«Fermi dove siete!» ruggì il primo dei tre uomini, un individuo tarchiato con una testa calva e una cicatrice profonda sulla guancia destra. Impugnava una pistola semiautomatica con silenziatore montato sulla canna. «Consegnate il bambino ed eviterete che questa storia finisca molto male per tutti voi».
L'ispettore Riva fu più veloce di un fulmine. Senza esitare un solo secondo, spinse Greta ed me dietro un pilone in cemento armato che sosteneva il soffitto del sotterraneo e tirò fuori una pesante pistola d'ordinanza che aveva nascosto sotto la giacca civetta.
Due colpi sordi e ravvicinati rimbombarono nel corridoio buio, facendo schizzare schegge di cemento sopra le nostre teste. Uno dei sicari cadde a terra imprecando, colpito alla spalla, mentre gli altri due si riparavano dietro i carrelli della lavanderia.
«Avanti! Correte verso la porta verde in fondo al tunnel!» mi urlò Riva, sparando un altro colpo di copertura per tenere a bada gli assalitori. «Greta, prendi tu Eleonora e il bambino! Non fermatevi per nessun motivo!»
Greta non se lo fece ripetere due volte. Mi prese per le braccia, aiutandomi a trascinarmi a passo rapido nonostante la ferita del cesareo mi bruciasse come se fosse coperta di sale concentrato. Stringevo mio figlio con tutte le forze che mi restavano, nascondendolo dentro il mio cappotto per ripararlo dalle correnti d'aria gelida che salivano dai condotti di ventilazione della metropolitana.
Raggiungemmo la pesante porta in ferro verniciata di verde. Greta spinse il maniglione antipanico, e la porta si aprì con un cigolio spaventoso su un abisso buio fatto di scalini in cemento grezzo che scendevano verso il vecchio tracciato dei treni sotterranei dismessi negli anni settanta.
«Attenta ai gradini, Leo!» mi disse Greta, tenendomi per la vita mentre scendevamo nell'oscurità illuminata soltanto dal debole raggio della torcia del suo telefono.
Sotto di noi si stendeva una galleria circolare sterminata, con vecchi binari arrugginiti mezzo immersi nell'acqua stagnante e cavi ad alta tensione staccati che pendevano dal soffitto come ragnatele giganti. L'odore di muffa, ferro bagnato e olio di motore era acuto e soffocante.
Dietro di noi, il suono degli spari si interruppe improvvisamente, sostituito da un silenzio ancora più spaventoso. Poi, il rumore di passi pesanti che scendevano di corsa la scalinata in ferro ci fece capire che gli uomini di Serra avevano superato la difesa di Riva.
«È finita la corsa, Eleonora!» la voce di Vittorio Serra in persona rimbombò lungo la volta della galleria, amplificata dall'eco metallica dei sotterranei. Aveva seguito i suoi sicari fin giù nel tunnel. «Non puoi scappare da me in questa città! Questa terra è mia, sopra e sotto il suolo!»
Ci nascondemmo dietro la carcassa abbandonata di un vecchio vagone ferroviario coperto di graffiti e ruggine. Il mio respiro era affannoso, il cuore mi batteva nel petto con una violenza tale che temevo potesse svegliare il bambino. Fortunatamente, il piccolo dormiva, cullato forse dal calore del mio corpo o sinito dalla stanchezza di quelle ore terribili.
«Greta...» sussurrai, sentendo le mie forze fisiche cedere rapidamente. Le gambe mi tremavano e la vista cominciava a riempirsi di macchie nere per la perdita di sangue dalla ferita riaperta. «Prendi il bambino... prendilo e vai avanti tu. Io faccio da esca».
«Sei impazzita?» mi rispose Greta con le lacrime agli occhi, stringendomi il braccio. «Non ti lascio qui a morire per mano di quel vecchio maledetto! Se moriamo, moriamo insieme!»
«No!» la bloccai con ferocia, guardandola negli occhi. «Tu devi salvarlo! Tu sei la sua unica possibilità se io non ce la faccio! Prendi il bambino e corri verso la stazione successiva, Riva ha detto che l'uscita porta a Piazza Garibaldi. Lì ci sono persone, c'è la folla, non oserebbero sparare in mezzo alla gente!»
I passi degli uomini di Vittorio si facevano sempre più vicini. I fasci di luce delle loro torce ad alta potenza perlustravano l'interno delle carcasse dei vagoni, avvicinandosi inesorabilmente alla nostra posizione.
«Eleonora...» la voce di Vittorio si fece più vicina, carica di un sadico compiacimento. «Restituiscimi ciò che appartiene alla mia famiglia. Tuo marito è in prigione per colpa tua, ma mio nipote crescerà come un vero Serra. Tu verrai ricoverata in una struttura psichiatrica di massima sicurezza e nessuno sentirà mai più parlare di te».
Con un ultimo, disperato gesto d'amore, staccai delicatamente mio figlio dal mio petto e lo affidai alle braccia di Greta. La baciai sulla fronte, sussurrandole all'orecchio: «Digli che sua madre lo ha amato dal primo istante in cui ha sentito il suo cuore battere sotto la terra».
Prima che Greta potesse fermarmi, mi alzai in piedi uscendo dall'ombra del vagone, mostrandomi apertamente davanti al fascio di luce della torcia di Vittorio Serra.
«Sono qui, Vittorio!» urlai con tutto il fiato che avevo nei polmoni, attirando l'attenzione di tutti e tre gli uomini su di me. «Vieni a prendermi, se hai il coraggio!»
Vittorio Serra sorrise malignamente nel buio del tunnel, alzando la sua pistola contro di me. «Finalmente hai capito qual è il tuo posto, ragazza. Nel buio, sotto terra, proprio dove Garrett ti aveva messo».
Ma mentre il suo dito si stringeva sul grilletto per porre fine alla mia vita, una vibrazione profonda fece tremare i binari sotto i nostri piedi, e una luce accecante illuminò improvvisamente la galleria alle sue spalle.
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