Tre giorni dopo la notte della masseria.
La notizia della morte dell'ingegner Ivo De Santis—quello vero, questa volta—aveva scosso Lecce come un terremoto giudiziario e sociale. I giornali locali e nazionali non parlavano d'altro: "Il morto che viveva nell'ombra", "La truffa del secolo nel Salento", "Trent'anni di menzogne smascherate da due donne".
Il corpo di Ivo era stato trasportato all'istituto di medicina legale per gli accertamenti autoptici formali ed il riconoscimento tramite il DNA, confermando senza ombra di dubbio la sua identità. L'avvocato Saponaro, sopravvissuto all'incendio con gravi ustioni ed una ferita da arma da fuoco, era stato arrestato con l'accusa di complicità in omicidio, sequestro di persona e falsificazione di atti pubblici, ed aveva iniziato a confessare tutto ai magistrati della Procura di Lecce per ottenere uno sconto di pena.
Mi trovavo nel salotto della mia casa in centro storico. Le tapparelle erano parzialmente abbassate per proteggermi dai giornalisti che da tre giorni stazionavano davanti al portone d'ingresso. L'appartamento era immerso in un silenzio irreale. Ogni oggetto, ogni mobile che avevo condiviso con Ivo sembrava ora privo di significato, spogliato della patina di rispetto e serenità che lo aveva avvolto per decenni.
Il campanello della porta suonò. Un suono discreto, un singolo tocco.
Mi alzai dalla poltrona, andai verso l'ingresso ed guardai attraverso lo spioncino. Era Luca.
Svitai la catena ed aprii la porta.
Il giovane poliziotto indossava abiti civili: un maglione scuro ed un giubbotto di pelle. Il suo volto recava ancora i segni della stanchezza e della tensione dei giorni precedenti, ma nei suoi occhi azzurri—quei terribili occhi ereditati da mio marito—c'era una luce nuova, più serena, priva del velo di sospetto che lo aveva accompagnato fino a quel momento.
— "Posso entrare, Clara?" chiese piano.
— "Certo, Luca. Vieni dentro," risposi facendomi da parte.
Si sedette al tavolo della cucina, lo stesso tavolo dove tre giorni prima avevamo ascoltato la registrazione di Ivo. Gli preparai un caffè in silenzio, poi mi sedetti di fronte a lui.
— "Come sta tua madre?" chiesi rompendo il silenzio.
Luca sorrise leggermente, un sorriso vero che non gli avevo mai visto fare prima.
— "Sta meglio. È ricoverata ancora per qualche giorno all'ospedale per accertamenti e per lo shock, ma i medici dicono che fisicamente è fuori pericolo. Ha passato tutto il tempo a guardare le mie vecchie foto da bambino... cerca di recuperare trent'anni in pochi giorni."
— "Ha diritto di farlo," dissi sfiorandogli la mano appoggiata sul tavolo. "E tu... come ti senti?"
Luca sospirò, fissando la tazzina di caffè fumante.
— "Non lo so ancora bene, Clara. Tutta la mia vita è stata costruita su una bugia. Il mio cognome, la mia storia, persino il motivo per cui sono diventato un poliziotto... Ivo mi ha spinto verso la carriera nelle forze dell'ordine per potersi garantire una spia all'interno della questura in caso di indagini sul suo passato. Mi sento sporco."
— "Non devi pensarlo," dissi con fermezza. "Tu sei stato la vittima di Ivo quanto me e Bianca. Tu non hai colpe per le scelte di quell'uomo. Hai scelto di fare il poliziotto per proteggere le persone, e l'altra notte hai salvato la vita a tua madre e a me. Questa è l'unica cosa che conta."
Luca alzò lo sguardo verso di me, ed intravidi una profonda gratitudine nei suoi occhi.
— "Ho parlato con il Procuratore della Repubblica stamattina," continuò Luca cambiando argomento. "L'inchiesta sulla clinica Sant'Anna è stata riaperta. Hanno ritrovato i verbali originali del 1994 che Saponaro aveva nascosto. La salma del povero uomo che era stato sepolto nel loculo di famiglia al posto di Ivo è stata traslata all'obitorio per l'identificazione... era un ex operaio di cantiere scomparso nel 2021."
— "E la tomba?" chiesi con un nodo alla gola.
— "La tomba di famiglia è stata posta sotto sequestro giudiziario," rispose Luca. "Ma presto il magistrato disporrà il dissequestro. Ivo dovrà essere seppellito... da qualche parte. Ed è di questo che volevo parlarti."
Rimasi in silenzio per qualche istante. L'idea che Ivo potesse tornare a riposare in quella tomba che avevo curato per tre anni mi dava un senso di profonda repulsione.
— "Non voglio che Ivo rimanga nella mia tomba di famiglia," dissi con voce ferma. "Mio padre ha comprato quel terreno con il lavoro di una vita intera. Ivo non merita quel marmo, né quei gigli."
— "Lo capisco," disse Luca. "Mia madre ha chiesto che Ivo venga cremato e che le sue ceneri vengano disperse in mare, senza alcuna cerimonia o pietra tombale. Vuole che la sua memoria svanisca nel nulla, come se non fosse mai esistito."
— "È la scelta giusta," concordai.
Luca si alzò dal tavolo, tirando fuori dalla tasca interna della giacca un involucro di carta di riso bianca. Lo appoggiò sul tavolo tra di noi.
— "Che cos'è?" chiesi.
— "L'ha mandato mia madre per te," rispose Luca. "Ha detto che dovevi averlo tu."
Arii l'involucro con cautela. All'interno c'era la vecchia fotografia di Ivo, Bianca ed il neonato Marco, ma questa volta era stata affiancata da una rosa rossa essiccata ed un piccolo biglietto scritto a mano con una grafia elegante e tremante:
"Cara Clara, le rose sulla tomba non erano per l'uomo che ci ha tradite entrambe. Erano per il ricordo dell'amore che avevamo creduto vero. Ora che la nebbia si è dissolta, spero che entrambe possiamo trovare la pace che ci è stata rubata. Grazie per aver salvato mio figlio."
Le lacrime mi salirono agli occhi, ma questa volta non erano lacrime di rabbia o di disperazione. Erano lacrime di liberazione.
— "Luca," dissi guardando il giovane poliziotto. "Domenica prossima andrò al cimitero per l'ultima volta. Vuoi venire con me?"
Luca mi guardò, annuì lentamente ed disse:
— "Sì, Clara. Verremo io ed mia madre."






