Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,
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Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,

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La pala calò verso di me con una traiettoria cieca, guidata soltanto dal panico brutale di Garrett. Chiusi gli occhi, stringendo ogni muscolo del viso che potessi ancora controllare, attendendo l'impatto tremendo dell'acciaio contro il mio teschio. Ma il colpo non arrivò mai.

Un boato sordo rimbombò lungo il viale d'ingresso, seguito dal suono stridente di lamiera che si piegava e legno che si schiantava. Una gazzella della Polizia di Stato aveva abbattuto il cancello principale in ferro battuto, travolgendo le fioriere di Loretta e fermandosi a spazzaneve sul prato inglese, a meno di dieci metri dalla fossa dove ero sepolta.

«Polizia! Fermi tutti! Mettete giù quelle armi!» la voce amplificata da un megafono rimbombò nel giardino, facendo tremare le foglie degli alberi.

Garrett rase al suolo la propria determinazione in un secondo. Fece cadere la pala che finì con un rumore metallico sulla terra smossa, a pochi centimetri dal mio orecchio. Le sue mani salirono istintivamente verso l'alto, tremanti, mentre due agenti in divisa uscivano dall'auto con le pistole d'ordinanza puntate direttamente contro di lui.

«Gettati a terra! Subito! Pancia a terra!» urlò il primo agente, un uomo imponente sui cinquant'altro anni con i baffi grigi e lo sguardo d'acciaio.

Loretta crollò sulle ginocchia emettendo un lamento acuto e isterico, comincerà a piangere e a implorare: «Non abbiamo fatto niente! È un malinteso! È una messa in scena di nostra nuora! È pazza, è malata di mente!»

Delia tentò di correre verso la porta sul retro della casa, ma un secondo equipaggio della polizia, giunto da un'auto civetta arrivata subito dietro la prima, le sbarrò la strada. Un'agente donna la bloccò con una presa rapida al polso, spingendola contro il muro e ammanettandola in un secondo.

«Rimanete dove siete!» comandò l'agente anziano, avanzando con cautela verso la zona del giardino smossa. Quando il suo sguardo cadde su di me – sulla mia testa solitaria che spuntava dal terreno, sulla cannuccia di plastica sporca di fango e sangue secco che mi usciva dalle labbra – la sua espressione cambiò da severa severità a un orrore assoluto.

«Mio Dio...» mormorò l'agente, abbassando per un attimo l'arma per estrarre la ricetrasmittente. «Centrale, vi prego di inviare immediatamente un'ambulanza d'urgenza. Abbiamo una donna sepolta viva. È incinta. Ripeto, ambulanza con codice rosso immediato!»

I due agenti si lanciarono verso di me, inginocchiandosi nella terra. Uno di loro mi sfiorò il viso con incredibile delicatezza, pulendomi gli occhi dal fango con la manica della sua divisa. «Signora, ci sente? Sono l'ispettore Riva. Resti calma, non si muova. La tiriamo fuori subito».

Io non potevo parlare. La cannuccia era l'unica cosa che mi manteneva in vita e i miei polmoni erano troppo schiacciati dalla pressione della terra per emettere alcun suono articolato. Ma battei le palpebre due volte, e una lacrima pulita si aprì un varco tra la crosta di sporco sul mio viso.

Nel frattempo, Garrett veniva immobilizzato sull'erba dal secondo agente. Gli schiacciarono il viso contro il fango che lui stesso aveva scavato. «È mia moglie!» urlava lui, la voce soffocata dalla terra che ora entrava nella sua stessa bocca. «Non potete arrestarmi a casa mia! Non avete un mandato! Stavamo solo facendo un gioco... un gioco privato di coppia!»

«Stai zitto, mostro!» gli ruggì l'agente che lo ammanettava, stringendo i denti con disgusto mentre le manette di metallo scattavano sui polsi di Garrett con un doppio 'clack' definitivo.

Loretta continuava a urlare dalla veranda, cercando di darsi un contegno di donna rispettabile caduta vittima di un ingiusto arresto: «Mio figlio è un professionista! Un architetto stimato! Quella donna è una squilibrata che ci sta rovinando la vita! Guardate cosa ci sta facendo fare! Ha architettato tutto per prendersi i nostri soldi!»

L'agente donna che teneva bloccata Delia si voltò verso Loretta con uno sguardo glaciale. «Signora, le conviene tacere. Tutto ciò che dice verrà usato contro di lei. Avete sotterrato una donna incinta. C'è una chiamata registrata e un tracciamento GPS attivo. Sapete come si chiama questo? Tentato omicidio plurimo aggravato dai futili motivi e dalla crudeltà».

Alla parola "tentato omicidio", Loretta sembrava essere stata colpita da un pugno in pieno petto. Il suo viso si svuotò di ogni colore e svenne all'indietro sul pavimento della veranda, tra i cocci del vaso di terracotta.

Gli agenti cominciarono a scavare attorno al mio corpo usando le mani nude per non rischiare di ferirmi con le pale. Sentivo la pressione sul mio petto alleggerirsi millimetro dopo millimetro, mano a mano che la terra bagnata veniva rimossa. La sensazione dell'aria fredda che tornava a lambire il mio collo fu come una rinascita, ma il dolore alle gambe, rimaste bloccate nella stessa posizione per ore sotto quintali di peso, era lancinante.

«Piano, piano...» diceva l'ispettore Riva, scavando con delicatezza attorno alla mia pancia. «Ci siamo quasi, signora. L'ambulanza sta arrivando, metta tutta la sua forza nel respirare».

Proprio mentre la parte superiore del mio busto veniva liberata e riuscii finalmente a sputare la cannuccia, un doloroso e violentissimo crampo mi attraversò il basso ventre. Un fitta così acuta da farmi cacciare un urlo disperato che squarciò il cielo del pomeriggio.

«Il bambino...» riuscii a sibilare, afferrando la manica dell'ispettore con le ultime forze che mi restavano. «Il mio bambino... non lo sento più...»

L'ispettore Riva sbiancò, urlando verso la strada: «Dove cazzo è quella sirena? Sbrigatevi!»

Garrett, alzando la testa dal fango dove era ammanettato, mi fissò con un sorriso maligno e disperato. «Se muore quel bastardo, la colpa è tua Eleonora. Sei stata tu a voler fare la guerra con me».

Ma prima che potessi rispondere, il suono acuto dei soccorritori del 118 che varcavano il cancello travolto riempì l'aria, e una cupa oscurità comincia ad avvolgere i margini della mia vista.

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