IL SEGRETO DI BARI
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IL SEGRETO DI BARI

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Il corpo di Marco sbalzò all'indietro per l'impatto del proiettile, schiantandosi contro le taniche di benzina prima di crollare sul pavimento di pietra della cantina. Un rivolo di sangue denso e scuro cominciò a espandersi rapidamente sulla maglia nera che indossava, proprio all'altezza del petto.

"Marco!" gridai, dimenticando ogni pericolo e lanciandomi verso di lui mentre cadeva.

Il sicario armato ricaricò l'arma per fare fuoco di nuovo, ma prima che potesse puntare la pistola verso di me, Paolo balzò dall'ombra della scala di legno. Mio figlio travolse l'aggressore con tutta la forza del suo corpo, scagliandolo contro la parete di tufo della cantina. L'arma sfuggì dalle mani del criminale, ruzzolando nell'oscurità tra le vecchie casse di vino. I due uomini ingaggiarono una lotta furibonda a terra, tra pugni, morsi e colpi disperati.

Io mi inginocchiai accanto a Marco, sollevandogli la testa dal pavimento freddo. Il suo respiro era un sibilo affannoso, discontinuo, interrotto da colpi di tosse sanguinolenti.

"Perché... perché l'hai fatto?" bisbigliai con le lacrime che mi accecavano la vista, tamponandogli la ferita sul petto con le mie stesse mani.

Marco mi guardò con occhi del tutto diversi da quelli di prima. La spietatezza, la freddezza glaciale che lo avevamo accompagnato per tutta la vita erano svanite, sostituite da una vulnerabilità spaventosa e pura.

"Io... io non ho mai avuto un padre, Michele," mormorò con voce fioca, la vita che gli scivolava via a ogni respiro. "Vincenzo mi ha insegnato solo a uccidere... ad odiare... Pensavo che il mondo fosse solo questo."

"Resisti, ti prego! Paolo sta chiamando i soccorsi!" dissi stringendogli la mano. La sua pelle era fredda, identica a quella di Paolo la notte della tempesta.

Nel frattempo, la lotta tra Paolo e il sicario si concluse con un impatto sordo. Paolo riuscì a colpire l'uomo alla tempia con un pesante pezzo di tufo staccato dal muro, immobilizzandolo svenuto a terra. Mio figlio corse verso di noi, ansimando, il volto sporco di sangue e polvere.

"Papà! Dobbiamo portarlo fuori di qui! Ha perso troppo sangue!" esclamò Paolo piegandosi su suo gemello.

"Non c'è tempo..." rantolò Marco, facendo uno sforzo immane per sollevare il braccio sinistro. Nella mano stringeva ancora il piccolo detonatore digitale con la spia rossa che lampeggiava sempre più velocemente. "Il timer si è attivato quando l'uomo ha sparato... il circuito è danneggiato. Farà saltare le taniche tra meno di tre minuti."

Sbarrai gli occhi dal terrore. Guardai le tre taniche di benzina posizionate accanto alla cassaforte d'acciaio. Un piccolo indicatore digitale sul ricevitore montato sulla tanica centrale mostrava un conteggio alla rovescia inesorabile: 02:45... 02:44... 02:43...

"Possiamo disattivarlo?" gridò Paolo afferrando i cavi del detonatore.

"No! È un circuito a doppio filo anti-manomissione... se tagli il cavo sbagliato esplode all'istante!" disse Marco tossendo sangue. "C'è solo un modo... la cassaforte. Apri la cassaforte... dentro c'è il pannello generale di staccamento dell'impianto elettrico della casa... spegnerà la carica."

Non persi un solo istante. Fui spinto da un'energia sovrumana. Afferrai dalla tasca del mio cappotto il piccolo timbro d'ottone con il sigillo della ditta di mio padre. Lo accostai alla serratura magnetica della porta d'acciaio della cassaforte.

Per due lunghissimi, agonizzanti secondi non successe nulla. Il conteggio sulla tanica scendeva inesorabilmente: 01:30... 01:29...

"Funziona, papà! Premi più forte!" gridò Paolo.

Premetti il timbro con tutte le forze rimaste nelle mie dita, ruotandolo di novanta gradi verso destra come mi aveva spiegato mio figlio. Un suono metallico profondo, come il ruotare di ingranaggi d'acciaio sommersi da decenni d'olio denso, rimbombò nella cantina.

La pesante porta d'acciaio si sbloccò, spalancandosi lentamente verso l'esterno.

All'interno della parete di roccia non c'erano solo lingotti d'oro o mazzette di denaro contante. C'era un vero e proprio archivio di documenti riservati del clan Caruso, decine di cassette di sicurezza e, al centro, un grosso interruttore di sicurezza d'epoca in ceramica bianca e rame, collegato ai cavi della palazzina.

"Tira la leva, papà! Tirala adesso!" urlò Paolo.

Afferrai la leva di rame e la spinsi verso il basso con uno scatto deciso.

Un blackout totale avvolse la cantina e l'intero palazzo. Le luci del faro alogeno si spensero, sostituite da un buio pesto e improvviso. Il segnale acustico del timer della bomba si interrompette di colpo sul display: 00:12.

L'esplosione era stata evitata per dodici secondi.

Restammo nell'oscurità per qualche istante, ascoltando solo i nostri respiri affannosi e il suono della pioggia che continuava a battere sui vetri della cucina due piani più in alto. Paolo accese la torcia del suo telefono cellulare, illuminando la stanza di una luce fredda e conica.

Marco era adagiato contro la base della cassaforte aperta. Il suo viso era pallido come il marmo, il petto non si muoveva quasi più. Mi precipitai al suo fianco, prendendogli la mano tra le mie.

"Marco... Marco, ascoltami," bisbigliai con la voce rotta dal pianto. "La bomba è spenta. Sei al sicuro. Ora ti portiamo in ospedale."

Marco aprì lentamente gli occhi, fissando me e poi Paolo, che si era inginocchiato dall'altro lato. Per la prima volta nella sua vita, un sorriso debole, sincero, quasi infantile, comparve sulle sue labbra.

"Ho... ho salvato la mia famiglia, vero?" mormorò con un filo di voce.

"Sì, Marco. Ci hai salvati tutti," disse Paolo prendendogli l'altra mano. "Sei mio fratello. Sei nostro sangue."

Marco chiuse gli occhi con un lungo rientro d'aria. La sua mano si fece pesante tra le mie dita, scivolando inerte sul pavimento della cantina.

Il silenzio tornò a regnare negli abissi di Madonnella. Avevo ritrovato un figlio per perdere l'altro nello stesso identico luogo, sotto la stessa pioggia di Bari.

Ma prima che potessimo elaborare il dolore di quel sacrificio, dal piano superiore giunse il suono confuso di sirene della polizia e passi concitati che scendevano le scale di legno. La Procura Antimafia, avvisata dalle intercettazioni telefoniche scattate dopo l'incendio al porto, stava facendo irruzione nell'appartamento.

Gli agenti irruppero nella cantina con le torce puntate e le armi spianate, intimandoci di non muoverci. Ma ciò che trovarono non fu un covo di criminali: trovarono un vecchio padre in lacrime che stringeva il corpo del figlio perduto, un giovane uomo coperto di ferite e una cassaforte spalancata che avrebbe cambiato per sempre la storia della città.