Il rimbombo delle detonazioni fece tremare le pareti di pietra della masseria. Urli di terrore e il rumore di mobili rovesciati si sovrapposero al picchiettare furioso della pioggia sul tetto. Ignorando completamente l'ordine di Luca di rimanere al sicuro nella legnaia, mi slanciai su per le scale di pietra, spinta da un istinto primordiale di protezione e dal desiderio bruciante di affrontare il mio aguzzino.
Raggiunsi la cima della rampa e mi affacciai nel grande salone al primo piano. La scena che mi si parò davanti era surreale e terrificante.
Il salone era illuminato solo dalle luci fioche di alcune candele e dai bagliori dei fulmini che penetravano dalle grandi vetrate. Al centro della stanza, Bianca era legata a una sedia di legno, con il volto segnato da contusioni e gli occhi sgranati dal terrore. A terra, poco distante da lei, giaceva l'avvocato Saponaro, colpito alla spalla dal proiettile di Luca, che si lamentava stringendosi la ferita sanguinante.
Ma l'attenzione di tutti era catturata dai due uomini al centro della stanza.
Luca ed Ivo si trovavano a meno di tre metri di distanza l'uno dall'altro, entrambi con le armi spianate. Ivo portava un impermeabile scuro ed era visibilmente invecchiato rispetto a tre anni fa: i capelli erano del tutto bianchi, il volto scavato dalle rughe e provato da una vita passata nell'ombra, ma nei suoi occhi azzurri bruciava ancora la stessa spietata intelligenza che lo aveva guidato per tutta la vita.
Vedendo l'ispettore—suo figlio—con la pistola puntata contro di lui, Ivo sorrise con una calma innaturale.
— "Abbassa l'arma, Luca," disse Ivo con voce persuasiva, la stessa voce con cui per decenni mi aveva convinta che tutto andasse bene. "Sei mio figlio. Tutto quello che ho fatto, l'ho fatto per garantirti un futuro. Pensi che saresti diventato quello che sei senza i miei interventi invisibili, senza i soldi che ho fatto pervenire alla tua famiglia adottiva?"
— "Tu non sei mio padre!" gridò Luca, con le mani che tremavano leggermente sulla limpida sagoma della sua Beretta 92. "Tu sei un mostro! Hai rubato la mia vita, hai fatto credere a mia madre che fossi morto e hai usato Clara come una copertura per i tuoi sporchi affari!"
— "Clara era felice!" replicò Ivo alzando il tono di voce. "Le ho dato una vita agiata, rispetto, posizione sociale! Non le è mai mancato nulla!"
— "Mi hai rubato la verità, Ivo!" urlai io, facendo tre passi avanti ed emergendo dall'ombra della rampa di scale.
Tutti si voltarono verso di me. Ivo sgranò gli occhi, e per la prima volta da quando era cominciata quella storia, intravidi una crepa nella sua maschera di pietra. Un'ombra di autentico sconcerto passò sul suo volto.
— "Clara..." balbettò Ivo, facendo un passo indietro. "Cosa ci fai qui? Tu... dovresti essere a casa..."
— "A casa a piangere sulla tua finta tomba?" risposi, avanzando verso di lui con il diario di pelle nera stretto nella mano sinistra. "A portarti i gigli bianchi ogni domenica mentre tu ti godevi la tua ricchezza rubata e i tuoi segreti sporchi? Ho passato tre anni a piangere un fantasma, Ivo. Ma stasera il fantasma sei tu."
Ivo squadrò il diario nella mia mano, poi fissò Bianca ed infine Luca. Capì che la sua rete di bugie era crollata definitivamente. Non c'era più spazio per le manipolazioni, non c'era più modo di tornare indietro.
— "Sei sempre stata una stupida ingrata, Clara," disse Ivo, e la sua voce si trasformò in un sibilo denso di odio pura. "Tuo padre mi trattava come un servitore prima che mi sposassi con te. Ho dovuto sopportare la tua famiglia snob per decenni solo per avere quello che mi spettava di diritto!"
In quel momento, l'avvocato Saponaro, ferito a terra, fece un movimento brusco verso la sua valigetta caduta sul pavimento. Nella valigetta c'era una tanica di plastica piena di liquido infiammabile che si era rotta nella caduta. Il carburante si era sparso sul pavimento di legno antico.
Saponaro, preso dal panico o dal desiderio di distruggere le prove, afferrò una delle candele cadute dal tavolo e la scagliò verso la chiazza di benzina.
WHOOSH!
Una fiammata gigantesca ed esplosiva ruggì nel salone, alzandosi fino al soffitto e separando me e Luca da Ivo e Bianca. Il fuoco avvolse le tende d'epoca e le travi di legno secco con una velocità spaventosa. L'aria divenne istantaneamente rovente, satura di un fumo nero e denso che rendeva impossibile respirare.
— "MADRE!" urlò Luca, lanciandosi attraverso le fiamme per raggiungere Bianca, che era ancora legata alla sedia mentre le fiamme si avvicinavano pericolosamente ai suoi vestiti.
Ivo approfittò della confusione e del muro di fuoco per scattare verso la porta finestra che dava sul balcone esterno, portando con sé la borsa con i documenti e il denaro.
— "Clara! Vai via! Esce da qui!" mi gridò Luca mentre con la canna della pistola cercava di tagliare le corde che legavano Bianca.
Guardai la porta in fiamme da cui era fuggito Ivo, poi guardai Luca e Bianca bloccati dal fuoco. Non potevo lasciarli morire. Mi guardai intorno: sul tavolo laterale c'era una brocca di rame piena d'acqua. La rovesciai sulle mie maniche e su una coperta pesante, poi mi slanciai verso di loro, usando la coperta bagnata per soffocare le fiamme attorno alla sedia di Bianca.
Insieme, io e Luca riuscimmo a liberare Bianca ed a trascinarla verso la rampa di scale di servizio che portava alla legnaia, lontana dal fuoco che stava divorando l'intero primo piano della masseria.
Mentre spingevo Bianca verso la salvezza, scorsi attraverso il fumo la figura di Ivo che correva lungo il balcone esterno verso la scalinata di pietra che portava al cortile.
Ma la pioggia battente aveva reso i gradini di pietra leccese scivolosi come il vetro.
Sentii un urlo disperato superare il ruggito delle fiamme e il fragore del tuono. Guardai fuori dalla finestra frantumata: Ivo aveva perso l'equilibrio sulla scalinata ed era precipitato nel vuoto per oltre sei metri, impattando violentemente sulle rocce affilate della fontana sottostante.






