LA ROSA SULLA TOMBA FREDDA
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LA ROSA SULLA TOMBA FREDDA

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Trattenni il respiro, schiacciando la schiena contro il muro di cemento grezzo fin quasi a farmi male. Il fascio di luce della torcia vagava nell'oscurità della stanza 408, sfiorando i faldoni ricoperti di muffa e indugiando sulla cassaforte spalancata. Sentivo il battito del mio cuore tamburellare nelle orecchie come un tamburo di guerra.

Chi era quella donna? La voce non apparteneva a Bianca. Era più giovane, fermissima, venata da un'inflessione metallica e spietata.

— "Clara," continuò la voce, facendo un passo all'interno della stanza. Il tacco delle sue scarpe produceva uno schiocco nitido sul pavimento polveroso. "Non complicare le cose. Quello che c'è scritto in quel diario non appartiene al passato che credi di conoscere. Restituiscilo ed esci da qui finché sei ancora in tempo."

La figura avanzò di un altro metro, volgendomi temporaneamente le spalle per controllare l'angolo buio vicino alle scaffalature. Fu la mia unica occasione.

Raccogliendo tutte le forze che mi rimanevano, mi lanciai fuori dal mio nascondiglio. Urtai deliberatamente lo scaffale metallico alla mia sinistra, facendolo crollare con un fracasso assordante di ferri e faldoni marciti che si rovesciarono tra me e l'intrusa. La donna urlò per la sorpresa, perdendo l'equilibrio.

Senza voltarmi a guardare, corsi a perdifiato fuori dalla stanza 408, buttandomi nel corridoio buio del seminterrato. La torcia del mio cellulare era spenta per non rivelare la mia posizione; guidata unicamente dal ricordo visivo della mappa e da un istinto di sopravvivenza che non sapevo neppure di possedere, brancolai nel buio pestando detriti e cocci di vetro.

— "Fermati!" gridò la donna dietro di me, mentre i suoi passi riprendevano a inseguirmi.

Svoltai a destra, poi a sinistra, salendo a precipizio la rampa di scale in cemento. Le mie gambe di donna di sessantacinque anni protestavano per lo sforzo, i polmoni mi bruciavano, ma il terrore mi spingeva avanti. Raggiunsi il piano terra, individuai il bagliore della luce naturale che filtrava dalla porta di servizio e vi mi gettai attraverso, riemergendo nell'uliveto abbandonato.

Corsi fino alla mia auto, una vecchia utilitaria parcheggiata a un centinaio di metri di distanza sotto le fronde di un ulivo secolare. Infilai la chiave nel quadro con mani tremanti, accesi il motore e ripartii a tutta velocità, sollevando una nube di polvere e sassi. Guardai nello specchietto retrovisore: una figura femminile vestita di nero era apparsa sulla soglia della clinica, guardando la mia auto allontanarsi senza però tentare di inseguirmi a piedi.

Guidai verso il centro di Lecce con il cuore a mille e le mani saldate al volante. Tenevo il diario di Ivo stretto sul sedile del passeggero, come se si trattasse di una bomba a orologeria pronta a esplodere.

Cosa significavano quelle parole? Il piccolo Marco non è morto... L'ho consegnato a...

A chi aveva dato quel bambino mio marito? E perché? Per salvare le nostre apparenze, la nostra ricchezza, la stima di mio padre? L'uomo che avevo amato, l'uomo con cui avevo condiviso il letto per trent'anni, era un criminale, un rapitore di bambini. La rabbia mi stringeva la gola, mischiata a un profondo senso di vergogna per non essermi mai accorta di nulla.

Tornata nel mio appartamento, chiusi la porta a chiave e inserii la catena di sicurezza. Mi sedetti al tavolo della cucina, accesi una lampada luminosa e riaprii il diario di Ivo.

Esaminai con cura maniacale le pagine strappate. Il taglio era netto, fatto probabilmente con una lama di bisturi o un cutter. Tuttavia, chiunque avesse strappato i fogli non si era accorto di un dettaglio: sulla pagina successiva, rimasta intonsa, la pressione della penna a sfera usata da Ivo aveva lasciato dei solchi evidenti sul foglio bianco.

Presi una matita morbida dalla mia borsa da disegno e cominciai a sfregare delicatamente la mina di grafite di piatto sulla carta bianca, come facevo da bambina per ricalcare le monete. A poco a poco, la grafite rivelò le parole impresse nella fibra della carta:

"...consegnato alla famiglia Carbone. Essi cresceranno il maschio come loro figlio. In cambio, ho azzerato il debito di gioco di Giuseppe Carbone e garantito loro la protezione dell'Avvocato Saponaro. Se Bianca scoprirà mai la verità, non esiterò a usare il fascicolo riservato contro di lei. Marco ora si chiama Matteo."

Mi bloccai. La matita mi cadde dalle dita.

Matteo.

Il nome del vecchio custode del cimitero. L'uomo che mi aveva parlato della rosa rossa, l'uomo che mi aveva detto di non essersi mai avvicinato alla donna col cappotto grigio!

Un brivido cosmico mi percorse la colonna vertebrale. Il custode del cimitero... non era un semplice impiegato statale. Era legato a questa storia fin dal principio. O forse... il vecchio Matteo era il padre adottivo? No, l'età non corrispondeva. Matteo il custode aveva quasi settant'anni.

Pensai intensamente. Giuseppe Carbone... Matteo Carbone. Il vecchio custode si chiamava Matteo Carbone! Era lui il padre adottivo a cui Ivo aveva consegnato il neonato trentadue anni fa? Ma allora, quanti anni aveva il bambino oggi?

Se il bambino era nato nel 1994, oggi doveva avere esattamente trentadue anni!

Rilessi la frase: Giuseppe Carbone crescerà il maschio... Marco ora si chiama... No! La grafite aveva rivelato solo una parte della frase. Matteo Carbone era il padre adottivo, il debitore di gioco. E il ragazzo?

Guardai l'orologio: erano le tre del pomeriggio. Dovevo tornare al cimitero e affrontare Matteo Carbone. Dovevo fargli leggere quella pagina e pretendere risposte su dove si trovasse quel ragazzo, il figlio di Ivo e Bianca.

Mentre stavo per uscire, qualcuno bussò alla porta di casa. Tre colpi secchi, ritmici, autoritari.

Mi immobilizzai nel corridoio.

— "Chi è?" chiesi con voce tremante.

— "Signora Clara, sono l'Ispettore De Santis della Polizia di Stato," rispose una voce maschile da dietro il legno massiccio. "Dobbiamo parlare urgente di suo marito... e di quanto accaduto questa mattina al cimitero."

Inizialmente provai un senso di sollievo: la polizia! Ma poi un dettaglio mi colpi come un pugno nello stomaco.

Ispettore De Santis.

Lo stesso cognome di mio marito Ivo. Un caso? O un terribile presagio?