Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,
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Mio marito mi seppellì viva nel giardino di casa nostra mentre ero incinta,

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L'aula di tribunale era saturata da un'attesa quasi religiosa. Il pubblico taceva, i giornalisti tenevano le dita pronte sulle tastiere dei computer e la scorta della Polizia Penitenziaria era schierata a ranghi compatti attorno alla gabbia degli imputati.

Dopo oltre sette ore di camera di consiglio, la porta laterale si aprì e il collegio giudicante fece rientro nell'aula. Il Presidente della Corte d'Assise manteneva un'espressione solenne, priva di qualunque emozione leggibile.

«In nome del Popolo Italiano», esordì la voce del Presidente, risuonando alta e solenne tra le pareti d'marmo del palazzo. «La Corte d'Assise, visti gli articoli 575, 577 e 605 del Codice Penale, dichiara Serra Garrett, Serra Loretta e Serra Delia colpevoli dei reati di tentato omicidio plurimo aggravato dalla crudeltà, dai futili motivi e dal vincolo di parentela, nonché di sequestro di persona aggravato».

Un soffio collettivo attraversò l'aula.

«Condanna Serra Garrett alla pena di anni ventiquattro di reclusione con l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e la decadenza totale dalla responsabilità genitoriale».

Garrett crollò sulla panca in legno della gabbia, nascondendosi la testa tra le mani mentre un tremore incontrollabile gli scuoteva le spalle. La sua arroganza si era sciolta definitivamente davanti alla realtà di una vita che avrebbe trascorso dietro le sbarre.

«Condanna Serra Loretta alla pena di anni sedici di reclusione. Condanna Serra Delia alla pena di anni quattordici di reclusione».

Loretta emesse un urlo strozzato prima di accasciarsi svenuta tra le braccia degli agenti della penitenziaria, mentre Delia scoppiò in un pianto diroppato, coprendosi il viso con le mani.

Il Presidente girò pagina, fissando direttamente Vittorio Serra al suo banco.

«Dichiara Serra Vittorio colpevole dei reati di intralcio alla giustizia, corruzione in atti giudiziari, minacce aggravate e complicità morale nel sequestro di persona. Lo condanna alla pena di anni dodici di reclusione, disponendo l'immediata carcerazione preventiva per pericolo di inquinamento delle prove e fuga».

Gli agenti della Squadra Mobile si avvicinarono immediatamente a Vittorio Serra. L'ex giudice, per la prima volta nella sua vita, non disse una parola. Si alzò lentamente, lasciando che le manette metalliche gli venissero applicate ai polsi di fronte alle telecamere di tutto il paese. Il suo impero di terrore era stato raso al suolo fino alle fondamenta.

«Dispone inoltre», concluse il Presidente, «un risarcimento danni in sede civile a favore della parte lesa, Eleonora, per la somma di tre milioni di euro, mediante il sequestro e la confisca immediata di tutti i beni immobiliari e finanziari della famiglia Serra, compresa la villa e il giardino teatro dei fatti».

Chiusi gli occhi mentre la stanchezza di sei mesi di battaglia sembrava scivolarmi via dalle spalle come un mantello pesante. Sotto la scrivania, Greta mi strinse la mano con una forza immensa, mentre l'avvocato Rossi mi abbracciava sorridendo.

Mentre gli imputati venivano scortati fuori dall'aula verso i furgoni blindati diretti al carcere di massima sicurezza, Garrett si fermò per un istante all'altezza del mio banco. Guardò verso di me con un viso svuotato di ogni espressione maligna; vi rimase solo una disperata richiesta di pietà.

Io lo guardai negli occhi per un solo secondo. Non provavo più odio per lui, né rabbia. Provavo soltanto una profonda, liberatoria indifferenza.

«Addio, Garrett», gli dissi a bassa voce, senza che nessuno attorno a noi potesse sentire.

Lui chinò la testa e venne spinto dagli agenti lungo il corridoio sotterraneo verso il suo futuro fatto di mura grigie e sbarre di ferro.

Fuori dal Palazzo di Giustizia, la scalinata era invasa da una folla di persone che applaudirono lungamente quando uscii scortata dal procuratore Valenti e dall'ispettore Riva, che era stato reintegrato con pieni onori nel suo ruolo con una promozione a Commissario Capo per il valore dimostrato.

I giornalisti mi circondarono con i microfoni spianati, chiedendomi una dichiarazione per il paese che aveva seguito la mia storia con il fiato sospeso.

Mi fermai davanti ai microfoni, guardando la folla di donne e uomini che mi sorridevano.

«Oggi la giustizia ha dimostrato che nessuno è al di sopra della legge», dissi con voce ferma. «Ma la vittoria vera non è la prigione per chi mi ha fatto del male. La vittoria vera è che stasera torno a casa da mio figlio, sotto la luce del sole, e nessuno potrà mai più toglierci la nostra libertà».

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