Un anno dopo.
La primavera era arrivata presto sulla collina. L'aria era mite e profumata di lavanda e gelsomino selvatico. Il sole del primo pomeriggio illuminava con una luce dorata la casa che un tempo era appartenuta alla famiglia Serra.
Dopo la confisca definitiva dei beni e la sentenza passata in giudicato, la proprietà era stata assegnata tramite un bando sociale della Regione alla mia associazione no-profit, che avevo fondato insieme a mia sorella Greta e con il sostegno del Commissario Riva. L'avevamo chiamata Oasi della Rinascita, un centro di accoglienza e protezione per donne e bambini vittime di violenza domestica.
La vecchia villa di mattoni rossi, un tempo cupa e minacciosa, era stata completamente ristrutturata. Le finestre erano ora ampie e luminose, dipinte di bianco, e i corridoi risuonavano delle risate di bambini che giocavano liberi negli spazi comuni.
Ma il cambiamento più grande era avvenuto all'esterno.
Il giardino sul retro – quello stesso prato inglese dove un tempo Garrett, Loretta e Delia mi avevano sotterrata viva nel fango – era stato completamente trasformato. Non c'era più traccia della fossa, né della terra bagnata e soffocante.
Al suo posto, avevamo realizzato un grande frutteto e un giardino botanico pieno di fiori colorati, alberi da frutto e panchine in legno bianco. Al centro del prato svettava un grande leccio rigoglioso, piantato il giorno dell'inaugurazione del centro.
Ero seduta su una coperta posata sull'erba morbida, sotto l'ombra protettiva delle fronde del leccio.
Davanti a me, un bambino di un anno e mezzo muoveva i suoi primi passi incerti sull'erba. Aveva grandi occhi chiari pieni di curiosità, i capelli biondi ricciolini che gli ricadevano sulla fronte e due guance rosse per la salute.
Era mio figlio, Leo.
«Guarda come corre, Leo!» disse Greta, avvicinandosi con un vassoio con limonata fresca e biscotti fatti in casa. Se ne sedette accanto a me sulla coperta, osservando il piccolo che inseguiva una farfalla gialla sul prato.
«È forte», risposi sorridendo, mentre guardavo mio figlio ridere felice senza alcuna paura del mondo. «Ha la pancia piena di vita e la testa piena di sogni».
Un'auto bianca della polizia si fermò sul viale d'ingresso. Ne uscì il Commissario Riva, ora in abiti civili per il suo giorno di riposo. Portava in mano un grande pacco regalo impacchettato con un nastro azzurro.
«Zio Riva!» gridò il piccolo Leo appena lo vide, correndogli incontro con le sue gambette cicciottelle.
Riva si chinò a terra, afferrando il bambino al volo e sollevandolo in alto verso il cielo azzurro, facendolo salire in una risata fragorosa che riempì l'intero giardino.
«Ciao, campioncino!» disse Riva, baciandolo sulla guancia e consegnandogli il pacco. «Ecco il regalo per il tuo primo compleanno ufficiale a casa nostra!»
Riva si avvicinò a noi, sedendosi sulla panca in legno accanto alla coperta. «Ci sono novità dal tribunale di sorveglianza», disse abbassando leggermente il tono di voce. «Il ricorso in Cassazione di Garrett è stato respinto definitivamente stamattina. Sconterà tutti i ventiquattro anni fino all'ultimo giorno. Vittorio ha chiesto i domiciliari per motivi di salute, ma il giudice gli ha negato la richiesta a causa della sua pericolosità sociale».
Guardai il prato dorato dal sole, dove mio figlio stasera scartava il suo regalo insieme a mia sorella. Le parole di Riva non mi provocavano più alcun brivido, né alcun peso sul petto. Quella storia apparteneva a un passato che era stato definitivamente sconfitto.
«Lasciali dove sono, Riva», dissi con voce serena e profonda. «La loro prigione è cominciata il giorno in cui hanno deciso di vivere nell'odio. La nostra vita, invece, è comincia proprio qui, dove pensavano di averci sepolte».
Mi alzai in piedi, camminando a piedi nudi sull'erba soffice dell'ex giardino della punizione. Mi chinai a raccogliere un pugno di terra fresca ed erba profumata, lasciandola scivolare tra le dita nel vento leggero del pomeriggio.
La terra non era più la mia prigione.
Era la terra pulita su cui mio figlio avrebbe camminato libero, la terra su cui avevamo costruito la nostra rinascita, sotto un cielo infinito che non si sarebbe mai più oscurato.






