LA ROSA SULLA TOMBA FREDDA
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LA ROSA SULLA TOMBA FREDDA

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Quelle parole rimbombarono nel cimitero monumentale come una condanna a morte per la mia sanità mentale. La nebbia di Lecce, fredda e umida, sembrava essersi insinuata direttamente nei miei polmoni, rendendomi impossibile respirare. Fissavo Bianca, la donna con il cappotto grigio, i cui occhi scuri e scavati riflettevano una sofferenza così antica e profonda da far tremare persino l'aria attorno a noi.

— "Che cosa stai dicendo?" balbettai, con la voce che mi moriva in gola. "Sei pazza! Mio marito è morto tre anni fa all'ospedale Vito Fazzi! Ero lì! Ho visto il suo corpo, ho organizzato il funerale, ho pianto sul suo barellamento!"

Bianca abbozzò un sorriso amaro, privo di qualsiasi calore, mentre raccoglieva la borsa e riponeva con cura maniacale la fotografia sul retro della quale c'era quella terribile scritta in inchiostro viola. I suoi gesti erano lenti, calcolati, come se stesse interpretando un copione recitato centinaia di volte nella sua testa.

— "Hai visto quello che ti hanno permesso di vedere, Clara," disse con una calma agghiacciante che mi terrorizzò più di qualsiasi grido. "Ti sei mai chiesta perché il viso di Ivo fosse così sfigurato? Perché ti dissero che l'incidente stradale avvenuto subito prima del presunto arresto cardiaco aveva reso necessaria una bara chiusa fino al momento della sepoltura? Tu hai fidato ciecamente dei medici, della polizia... e delle bugie che Ivo ha seminato per tutta la sua vita."

Sentii le ginocchia cedere. Mi aggrappai alla pietra fredda della tomba di marmo bianco per non cadere. Il marmo, solitamente immobile e rassicurante nel suo silenzio, mi sembrava ora un sarcofago d'inganni. Trent'anni di matrimonio. Trent'anni passati accanto a un uomo che credevo di conoscere come le mie tasche. Ivo era un geometra stimato, un uomo tranquillo, forse un po' riservato negli ultimi anni, ma sempre premuroso. Come poteva essere legato a questa sconosciuta? E quale "figlio" era stato menzionato in quella lettera?

— "Chi sei tu?" chiesi di nuovo, ma questa volta la mia rabbia era stata spazzata via da un terrore cieco. "E di quale figlio parli? Io e Ivo non abbiamo mai potuto avere bambini... I medici ci dissero che era sterile!"

Bianca si bloccò. Per la prima volta, sul suo volto apparve un'espressione di autentica sorpresa, seguita immediatamente da una smorfia di puro disprezzo.

— "Sterile?" ripeté con una risata secca che somigliava al gracchiare di un corvo. "Dio mio, Clara. Fino a che punto ti ha ingannata? Ivo non era affatto sterile. Trentadue anni fa, prima che la sua carriera decollasse e che lui scegliesse la tua ricca famiglia per elevarsi socialmente, Ivo era il mio compagno. Abbiamo avuto un bambino. Un maschio. Lo avevamo chiamato Marco."

Le sue parole cadevano su di me come colpi di martello. La mia famiglia era stata, in effetti, benestante; mio padre possedeva diverse proprietà nel Salento ed era stato lui a spingere Ivo nella sua carriera professionistica. Ho sempre pensato che Ivo mi amasse per quello che ero, non per il nome o la dote che portavo.

— "Sei una bugiarda," bisbigliai, anche se una parte scura e remota del mio cervello iniziava a collegare piccoli tasselli dimenticati: le frequenti assenze di Ivo nei primi anni Novanta, le sue telefonate notturne a cui rispondeva a bassa voce sul balcone, quei viaggi improvvisi a Brindisi motivati da presunti "cantieri urgenti".

— "Pensa quello che vuoi," replicò Bianca, tirandosi su il colletto del cappotto. "Ma se vuoi la verità, non cercarla su questa pietra tombala. Cerca negli archivi della vecchia clinica 'Sant'Anna'. Cerca la cartella clinica del quindici ottobre 1994. Il giorno in cui mio figlio Marco è scomparso dall'ospedale... e il giorno in cui il tuo amato Ivo ha pagato la sua prima grande mazzetta per insabbiare tutto."

