LA ROSA SULLA TOMBA FREDDA
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LA ROSA SULLA TOMBA FREDDA

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Corsi dietro a Luca lungo i viali bui del cimitero, ignorando il dolore alle articolazioni e il vento gelido che soffiava dal mare, sferzando i cipressi come fruste invisibili. Il nastro giallo della polizia recintava ora l'area attorno alla tomba di famiglia di mio marito, la stessa tomba su cui soltanto qualche ora prima avevo affrontato Bianca e raccolto la rosa rossa fresca.

La pesante lastra di marmo bianco con inciso il nome Ivo De Santis era stata spostata di lato, lasciando un'apertura nera e minacciosa verso la nicchia interna. I proiettori alogeni della polizia scientifica illuminavano la scena con una luce bianca e spettrale, mettendo in risalto ogni minimo dettaglio.

L'agente che ci aveva chiamati indicò la parete interna del loculo, proprio sopra la cassa di legno massiccio che per tre anni avevo creduto contenere le spoglie mortali di mio marito.

Sulla pietra calcarea chiara, qualcuno aveva scritto una frase con una vernice rossa densa, ancora fresca, che colava lentamente verso il basso come gocce di sangue denso:

"IL DEBITO SI PAGA CON IL SANGUE. BIANCA SA DOVE TROVARMI."

— "Chi è stato a fare questo?" ruggì Luca rivolgendosi ai colleghi di pattuglia. "Eravate di guardia ai cancelli! Come ha fatto qualcuno ad entrare qui dentro senza che ve ne accorgeste?"

— "L'ingresso secondario da via San Nicola è stato forzato, Ispettore," rispose un agente visibilmente agitato. "Chiunque sia stato conosceva perfettamente i punti ciechi delle telecamere di sorveglianza. Deve essere entrato pochissimi minuti fa, sfruttando la confusione per il ritrovamento del corpo del custode."

Mi avvicinai al bordo della tomba, incantata da quell'orrore. La cassa di legno all'interno della nicchia era visibile. Luca, indossando i guanti di lattice, si sporse all'interno con una torcia di servizio ed esaminò i sigilli di piombo del feretro.

— "I sigilli sono stati manomessi," disse con voce cupa. "La bara è stata riaperta poco tempo fa. Probabilmente quando è stato messo dentro il messaggio... o quando è stato tolto qualcos'altro."

— "Luca," dissi afferrandolo per la manica della giacca. "Guarda lì sotto."

Nell'angolo più buio del loculo, accanto al cuscino di raso ingiallito del feretro, c'era un oggetto che non apparteneva a un rito funebre: un piccolo registratore a nastro degli anni Novanta, di quelli usati dai giornalisti o dagli avvocati per le dettature. La spia luminosa del dispositivo lampeggiava di colore rosso.

Era ancora in funzione.

Luca allungò la mano e recuperò con cautela il piccolo registratore. La cassetta all'interno stava girando lentamente, emettendo un leggero fruscio di sottofondo. Guardò i suoi colleghi e fece loro segno di allontanarsi di qualche passo per darci spazio.

Premette il tasto PLAY.

Dall'altoparlante grattato del registratore uscì un rumore di scariche statiche, seguito dal suono di un respiro affannoso. Poi, la voce indistinguibile di mio marito Ivo risuonò nel silenzio della notte leccese, gelida, priva di qualsiasi rimorso:

"Se state ascoltando questo nastro, significa che il vecchio Matteo è morto e che la curiosità di Clara ha finalmente distrutto l'illusione. Brava, Clara. Hai sempre preferito la verità al conforto delle mie bugie. Ma la verità è un lusso che non ti puoi permettere."

Sentii le lacrime bruciarmi gli occhi, non per il dolore della perdita, ma per il disgusto assoluto verso l'uomo che avevo riempito d'affetto per una vita intera.

La voce nel registratore continuò:

"Trent'anni fa ho fatto una scelta. Ho scelto la ricchezza della tua famiglia, Clara, e ho sacrificato Bianca e il bambino. Ma il destino ha un senso dell'umorismo perverso. Luca... so che sei lì con lei. So che sei diventato un poliziotto proprio come volevo. Non pensi che sia stato io a guidare la tua carriera dall'ombra? Ti ho dato un futuro, ragazzo mio. Ti ho salvato dalla miseria in cui ti avrebbe cresciuto quella donna sconsiderata di tua madre."

Luca strinse il registratore con tale forza che le sue nocche diventarono bianche come la calcite della tomba. Vidi la rabbia pura balenare sul suo volto, una rabbia trattenuta a stento che minacciava di esplodere.

"Ma adesso il tempo è scaduto," proseguì la registrazione. "L'avvocato Saponaro ha recuperato tutti i documenti riservati della clinica Sant'Anna. Bianca crede di potermi incastrare, ma si sbaglia. Se volete fermarmi prima che lasci l'Italia per sempre con una nuova identità, venite alla vecchia masseria di famiglia a Otranto. Venite da soli. Se vedo anche solo una pattuglia della polizia... Bianca morirà. E questa volta, non ci sarà nessuna rosa sulla sua tomba."

Un click secco segnalò la fine del nastro. Il silenzio che seguì fu ancora più pesante del messaggio appena ascoltato.

— "Bianca..." mormorai con il terrore che mi stringeva la gola. "Ivo l'ha presa! L'ha rapita prima che venissimo qui!"

— "Non posso chiamare i rinforzi," disse Luca guardando il registratore e poi me. "Se invio le pattuglie alla masseria, mio... cioè, Ivo la ucciderà davvero. È uno psicopatico, Clara. Ha pianificato tutto questo nei minimi dettagli per anni!"

— "Allora andiamo noi due," dissi senza esitare. Sorpresi persino me stessa per la fermezza della mia voce. La donna debole e rassegnata che ero stata fino a quel mattino era scomparsa, sostituita da una rabbia profonda e implacabile. "Ivo pensa che io sia una donna fragile, fragile e incapace di reagire. È tempo che scopra quanto si sbaglia."

Luca mi guardò con uno sguardo nuovo, in cui il rispetto si mischiava alla preoccupazione.

— "È pericoloso, Clara. Ivo è armato e non ha più nulla da perdere. Ha già ucciso l'uomo sepolto in questa tomba e ha fatto eliminare Matteo Carbone."

— "Ho vissuto trent'anni nella sua menzogna, Luca," risposi tirando fuori il diario dalla borsa e stringendolo al petto. "Non gli permetterò di distruggere altre vite. Andiamo a Otranto."

Risalimmo sull'auto civetta. La strada verso la costa est del Salento era immersa in un'oscurità pista e impenetrabile, squarciata solo dai fari della nostra vettura. Mentre ci avvicinavamo alla masseria abbandonata, un fulmine illuminò il cielo sopra il mare: un temporale violento stava arrivando dalla costa albanese, pronto ad abbattersi sulla Puglia.

Non sapevo se sarei tornata viva da quella notte, ma una cosa era certa: la maschera di Ivo De Santis stava per essere strappata per sempre.