Tre settimane dopo il funerale di mia madre Elena, il sole primaverile dell'aprile emiliano iniziava a scaldare i colli di Parma. La tenuta della Fondazione Castelli era stata sigillata dalla Magistratura, e la città stava faticosamente elaborando lo shock per la caduta dell'istituzione più potente della provincia. Ma nel piccolo cimitero di paese sulla collina sopra Langhirano, dove giaceva la tomba di famiglia di mio padre Gino, il silenzio era rotto soltanto dal cinguettio degli uccelli e dal vento che muoveva le fronde dei cipressi.
Beatrice, Livia ed io stavamo davanti alla tomba in marmo grigio. Avevamo fatto aggiungere sul marmo una nuova iscrizione, proprio sotto il nome di mio padre: "Gino - Giusto tra gli uomini, che scelse il silenzio per amore."
Livia depose un mazzo di freesie bianche sulla lastra di marmo. I suoi occhi erano sereni, privi di quell'ombra di solitudine ed austerità che la caratterizzava quando l'avevo incontrata per la prima volta nel salotto di mia madre. In quelle tre settimane avevamo riempito settantacinque anni di distanza, parlando per ore del nostro passato, dei nostri ricordi e riscoprendo una familiarità genetica che emergeva nei piccoli gesti quotidiani: nel modo di bere il caffè, nel sorriso trattenuto, nella passione per le cose fatte a mano e con cura.
"Cosa ne farai del laboratorio di restauro a Parma, Stefano?" mi chiese Livia mentre rientravamo verso l'automobile.
Mi fermai a guardare la vallata della Val d'Enza che si stendeva ai nostri piedi, verde e rigogliosa sotto la luce del mattino.
"Ho deciso di riaprirlo", risposi con un sorriso che non provavo da mesi. "Con l'aiuto di Beatrice. Tua nipote ha deciso di lasciare il suo lavoro d'ufficio a Milano e di imparare l'arte del restauro del legno. Voglio che la bottega di Gino continui a vivere, ma non più come luogo di segreti e sofferenza, bensì come luogo di creazione e bellezza."
"E per quanto riguarda te, Livia?" chiese Beatrice afferrando la mano di sua zia. "Tornerai a stare a Bologna da sola?"
Livia sorrise, estraendo dalla borsa una chiave d'ottone legata ad un nastro blu: la chiave dell'appartamento di mia madre a Parma, che le avevo formalmente intestato come quota della sua eredità legittima.
"Ho chiesto il trasferimento definitivo all'Archivio di Stato di Parma", disse Livia con la voce venata da una sincera commozione. "Ho passato sessantasei anni della mia vita a sentirmi un'orfana senza radici e senza un posto nel mondo. Ora ho un fratello, una nipote ed una città che finalmente posso chiamare casa."
Ci abbracciammo al bordo della strada panoramica. Per la prima volta nella mia vita, non mi sentivo più oppresso dal peso del passato di mio padre Gino, ma fiero di portare il suo sangue e la sua eredità d'onore.
Quella sera stessa ci ritrovammo tutti e tre nel laboratorio di Borgo del Parmigianino. La saracinesca era alzata, le luci erano accese ed l'odore di cera d'api e noce stagionato riempiva di nuovo l'ambiente. Avevamo ripulito il retrobottega dai segni dell'effrazione degli uomini di Castelli e restaurato la grande scrivania in quercia di mio padre.
Mentre stavamo sistemando i vecchi libri contabili negli scaffali, Beatrice notò un piccolo cassetto segreto situato sotto il piano di lavoro della scrivania di Gino, sbloccabile soltanto mediante una pressione simultanea su due intagli del legno che mio padre aveva realizzato con maestria artigianale.
"Papà... guarda qui!" disse Beatrice richiamando la nostra attenzione.
Spinsi i due intagli di legno. Il cassetto nascosto scattò verso l'esterno con un piccolo rumore metallico.
All'interno non c'erano documenti legali, né carte bancarie, né mappe della guerra. C'era una scatola di legno di noce intarsiata a mano da Gino. Quando aprii il coperchio della scatola, trovai due oggetti che ci fecero battere il cuore all'impazzata: una piccola scarpetta da neonato in lana bianca datata 1958, e due testamenti olografi identici, redatti da Gino vent'anni prima della sua morte.
In quei testamenti, Gino lasciava ufficialmente il laboratorio ed la casa di Parma divisi in parti esattamente uguali tra i suoi due figli: Stefano e Livia.
Mio padre aveva previsto tutto. Sapeva che un giorno la verità sarebbe emersa dal buio ed aveva predisposto la giustizia per i suoi figli molto prima che noi potessimo persino immaginarla.
Ma dentro la scatola c'era anche un terzo foglio, scritto di pugno da Gino pochi mesi prima di morire, con un'ultima indicazione che riguardava un piccolo terreno agricolo sull'Appennino, che mio padre aveva acquistato in gran segreto negli anni Ottanta sotto un falso nome.
Leggemmo le parole di Gino con il fiato sospeso: "Se avete unito le vostre mani ed aveve aperto questa scatola insieme, significa che la verità vi ha resi liberi. Ma c'è un ultimo gesto che vi chiedo di compiere prima di chiudere questa storia per sempre. Andate al podere 'La Maestà' sopra Tizzano. Lì è sotterrato ciò che è rimasto del vero tesoro della Val d'Enza: non l'oro insanguinato dei Castelli, ma la dignità della nostra gente."






