Sei mesi dopo.
L'Aula Magna del Palazzo di Giustizia era gremita in ogni ordine di posti. Giornalisti provenienti da tutta Europa, telecamere delle emittenti nazionali e centinaia di cittadini si erano affollati dietro le transenne per assistere alla prima udienza del processo dell'anno: Stato Italiano contro Serra Garrett, Serra Vittorio, Serra Loretta e Serra Delia.
Sedevo al banco della parte civile al fianco del procuratore Valenti e del mio nuovo avvocato, una donna forte e determinata di nome Chiara Rossi. Indossavo un abito completo blu scuro, semplice ed elegante. Non ero più la donna spaventata e denutrita che avevano cercato di soffocare nel giardino. La mia pelle aveva riacquistato il suo colore naturale, i miei capelli erano curati e nei miei occhi c'era una luce di incrollabile fermezza.
Dall'altra parte dell'aula, dietro le sbarre della gabbia degli imputati, sedevano Garrett, Loretta e Delia. Garrett indossava la tuta grigia del carcere; il suo viso si era incavato e i suoi occhi saettavano nervosamente nell'aula, privi dell'arroganza di un tempo. Loretta sembrava invecchiata di vent'anni, continuamente intenta a sgranare un rosario tra le dita tremanti, mentre Delia piangeva in silenzio tenendo la testa bassa per evitare le telecamere.
Vittorio Serra sedeva invece al banco degli imputati a ruota libera, assistito da un collegio di tre famosi avvocati penalisti, ma la sua figura appariva ormai svuotata di qualsiasi autorità.
«Si alzi la corte!» risuonò la voce dell'usciere giudiziario.
Il Presidente della Corte d'Assise, un magistrato anziano noto per la sua inflessibilità e la sua totale indipendenza dai poteri politici, prese posto al centro del collegio giudicante.
«Diamo inizio alla fase dibattimentale», dichiarò il Presidente. «La parola al Pubblico Ministero per la produzione delle prove audio principali».
Il procuratore Valenti si alzò in piedi, collegando un computer portatile al sistema di amplificazione dell'aula.
«Signor Presidente, Membri della Giuria», esordì Valenti con voce chiara che rimbombò nel silenzio assoluto dell'aula. «La difesa degli imputati ha sostenuto per mesi che quanto accaduto la mattina del quindici ottobre fosse solo un drammatico malinteso familiare, o peggio, la messa in scena di una donna affetta da patologie psichiche. Oggi vi faremo ascoltare la verità, così come è stata registrata direttamente dalla voce degli imputati mentre credevano che la loro vittima fosse destinata a morire sotto terra».
Valenti premette il tasto 'Play'.
La voce di Garrett rimbombò dagli altoparlanti dell'aula, nitida e agghiacciante:
«Una moglie capace di obbedire non avrebbe mai avuto bisogno di un'altra lezione. Ti spezzerò la volontà, Eleonora. Imparerai a stare al tuo posto!»
Subito dopo, la voce di Loretta:
«Speriamo solo che il bambino capisca che sua madre è una testarda. Lasciala lì finché non impone di chiedere scusa».
E infine la risata crudele di Delia:
«Spostiamo la sedia, Garrett, altrimenti affondo nell'erba bagnata mentre la guardiamo soffrire».
Un mormorìo di orrore e sdegno attraversò la platea del pubblico. Molti giornalisti coprirono la bocca con la mano per lo sdegno. Loretta si accasciò sulla panca della gabbia piangendo istericamente, mentre Garrett tentava invano di coprirsi le orecchie per non sentire la propria voce che lo condannava di fronte al mondo.
«Signor Presidente», continuò Valenti, «queste registrazioni non mostrano solo la crudeltà sadica di tre individui. Mostrano la premeditazione lucida di chi era convinto di godere di un'immunità totale garantita dal potere del patriarca Vittorio Serra».
L'avvocato della difesa balzò in piedi. «Obiezione! Queste registrazioni sono state ottenute senza autorizzazione giudiziaria e non possono essere ammesse!»
«Obiezione respinta», rispose immediatamente il Presidente della Corte con tono glaciale. «Le registrazioni effettuate dalla vittima di un reato in corso per difendere la propria vita costituiscono prova documentale legittima secondo la giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione».
Poi toccò a me salire sul podio dei testimoni.
Mi avviai verso il microfono con passo sicuro. Sentivo gli sguardi di Garrett e Vittorio piantati sulla mia schiena, ma non mi voltai nemmeno una volta a guardarli. Loro non avevano più alcun potere su di me.
«Signora Eleonora», mi chiese il procuratore Valenti, «può raccontare alla Corte cosa ha provato mentre giaceva sepolta nella terra di quel giardino?»
Guardai i giudici popolari, poi fissai la telecamera principale che trasmetteva il processo in diretta.
«Sotto quella terra umida e gelida», risposi con voce ferma e limpida, «ho sentito il peso della loro crudeltà provarmi a schiacciare i polmoni. Volevano che chiedessi perdono per il solo fatto di voler essere una donna libera. Ma mentre lottavo per respirare attraverso quella cannuccia, ho capito che non avrei mai dato loro la soddisfazione di vedermi spezzata. Ho lottato per il bambino che portavo in grembo. E oggi sono qui per assicurarmi che nessun'altra donna debba mai più subire quello che ho subito io in quella casa».
Un applauso spontaneo e irrefrenabile scoppiò tra il pubblico nell'aula, che il Presidente dovette sedare a fatica battendo il martelletto sul banco.
Il processo durò altre due settimane, durante le quali vennero sviscerati tutti i dettagli dei reati finanziari, dei depistaggi e delle violenze commesse dalla famiglia Serra per oltre un decennio.
La sentenza finale era ormai imminente, e la giustizia che avevo atteso sotto la terra stava per abbattersi su di loro con tutto il suo peso indefettibile.
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