La parola cadde nel silenzio del cimitero con la violenza di una detonazione. Eravate tre.
Guardai mio figlio Paolo, il cui volto si era pietrificato in un'espressione di puro sconcerto. Voltai di scatto la testa verso il viale dei cipressi per inseguire l'anziano notaio, ma l'uomo si era già immerso nella foschia del tardo pomeriggio, scomparendo dietro i cancelli d'ingresso del Cimitero Monumentale.
Corsi verso la panchina di marmo e afferrai la busta di carta di riso. Lo spago di canapa cedette sotto la pressione delle mie dita tremanti. All'interno c'erano due oggetti: un mazzo di vecchie chiavi d'ottone ossidato e un foglio di mappa nautica datato 1996, che tracciava le rotte commerciali illegali tra il porto di Bari e le coste dell'Albania.
Sulla parte posteriore della mappa, la grafia spigolosa di Vincenzo Caruso recitava: "Michele, se stai leggendo questo, significa che la mia avidità ha distrutto anche Marco. Ma la truffa dell'ospedale era solo metà della storia. Tua moglie Elena non ha partorito a Bari. La notte del 14 novembre 1996, la tempesta bloccò la vostra auto sulla litoranea. Fu la mia nave mercanteggiante, la 'Nereide', a raccoglierla in mare aperto mentre tentavate di raggiungere l'ospedale. I bambini nati quella notte furono tre. Il terzo non è mai sceso a Bari."
"Tre..." bisbigliò Paolo alle mie spalle, rileggendo le righe sopra la mia spalla. "Papà... com'è possibile? Mamma non ci ha mai detto nulla di una nave!"
I miei ricordi di quella notte di trent'anni fa si riaccesero come un incubo sopito. La tempesta terribile, la pioggia che aveva fatto franare la litoranea per Monopoli, l'auto in panne... e poi il riparo improvviso offerto da quell'imbarcazione mercantile ormeggiata al molo di soccorso. Ricordavo la confusione, i dolori terribili di Elena, la corsa dei medici improvvisati di bordo... e poi il mio svenimento a causa di un colpo alla testa subito durante il trasbordo nella scialuppa.
Quando mi ero risvegliato all'Ospedale Universitario di Bari ventiquattr'ore dopo, Elena era nel letto, devastata dal dolore, e i medici mi avevano consegnato solo Paolo, dicendomi che il secondo neonato era nato morto.
"Mi hanno drogato..." mormorai portandomi le mani alla testa. "Quella notte mi diedero da bere del liquore per calmarmi dopo l'incidente d'auto. C'era un sedativo dentro! Hanno orchestrato tutto a bordo di quella nave!"
"E dove si trova questo terzo fratello adesso?" chiese Paolo afferrando la mappa nautica. "Cosa dice la nota di Caruso?"
Indicai le coordinate scritte in rosso nell'angolo inferiore della mappa: la cittadina costiera di Valona, in Albania. Una vecchia dimora isolata sulle scogliere di Laguna di Narta, registrata a nome di una società anonima controllata da Caruso.
"Dobbiamo andare in Albania, papà," disse Paolo con decisione, i suoi occhi che bruciavano di una nuova e pericolosa determinazione.
"Paolo, no!" lo fermai prendendolo per le spalle. "Siamo appena usciti da un inferno! Marco è morto due giorni fa! La polizia ha chiuso le indagini, siamo di nuovo liberi... non possiamo gettarci in un altro abisso di violenza!"
"Non è un abisso, papà! È nostro sangue!" gridò Paolo con le lacrime agli occhi. "Se là fuori c'è un altro nostro fratello... un uomo che è cresciuto senza sapere nulla di te, di me, di mamma... credi davvero che io possa tornare a fare la mia vita a Madonnella come se niente fosse? Credi che tu potresti dormire la notte su quel balcone?"
Le sue parole mi colpirono al cuore. Aveva ragione. Il fantasma di quella notte non si sarebbe mai placato finché l'ultimo tassello di quell'immane menzogna non fosse stato messo al suo posto.
