Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,
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Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,

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Il boato non veniva da un'arma da fuoco, ma dal suono stridente di ruote d'acciaio su rotaie arrugginite. Un locomotore di servizio della linea manutentiva della metropolitana, guidato da due agenti della Squadra Mobile fedeli all'ispettore Riva, irruppe nella galleria a tutta velocità con i fari abbaglianti puntati direttamente sugli uomini di Vittorio Serra.

La luce accecante disorientò completamente i due sicari, che si coprirono gli occhi imprecando. Vittorio Serra perse l'equilibrio per lo spostamento d'aria e la vibrazione violenta del terreno, facendo partire un colpo a vuoto che andò a conficcarsi nel soffitto di mattoni della galleria.

«Polizia di Stato! Gettate le armi! Copertura a terra!» la voce dell'ispettore Riva, apparso dal retro del vagone di servizio con la testa fasciata da un panno insanguinato, rimbombò nell'aria.

I due sicari tentarono di rispondere al fuoco, ma gli agenti a bordo del locomotore azionarono un idrante ad alta pressione utilizzato per la pulizia dei tunnel. Un getto d'acqua devastante travolse i due uomini, scagliandoli contro la parete di cemento e disarmandoli in pochi secondi.

Vittorio Serra si ritrovò solo nel buio, la pistola caduta nell'acqua stagnante ai suoi piedi. L'uomo che per quarant'anni aveva dominato la città con il terrore e la corruzione era ora ridotto a una figura patetica, con l'abito di cashmere inzuppato di fango e i capelli grigi arruffati sul viso.

«È finita, Vittorio», disse Riva scendendo dal locomotore con la pistola puntata al petto dell'ex giudice. «Il Procuratore Generale dell'Antimafia ha appena firmato il mandato d'arresto d'urgenza per te, per tuo figlio e per l'intero vostro clan per associazione a delinquere, tentato omicidio ed eversione dell'ordine giudiziario».

Vittorio guardò Riva con occhi pieni di odio puro, poi posò il suo sguardo su di me. Io ero ancora in piedi, appoggiata alla fiancata del vagone, il sangue che mi macchiava la veste ma la testa alta e lo sguardo fisso nei suoi occhi.

«Pensi di aver vinto, Eleonora?» sputò Vittorio con disprezzo mentre Riva gli bloccava i polsi con le manette d'acciaio. «I miei legali vi distruggeranno in appello. Non passare mai un solo giorno di pace nella tua vita».

«Puoi mandare tutti gli avvocati che vuoi, Vittorio», gli risposi con voce gelida. «Ma stasera tu dormirai in una cella di isolamento. E quando uscirai, sarai solo un vecchio dimenticato da tutti».

Greta uscì dall'ombra con il bambino avvolto al sicuro nelle sue braccia. Il piccolo piangeva forte, ma era un pianto sano, vigoroso, la prova incontestabile della sua voglia di vivere. Mi avvicinai a mia sorella e presi di nuovo mio figlio tra le braccia, appoggiando la mia guancia contro la sua pelle morbida.

Venti minuti dopo, scortati da quattro volanti della Polizia giunte sul posto, uscimmo dal condotto d'emergenza di Piazza Garibaldi. L'aria della notte era fredda e pulita, priva dell'odore di muffa e terra bagnata che mi aveva perseguitata per giorni.

Il procuratore Valenti ci attendeva sulla piazza scortato da una pattuglia di scorta dell'Antimafia giunta direttamente da Roma.

«Signora Eleonora», disse Valenti, mostrandomi una cartella rossa con i sigilli della Procura Generale. «Il giudice Falcone è stato sospeso dalle sue funzioni ed è attualmente sottoposto ad interrogatorio. L'ordine di sequestro di suo figlio è stato annullato con effetto immediato. Lei e il bambino siete ufficialmente sotto la protezione dello Stato».

Un sospiro di sollievo immenso mi uscì dal petto. Crollai sulle ginocchia sull'asfalto bagnato della piazza, ma questa volta non ero sola, non ero sepolta e non ero indifesa. Avevo mia sorella accanto a me, avevo la protezione della legge pulita e, soprattutto, avevo mio figlio sano e salvo tra le braccia.

L'ambulanza speciale inviata dal Ministero della Salute ci trasportò in una clinica protetta a struttura blindata in una località segreta del Nord Italia, dove finalmente ricevetti le cure mediche necessarie per la ferita del cesareo e per le infezioni polmonari causate dalle ore passate sotto terra.

Ma la battaglia giudiziaria doveva ancora cominciare. Il processo contro la famiglia Serra avrebbe fatto storia, svelando al paese intero fino a che punto la crudeltà e la corruzione potessero spingersi dietro la facciata di una famiglia rispettabile.

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