Il vento freddo della notte emiliana ci travolse non appena mettemmo piede nel cortile interno del palazzo. Scendemmo i gradini in ferro della scala antincendio a rotta di collo, mentre dall'alto dell'appartamento giungevano le grida degli uomini incappucciati e la voce fermissima di mia madre che minacciava di chiamare i carabinieri. Raggiungemmo la via posteriore attraverso un cancello di servizio di cui possedevo le chiavi. Il buio dei vicoli del centro storico di Parma ci offrì una copertura temporanea, ma sapevamo che era solo questione di tempo prima che la berlina grigia patugliasse l'area.
"Dove andiamo adesso?" chiese Beatrice, con il fiato spezzato e le lacrime che le rigavano le guance. "Papà, non possiamo lasciare la nonna da sola con quella gente!"
"Tua nonna sa esattamente come gestirli, credimi", rispose Livia, aggiustandosi il soprabito con una freddezza che tradiva un'abitudine prolungata alle situazioni di pericolo. "Ha convissuto con quella spada di Damocle sopra la testa per più di cinquant'anni. Se gli uomini dei Castelli sono arrivati a sfondare una porta in pieno centro, significa che l'attuale presidente della Fondazione, il conte Alberto Castelli, sa che Gino è morto e che le sue carte stanno per venire alla luce. Vogliono bonificare tutto prima che la notizia finisca ai giornali o alla Procura."
Stringevo nella mano il fagotto nero che mia madre mi aveva lanciato all'ultimo istante. Al suo interno, oltre a una chiave d'ottone con un numero punzonato sopra — il numero 48 —, c'era una vecchia fotografia in bianco e nero. Ritraeva tre giovani uomini in abiti da montagna negli anni Quaranta. Riconobbi subito mio padre Gino, sorridente e con lo sguardo fiero. Accanto a lui c'era un uomo imponente con una divisa partigiana, mio nonno materno. Ma fu il terzo uomo a catturare la mia attenzione: un giovane magro, dagli occhi freddi e distanti, la cui somiglianza con il presidente attuale della Fondazione Castelli era innegabile. Sul retro della foto c'era un'annotazione a matita: "Monte Caio, 18 Aprile 1945. Il patto è stretto. Dio ci perdoni."
"Il laboratorio di mio padre", dissi d'impulso, guardando le due donne. "Dobbiamo andare al laboratorio artigianale prima che ci arrivino loro. Gino ha scritto nella lettera che il documento chiave è nascosto nel primo libro contabile, sotto la voce 'Crediti inesigibili'. Se Castelli immagina che Gino abbia lasciato prove lì, invierà i suoi uomini a perquisire l'officina."
Ci incamminammo rapidamente verso Borgo del Parmigianino, dove la falegnameria e laboratorio di restauro di mio padre si trovava da oltre mezzo secolo. Le strade della città erano desolate a quell'ora di notte, avvolte da una nebbia sottile che saliva dalla Parma, il torrente che divide la città. Ogni passo rimbombava sulle pietre del pavé, facendomi voltare continuamente per assicurarmi che non fossimo seguiti.
Arrivati davanti alla bottega, l'insegna in legno intagliato con la scritta "Gino - Restauro e Banisteria" sembrava un relitto di un'epoca sepolta. Inserii la chiave nella serratura della serranda in ferro. Il metallo stridette nel silenzio della via, facendomi salire il cuore in gola. Ci infilammo rapidamente all'interno, abbassando subito la saracinesca per non far trapelare alcuna luce verso l'esterno.
L'odore del laboratorio mi investì come un pugno nello stomaco: cera d'api, colla di pesce, legno di noce stagionato e il tabacco della pipa che mio padre fumava sempre mentre lavorava. Per un secondo, mi parve di vederlo ancora lì, curvo sul suo banco di lavoro, con gli occhiali da vista appesi al collo e la matita da falegname dietro l'orecchio. La sua assenza non era mai stata così reale e pesante come in quel momento.
"Dove teneva i vecchi registri contabili?" chiese Livia, estraendo una piccola torcia tascabile dalla borsa e illuminando gli scaffali stracarichi di attrezzi, pialle, pialletti e barattoli di vernice.
"Nel retrobottega, nella cassaforte ignifuga d'acciaio o negli archivi in alto", risposi, guidandole attraverso il labirinto di mobili a metà restaurati. Andai dritto verso il grande armadio di quercia situato nell'angolo dell'ufficio privato di Gino. Aprii le ante. Lì dentro, ordinati per anno dal 1950 al 2020, c'erano i registri contabili rilegati in pelle nera.
"Cerca il libro del 1950, il primo anno di attività ufficiale dopo la guerra", disse Beatrice, aiutandomi a scorrere i dorsi impolverati.
Trovai il volume. La copertina era rigida, consumata dagli anni. Lo appoggiai sul banco da lavoro sotto la luce tremolante della torcia di Livia. Sfogliai rapidamente le pagine ingiallite scritte con la grafia precisa di mio padre, fino a raggiungere la sezione dei "Crediti inesigibili". Ma quando arrivai a quella pagina, notai subito un'anomalia. La pagina non era semplicemente scritta: le due facciate centrali erano state incollate tra loro con una sostanza vinilica trasparente ma resistente.
Con la punta di un bisturi da restauro che si trovava sul banco, iniziai a separare con extrema delicatezza i due fogli sigillati. Il cuore mi batteva a mille. A poco a poco, lo spazio nascosto tra le due pagine rivelò il suo contenuto: una serie di ricevute bancarie estere datate 1946, emesse da un istituto di credito svizzero a favore del Conte Edoardo Castelli, e un foglio di carta velina ripiegato in quattro.
Srotolai la carta velina. Era una mappa dettagliata dell'Appennino Parmense, nella zona del Monte Caio, con una croce segnata in inchiostro rosso presso una vecchia miniera abbandonata di rame, e una nota autografa di mio padre: "Il resto del tesoro della Val d'Enza non è mai stato fuso. È ancora lì, insieme ai corpi dei due partigiani che si opposero al furto."
Un brivido d'orrore mi corse lungo la schiena. Non si trattava solo di un furto d'oro; si trattava di un duplice omicidio.
Prima che potessimo pronunziare una parola, il suono improvviso di un vetro infranto provenne dalla vetrina anteriore della bottega. Seguito dal rumore pesante di scarponi che calpestavano i trucioli di legno sul pavimento.
"So che siete qui dentro, Stefano!" risuonò una voce profonda e rauca dall'oscurità del laboratorio. "Rendete le cose facili per tutti. Il Conte Castelli vuole solo ciò che appartiene alla sua famiglia."