— "Aspetta!" urlai mentre lei si voltava e iniziava a camminare velocemente lungo il viale alberato. "Perché la rosa? Perché porti una rosa rossa ogni quindici del mese?"

Bianca si fermò per un istante, senza voltarsi. La nebbia la stava già inghiottendo, rendendo la sua figura un'ombra indistinta tra i cipressi.

— "Non porto quella rosa per Ivo," disse con una voce che il vento portò fino a me. "La porto per la promessa che lui ha infranto. Ogni rosa rappresenta un anno di menzogne. E il tempo delle rose sta per finire, Clara. Presto dovrai scavare... e ciò che troverai non sarà il corpo di tuo marito."

Scomparve. Il silenzio del cimitero tornò a farsi pesante, interrotto solo dal rumore del mio respiro affannoso. Ero sola, di fronte alla foto di Ivo, con la rosa rossa ancora appoggiata sul marmo bagnato. Guardai il volto stampato sulla ceramica: i suoi occhi chiari, i suoi capelli brizzolati, quel sorriso rassicurante che mi aveva consolata per decenni. Ora, quel sorriso mi sembrava una maschera grottesca.

Mi chinai e feci qualcosa che non avevo mai fatto prima: afferrai la rosa rossa. La staccai dal marmo con foga. Nel farlo, mi punsi un dito con una spina rimasta sul gambo. Un goccia di sangue denso e scuro cadde sul marmo candido, proprio sotto la scritta Ivo De Santis - 1953-2023.

Fu in quel momento che notai qualcosa che prima mi era sempre sfuggito.

Sul lato inferiore della lastra di marmo, proprio vicino alla base dove il loculo toccava il terreno, la stuccatura di cemento sembrava recente, di un colore leggermente diverso rispetto al resto della struttura. Come se la tomba fosse stata riaperta e richiusa di recente... o come se non fosse mai stata sigillata correttamente.

Con il cuore che le picchiava contro le costole, mi inginocchiai nel fango. Toccai con le dita tremanti il bordo del marmo. La stuccatura era friabile. Facendo una leggera pressione con le unghie, dei pezzi di gesso caddero via. Dietro l'interstizio, nell'oscurità della nicchia, scorsi un piccolo oggetto metallico incastrato tra il marmo e la parete interna.

Infilai le dita nello spazio stretto, ignorando il dolore del taglio sulla pelle, e tirai fuori l'oggetto.

Era una chiave d'ottone, arrugginita e legata a un piastrino di plastica nera su cui era inciso un numero: 408.

Mi alzai in piedi, tremando da capo a piedi. La chiave era fredda come il ghiaccio. Sapevo che avrei dovuto chiamare la polizia, o Matteo il custode, o mia sorella. Avrei dovuto girare le spalle a quella follia e tornare alla mia casa calda e sicura nel centro storico di Lecce. Ma il dubbio era ormai un veleno instillato nel mio sangue.

Cosa c'era alla clinica Sant'Anna? Di chi era la chiave numero 408? E soprattutto: se nella tomba non c'era Ivo... chi avevamo seppellito tre anni fa sotto le lacrime dell'intera città?

Decisi di muovermi. Ma non feci in tempo a fare tre passi verso l'uscita che il mio cellulare nella tasca del cappotto cominciò a vibrare. Era un numero sconosciuto.

Esitai, poi risposi.

— "Pronto?"

Dall'altro lato del filo non ci fu alcuna risposta per diversi secondi. Solo un respiro pesante, ritmico, accompagnato dal lieve sottofondo di un carillon che suonava una nenia infantile che conoscevo fin troppo bene: la ninna nanna che Ivo canticchiava sempre quando era assorto nei suoi pensieri.

Poi, una voce maschile, profonda, rauca, impastata dall'età e dalla stanchezza, pronunciò tre sole parole prima che la linea cadesse:

— "Non scavare, Clara."