La voce al telefono mi raggelò. La nenia del carillon continuava a risuonare nella mia testa come una maledizione. Quella melodia era un segreto condiviso solo da me e Ivo; era un motivo motivo popolare leccese che mio marito canticchiava nei momenti di stress o quando pensava di non essere ascoltato. Come poteva uno sconosciuto conoscerla? O forse... forse la mente mi stava giocando brutti scherzi?
Rimanendo immobile nel mezzo del viale deserto, con la chiave numero 408 stretta così forte nel pugno da farmi sbiancare le nocche, capii che la mia vita com'era stata fino a quel momento era finita per sempre. Non c'era più spazio per la quiete della mia vecchiaia. La verità, per quanto mostruosa potesse essere, reclamava di essere portata alla luce.
Tornai a casa in uno stato di trance emotiva. La mia abitazione, un grande appartamento in un palazzo dell'Ottocento con soffitti a volta e pavimenti in graniglia, mi parve improvvisamente un luogo estraneo. Ogni mobile, ogni quadro scelto insieme a Ivo sembrava ora gridarmi contro un'enorme bugia. Mi diressi subito nello studio di mio marito, una stanza che avevo lasciato quasi intonsa dalla sua morte. I suoi libri di architettura, i suoi righelli, i vecchi progetti cartacei erano ancora lì, coperti da un sottile strato di polvere.
Cominciai a frugare tra i cassetti della scrivania. Cercavo qualsiasi cosa potesse fare riferimento alla "Clinica Sant'Anna" o al numero 408. Trovai ricevute fiscali, rogiti notarili, vecchi estratti conto bancari, ma niente che riconducesse a quella struttura o a quella chiave. Poi, ricordai il ripostiglio in soffitta, dove Ivo conservava le scatole dell'archivio morto, i documenti antecedenti al 2000.
Salii le ripide scale di legno che portavano al sottotetto. L'aria lassù era pesante, stantia, satura del profumo di legno vecchio e lavanda secca. In un angolo, sotto una tela incatramata, scovai tre scatole di cartone rigido. Sulla prima c'era scritto con la grafia precisa di Ivo: Progetti 1985-1995.
Iniziai a sfogliare le cartelline gialle. Disegni tecnici, permessi di costruire, perizie statiche. Tra le carte di un cantiere edile riguardante la ristrutturazione di un complesso ospedaliero privato, trovai finalmente un foglio intestato: Clinica Privata Sant'Anna - Lecce.
Il cuore riprese a battere furiosamente. Leggevo le specifiche tecniche: si trattava di un ampliamento dell'ala est della clinica, eseguito tra il 1993 e il 1994. Il direttore dei lavori era l'ingegner Ivo De Santis. Ma la cosa più sconvolgente era allegata sul retro del documento: una mappa catastale della struttura con alcune note scritte a matita rossa da mio marito.
Su una delle stanze del seminterrato, contrassegnata come "Deposito Archivio Storico", Ivo aveva disegnato una piccola croce rossa e affianco vi aveva annotato una cifra e una lettera: S-408.
Stanza 408. La chiave che avevo trovato nella tomba apparteneva al deposito della clinica Sant'Anna!
Senza perdere un secondo, presi la borsa, la chiave e la mappa e uscii di casa. La clinica Sant'Anna era stata chiusa alla fine degli anni Novanta a causa di un grosso scandalo legato a malasanità e falsificazione di atti pubblici, ed era rimasta abbandonata da allora. Si trovava alla periferia della città, immersa in un uliveto secolare ormai devastato dal tempo.
Raggiunsi il posto dopo venti minuti di auto. L'edificio si stagliava contro il cielo grigio del Salento come un gigante ferito. Le finestre erano quasi tutte rotte, le pareti di intonaco bianco erano coperte di graffiti e la vegetazione selvatica aveva divorato l'ingresso principale. Un cartello arrugginito recitava: Proprietà Privata - Divieto di Accesso.
