Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,
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Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,

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Un silenzio irreale calò istintivamente sul corsia. Subito dopo, il suono metallico e stridente dei generatori d'emergenza dell'ospedale cominciò a ronzare in lontananza, ma la luce nelle camere da letto e lungo i corridoi non si riaccese. Soltanto i monitor ad alta priorità della Terapia Intensiva continuavano a funzionare grazie alle batterie interne a gruppi di continuità.

«Che sta succedendo?» chiesi, cercando di orientarmi nel buio pesto illuminato soltanto dal debole bagliore verde dei display medici.

Il procuratore Valenti fu subito in piedi, la mano d'istintivo movimento sotto la giacca, dove portava la pistola di servizio. «Rimani ferma, Eleonora. Non muoverti dal letto».

Dalla corsia giunsero grida confuse di infermieri e i passi concitati degli agenti di guardia. La voce di Greta risuonò forte oltre la porta: «Leo! Leo, stai bene?»

«Greta! Entra qui!» urlai, tentando di alzarmi nonostante le tirate di dolore alla ferita dell'operazione.

Greta irruppe nella stanza illuminando l'ambiente con la torcia del suo telefono. Dietro di lei c'era l'ispettore Riva, con la pistola già estratta e lo sguardo severo. «Il quadro elettrico principale del seminterrato è stato manomesso», disse Riva con tono teso. «Hanno staccato la linea primaria e bruciato i cavi del generatore ausiliario del terzo piano. È un sabotaggio interno».

«I bambini!» gridai io, con il terrore che mi afferrava la gola come una morsa di ferro. «Mio figlio! Le incubatrici!»

«Le incubatrici hanno una batteria autonoma che dura quaranta minuti», spiegò rapidamente la dottoressa bionda che entrò di corsa nella stanza. «Ma se la corrente non torna entro quel termine, i sistemi di termoregolazione e i respiratori smetteranno di erogare l'ossigeno ai neonati più critici!»

«Vittorio...» mormorai, sentendo la rabbia e il panico mescolarsi nel mio sangue. «È stato Vittorio. Vuole distruggere le registrazioni e costringerci a uscire da qui nel caos!»

«Non vi permetterò di toccare quel bambino», disse l'ispettore Riva voltandosi verso il procuratore Valenti. «Dottor Valenti, dobbiamo evacuare la paziente e il neonato immediatamente verso la struttura della Polizia di Stato presso la caserma centrale. Lì c'è una clinica militare protetta e generatori blindati».

«È troppo rischioso muovere il piccolo in queste condizioni», intervenne la dottoressa, scuotendo la testa. «Ha bisogno di un'ambulanza d'intubazione neonatale con supporto speciale. Non possiamo caricarlo su una volante qualunque!»

In quel momento, lontano nel corridoio buio, si sentì il suono sordo di un estintore che veniva azionato, seguito da una nuvola di fumo denso e acre che cominciò a strisciare sotto la porta della mia stanza.

«Fumo!» gridò Greta, coprendosi la bocca con la manica della maglia. «Stanno appiccando un incendio nel corridoio della Terapia Intensiva!»

La situazione stava precipitando a una velocità spaventosa. Non era più solo una battaglia giudiziaria in un'aula di tribunale; era un attacco diretto per eliminare me, mio figlio e le prove che avrebbero distrutto la famiglia Serra prima che il giorno successivo potesse nascere.

«Riva!» gridò il procuratore Valenti, tirando fuori la sua arma d'ordinanza. «Prendi la ragazza ed Eleonora! Io vado a coprire la porta del reparto neonatale con la scorta! Nessuno deve avvicinarsi alle incubatrici!»

Riva non perse tempo. Mi afferrò per le spalle, sollevandomi dal letto con brutale efficienza per rimettermi sulla sedia a rotelle. Il dolore alla pancia mi fece vedere i cavalli di battaglia del buio, ma serrai i denti fino a farmi uscire un filo di sangue dalle labbra.

«Forza, Eleonora! Dobbiamo muoverci!» mi incitò Greta, spingendo la sedia mentre l'ispettore Riva ci faceva da scudo anteriore con la torcia montata sotto la canna della sua pistola.

Uscimmo nel corridoio avvolto dal fumo grigio. L'aria era diventata irrespirabile e le luci d'emergenza rosse sfarfallavano come occhi demoniaci lungo la parete. Infermieri e medici correvano portando via i bambini più grandi avvolti nelle coperte termiche.

Quando arrivammo davanti alla porta a vetri della Terapia Intensiva Neonatale, la vista che ci si parò davanti mi fece gelare il sangue.

Uno degli agenti di scorta posti a guardia del reparto giaceva a terra, privo di conoscenza, con una ferita sanguinante alla testa. La porta di sicurezza della stanza dove si trovava l'incubatrice di mio figlio era spalancata.

Dentro la stanza, nell'ombra tagliata dal bagliore rosso del segnale d'allarme, una figura alta con una tuta da manutentore dell'ospedale e un casco da elettricista stava staccando i cavi di alimentazione dell'incubatrice di mio figlio, inserendo una piccola bombola metallica nell'impianto di aerazione del macchinario.

«Fermo!» ruggì l'ispettore Riva, puntando la pistola verso l'intruso. «Metti le mani sulla testa e allontanati dal bambino!»

L'uomo si voltò lentamente. Sotto la visiera scura del casco, riconobbi immediatamente quegli occhi freddi e privi di pietà che avevo imparato a odiare per anni.

Non era un sicario qualunque.

Era Garrett.

Era riuscito a fuggire dalla camera di sicurezza della stazione dei carabinieri dove era custodito, travestendosi da tecnico per venire a finire il lavoro che aveva iniziato nel giardino di casa nostra.

«Se fai un solo passo, Riva», sibilò Garrett, mostrando un telecomando detonatore nella mano sinistra collegato alla bombola di gas applicata all'incubatrice, «faccio saltare in aria me, te e questo piccolo bastardo».

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