Tornammo a casa a Madonnella per preparare i bagagli. Il nostro appartamento era ancora segnato dai danni dei giorni precedenti, ma la cantina era stata definitivamente sigillata dalla Magistratura dopo il sequestro del tesoro dei Caruso. L'aria profumava ancora di salsedine e di pioggia, ma per la prima volta avvertivo che il nostro tempo a Bari era finito, o almeno sospeso.
Andai nella camera da letto di mia moglie Elena, aprì il suo vecchio comò di legno e tirai fuori il piccolissimo medaglione d'argento che indossava sempre prima di morire. All'interno c'era una piccola miniatura raffigurante la Madonna del Carmine, protettrice dei naviganti.
"Proteggi i tuoi figli, Elena..." pregai sottovoce prima di chiudere il ciondolo e infilarlo al collo.
Il giorno successivo, senza informare la polizia per evitare che ci bloccassero i passaporti come testimoni chiave dell'inchiesta Caruso, salimmo a bordo del traghetto serale che collegava il porto di Bari con la costa albanese.
Il viaggio attraverso l'Adriatico fu lungo e silenzioso. Il mare era calmo, una distesa d'acqua nera che rifletteva la luce della luna piena. Io e Paolo restammo sul ponte della nave per tutta la notte, appoggiati alla ringhiera d'acciaio mentre la brezza gelida ci frustava il viso.
"Come pensi che sia, papà?" chiese Paolo guardando l'orizzonte buio verso est. "Pensi che assomigli a noi? O è diventato un altro Marco?"
"Non lo so, Paolo," risposi stringendo il ciondolo d'argento di Elena. "Ma qualunque cosa sia diventato... noi siamo la sua unica possibilità di conoscere la verità."
All'alba del mattino seguente, il traghetto attraccò al porto di Valona. La città ci accolse con una nebbia fitta e il suono stridulo dei gabbiani che sorvolavano i vecchi magazzini doganali.
Noleggiammo una vecchia fuoristrada e ci diressimo verso nord, lungo la strada costiera che conduceva alla Laguna di Narta. La mappa di Caruso ci guidò attraverso sentieri sterrati circondati da pini marittimi e paludi salastre, fino a quando non scorgemmo una grande villa di pietra grezza arrocchiata sulla cima di una scogliera a picco sul mare.
La villa appariva abbandonata: le persiane di legno erano scrostate dal sale, il cancello d'ingresso in ferro battuto era spalancato e parzialmente avvolto dalle erbacce.
Parcheggiammo l'auto a distanza e ci avvicinammo a piedi, con il cuore che batteva a mille. Paolo tenne stretta in tasca la chiave d'ottone ricevuta dal notaio.
Salimmo la scalinata di pietra che portava all'ingresso principale. La pesante porta di legno non era chiusa a chiave; cedette con un lungo scricchiolio non appena Paolo vi applicò una leggera pressione.
Entrammo nell'ampio salone centrale. L'interno era buio, saturo di polvere e muffa, con vecchi mobili coperti da teli bianchi che sembravano spettri sotto la luce fioca delle finestre.
Ma al centro della stanza, seduto su una grande poltrona di pelle rovinata di fronte a un camino spento, c'era un uomo.
Indossava una divisa militare priva di mostrine. Tra le sue dita stringeva un vecchio fucile da caccia a canne mozze.
Quando si voltò lentamente verso di noi, la luce della finestra illuminò il suo volto.
Il fiato mi si bloccò in gola. Il cuore sembrò arrestarsi.
Non aveva i lineamenti di Paolo. Non aveva i lineamenti di Marco.
Aveva il volto esatto, identico in ogni minimo dettaglio... di mia moglie Elena.
"Siete in ritardo di trent'anni, italiani," disse l'uomo con una voce profonda, segnata da un forte accento balcanico, alzando lentamente il fucile puntandolo dritta al mio petto.






