L'ombra di Parma
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L'ombra di Parma

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Il buio del laboratorio divenne improvvisamente il nostro unico alleato. Speensi d'istinto la torcia di Livia, spingendo lei e Beatrice dietro un imponente armadio a tre ante in stile barocco. Il profumo intenso di legno essiccato e cera si mescolava ora con l'odore acre del fumo di una torcia tattica che fendeva l'oscurità del retrobottega. Sentivo il respiro corto di mia figlia contro il mio collo. Avrei dovuto proteggerla, ma mi trovavo coinvolto in un incubo nato trent'anni prima della sua nascita.

"Stefano, ascoltami", sussurrò la voce dell'intruso, che avanzava lentamente calpestando i segatura con passo cadenzato. "Sei un uomo di settantacinque anni, un distinto restauratore in pensione. Cosa speri di fare con storie che risalgono alla guerra mondiale? Pensi davvero che alla Procura importi qualcosa di due morti di ottant'anni fa o di un pugno di monete d'oro sparite? Lascia il registro sul banco e vi permetteremo di uscire da qui senza un graffio."

Livia mi toccò la spalla. Nel buio, mi indicò con il dito la porta di servizio che conduceva al piccolo cortile interno della bottega, dove Gino teneva i legnami più ingombranti. Quella porta dava su un vicolo laterale attraverso una legnaia. Potevamo scappare, ma avrei dovuto lasciare sul banco il registro con la mappa?

No. Mio padre aveva portato quel peso sulla coscienza per tutta la vita, pagando con il proprio matrimonio, con l'allontanamento da sua figlia Livia e con una costante angoscia. Non potevo permettere che il suo sacrificio venisse cancellato con un colpo di spugna dagli sgherri di Castelli.

Afferrai con decisione il registro contabile e la mappa velinata, infilandoli nella mia giacca. Poi, con una mossa disperata, afferrai un pesante pialletto in ghisa dal banco di lavoro e lo scagliai con tutta la forza che avevo contro la rastrelliera dei barattoli di vernice sul lato opposto della stanza. Il fracasso di metallo e vetro che si infrangeva sul pavimento creò un diversivo perfetto.

"Sono là!" gridò uno degli uomini, e la luce della torcia si spostò d'impatto verso l'angolo sinistro.

"Ora! Correte!" sussurrai a Livia e Beatrice.

Spalancai la porta del cortile posteriore e ci tuffammo nella nebbia gelida dell'esterno. Scavalcammo la bassa recinzione in legno della legnaia, graffiandoci le mani, e ci ritrovammo nel vicolo secondario proprio mentre nell'officina risuonavano le imprecazioni dei nostri inseguitori. Corremmo a perdifiato attraverso la rete di borghi del centro di Parma, senza mai voltarci, fino a raggiungere la stazione ferroviaria.

Ci rifugiammo all'interno della sala d'attesa, illuminata da una cupa luce al neon. Eravamo spossati, infreddoliti e con i vestiti sporchi di polvere e vernice. Beatrice si accasciò su una panchina di legno, tremando per lo shock e l'adrenalina.

"Papà... cosa c'era scritto in quella nota sulla mappa?" mi chiese con voce rotto dal pianto. "Ha davvero detto che ci sono dei corpi in quella miniera?"

Estrassi la carta velina dalla tasca e la distesi sulle mie ginocchia. Livia si sporse per esaminare con attenzione i dettagli grafici della mappa. La sua esperienza di vita, trascorsa lavorando come archivista e ricercatrice storica a Bologna, si rivelò in quel momento fondamentale.

"Questa mappa non è una carta topografica qualunque", osservò Livia, tracciando con il dito le linee dell'Appennino. "È una mappa militare dell'VIII Armata britannica del 1945. La zona segnata con la croce rossa corrisponde alla vecchia miniera di rame di 'Cà della Luna', sopra Schia, sul Monte Caio. È un posto abbandonato dagli anni Trenta, famoso nella zona per i suoi crolli interni e per le leggende locali sulle gallerie allagate."

"Mio padre ha scritto che il tesoro della Val d'Enza è ancora lì", dissi a bassa voce. "Insieme ai corpi dei due partigiani. Se mio nonno materno e il vecchio Castelli hanno ucciso quei due uomini per rubare l'oro e poi hanno nascosto tutto nella miniera, quella è la prova regina. La prova che smaschererebbe la Fondazione Castelli e riabiliterebbe definitivamente la memoria di Gino."

"Ma è anche una trappola mortale", intervenne Beatrice, guardandomi con occhi sgranati dal terrore. "Papà, hai settantacinque anni! Non puoi pensare di andare a scalare una montagna di notte per infilarti in una miniera crollata! Dobbiamo andare dalla polizia, subito!"

"Con quali prove, Beatrice?" replicò Livia con amarezza. "Pensi che la polizia di Parma muoverà una sola pattuglia sulla base di una mappa ingiallita del 1945 e della parola di un vecchio e di una donna apparsa dal nulla? La Fondazione Castelli controlla metà dei poteri forti di questa città. Se andiamo alle autorità senza prove fisiche irrefutabili, la mappa sparirà entro due ore ed noi verremo denunciati per violazione di domicilio o peggio."

Guardai il vecchio orologio da tasca di mio padre che portavo sempre nel guscio della giacca. Erano le quattro del mattino. L'alba sarebbe arrivata tra tre ore. Il tempo stava giocando contro di noi: gli uomini di Castelli avrebbero presto capito che non avevamo lasciato la città e avrebbero piantonato tutte le vie d'uscita principali.

"Livia ha ragione", dissi con fermezza, sentendo nascere dentro di me una determinazione che non sapevo di possedere. "Dobbiamo andare al Monte Caio prima di loro. Dobbiamo trovare quella miniera e recuperare ciò che Gino ha protetto per tutta la sua vita. Solo così potremo liberarici dall'ombra di questa storia."

"Non vi lascerò andare da soli", affermò Beatrice, rasciugandosi le lacrime dal viso e alzandosi in piedi con lo sguardo risoluto. "Se questo riguarda la nostra famiglia, riguarda anche me. E poi... ho la macchina di un'amica parcheggiata a due isolati da qui, di cui possiedo le chiavi di riserva."

Ci guardammo per un istante, uniti da un legame profondo e improvviso che sfidava i decenni di silenzi e menzogne. Mezz'ora dopo, l'utilitaria di mia figlia si stava arrampicando lungo i tornanti bui della provinciale che salivano verso le vette dell'Appennino parmense, dritta verso il cuore del segreto del Monte Caio. Ma mentre salivamo di quota, la nebbia si trasformò in una fitta nevicata fuori stagione, e due fari potenti apparvero improvvisamente nello specchietto retrovisore.