la vita di tua madre Elena — che era incinta di te in quel periodo — Gino accettò di firmare la lettera di confessione falsa che mio padre ha conservato per cinquant'anni in una cassetta di sicurezza a Parma."

Livia fece un passo avanti, mettendosi davanti a Beatrice. "E la mia nascita? La reclusione di Gino a Bologna nel 1958?"

Alberto Castelli la guardò con disprezzo. "Nel 1958 tuo padre tentò di riaprire la vicenda. Aveva trovato una pista per recuperare questa mappa e riscattare la sua reputazione. Mio padre lo scoprì e lo fece rinchiudere in una clinica psichiatrica privata a Bologna per sei mesi, facendolo passare per malato di pleurite con la complicità di tua madre Elena. Fu lì che conobbe tua madre, Livia. Tua madre era un'infermiera della clinica. Gino trovò in lei una via di fuga disperata, ma quando tu nascesti, mio padre minacciò di far sparire la bambina se Gino non fosse tornato a Parma sottomesso e in silenzio."

La verità cadeva su di noi come macigni di piombo. Mia madre Elena non era soltanto una vittima della storia; era stata la complice silenziosa del proprio padre e della famiglia Castelli, sacrificando la felicità e la dignità di mio padre Gino per mantenere la posizione sociale e la tranquillità della famiglia.

"Mia madre sapeva tutto..." sussurrai, sentendo il mondo crollarmi addosso.

"Sua madre Elena ha fatto quello che ogni donna pragmatica della sua epoca avrebbe fatto", disse Castelli, estraendo dalla tasca della giacca un piccolo contenitore metallico. "Ha scelto la sicurezza della sua famiglia a scapito della verità. Ma ora quella storia deve finire definitivamente qui. Non posso permettere che la Fondazione Castelli, che gestisce centinaia di milioni di euro e progetti internazionali, venga travolta dallo scandalo delle azioni di due vecchi delinquenti del 1945."

Il Conte fece un cenno al suo uomo armato. "Prendete il registro e la mappa. Poi assicuratevi che questa galleria subisca il suo ultimo, definitivo crollo a causa di un 'incidente' con la dinamite."

L'uomo armato si avvicinò a me per strapparmi la giacca dove avevo infilato il registro contabile. Ma prima che potesse toccarmi, Beatrice fece un gesto inaspettato: afferrò la pesante torcia tattica che aveva nella tasca del suo giubbotto e la scagliò con violenza contro il viso del picchiatore, facendolo barcollare all'indietro.

Nel caos che ne seguì, Livia urtò con forza il vecchio palo di sostegno in legno marcito che reggeva la volta della cavità. Il secolare trave di quercia si spezzò con un sinistro scricchiolio di roccia e terra.

Un boato sordo rimbombò nella miniera mentre enormi frammenti di pietra e detriti iniziavano a cadere dal soffitto della caverna, separando noi dal gruppo del Conte Castelli con un muro di polvere e roccia in caduta libera.