Ignorai il cartello e percorsi il perimetro dell'edificio finché non trovai una porta di servizio sul retro, scardinata e socchiusa. Con la torcia dello smartphone accesa, mi addentrai nel buio della struttura.
L'interno puzzava di muffa, umidità e plastica bruciata. I miei passi risuonavano sinistri nel silenzio spettrale dei corridoi vuoti. Seguii le indicazioni della mappa che avevo memorizzato: scesi una rampa di scale in cemento grezzo che portava nei sotterranei, dove la nebbia fitta lasciò il posto a un'oscurità totale e oppressiva.
Il seminterrato era un labirinto di corridoi stretti. Le porte delle vecchie corsie erano spalancate, rivelando letti arrugginiti, flaconi di vetro infranti e macchinari medici obsoleti. Camminai per quelli che mi parvero chilometri, controllando i numeri sbiaditi sulle targhette di metallo sopra le porte.
405... 406... 407...
Mi fermai davanti alla porta numero 408. A differenza delle altre, questa porta era in ferro pesante ed era saldamente chiusa. Sulla serratura spiccava una toppa coperta di ragnatele.
Con le mani che tremano in modo incontrollabile, infilai la chiave nell'incavo. Ruotò con un cigolio metallico secco. La serratura scattò.
Spinsi la porta. Un soffio d'aria gelida e insalubre mi investì il viso.
Illuminai l'interno con la torcia. La stanza era priva di finestre. Al centro c'era un vecchio tavolo da autopsia in acciaio inossidabile e, lungo le pareti, diverse scaffalature metalliche piene di faldoni medici marciti dall'umidità. Ma la cosa che attirò immediatamente la mia attenzione fu una cassaforte a muro, posizionata dietro un quadro elettrico sventrato.
La cassaforte era socchiusa. Qualcuno era stato lì prima di me? O forse era stata lasciata intenzionalmente aperta?
Mi avvicinai lentamente, guardandomi continuamente alle spalle. Inserii la mano all'interno della cassaforte e le mie dita toccarono un oggetto rigido rivestito di pelle nera. Era un diario.
Lo tirai fuori. Sulla copertina non c'era alcun nome, ma aprendolo riconosciuto subito la calligrafia inchiostrata di Ivo. La prima pagina recava la data: 15 Ottobre 1994.
Lessi le prime righe a voce alta, con un filo di voce che tremava nell'oscurità del sotterraneo:
"Oggi ho compiuto il peccato più grande della mia vita. Non potevo permettere che Bianca parlasse. Se Clara avesse saputo del bambino, avrebbe distrutto il nostro matrimonio e mio padre avrebbe revocato tutti i finanziamenti per la mia società. Il piccolo Marco non è morto per una malattia improvvisa come ho fatto credere a Bianca. Il bambino è vivo. L'ho consegnato a..."
Il testo si interrompeva bruscamente. Le pagine successive erano state strappate con violenza.
Rimasi impietrita. Ivo aveva strappato un figlio a sua madre? Aveva finto la morte di un neonato per salvare la sua reputazione e il suo matrimonio con me? La nausea mi assalì. L'uomo con cui avevo dormito per trent'anni non era un marito devoto: era un mostro senza scrupoli.
Mentre cercavo di assimilare quella terribile rivelazione, un rumore improvviso rimbombò nel corridoio esterno.
Clac. Clac. Clac.
Il suono di passi pesanti, metallici, che si avvicinavano lentamente verso la stanza 408.
Panico puro. Speensi immediatamente la torcia dello smartphone e mi appiattai contro la parete fredda, dietro la porta aperta.
I passi si fermarono proprio sulla soglia. Un fascio di luce bianca tagliò il buio della stanza, illuminando il tavolo da autopsia e la cassaforte aperta.
Poi, una voce penetrò il silenzio. Non era la voce rauca del telefono, ma una voce femminile, fredda e priva di emozioni:
— "So che sei qui, Clara. Restituisci il diario di Ivo. Non sai in quale gioco ti stai infilando."






