IL SEGRETO DI BARI
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IL SEGRETO DI BARI

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Sei mesi dopo l'inaugurazione della casa-famiglia, la routine della nostra vita era diventata una benedizione quotidiana. La ditta "Logistica Altieri e Figli" prosperava, diventando un punto di riferimento per il commercio etico tra l'Italia e i Paesi balcanici. Paolo gestiva i contratti commerciali con la stessa precisione e onestà che avevano caratterizzato mio padre cinquant'anni prima, mentre Stefano si occupava della sicurezza delle imbarcazioni e delle rotte marittime, sfruttando la sua profonda conoscenza delle acque dell'Adriatico.

Ma il mare di Bari ha il potere di restituire ciò che si credeva perduto nei momenti più inaspettati.

In un pomeriggio di maggio, mentre Paolo e Stefano stavano supervisionando i lavori di restauro di una vecchia Goletta d'epoca che la Fondazione aveva acquistato per trasformarla in una nave scuola per i ragazzi della casa-famiglia, un evento imprevedibile riportò alla luce l'ultimo frammento del nostro passato.

Durante gli scavi di pulizia della stiva principale dell'imbarcazione — che si scoprì essere stata costruita nei cantieri di Monopoli negli anni Ottanta —, gli operai trovarono una scatola di metallo stagno murata dietro la paratia del motore.

Paolo mi chiamò immediatamente al telefono. "Papà, devi venire al molo. Abbiamo trovato qualcosa all'interno della Goletta."

Raggiunsi il molo in pochi minuti. La scatola di metallo giaceva sul tavolo da lavoro della cantiere. Era arrugginita, coperta di conchiglie fossili e sale cristallizzato, ma la chiusura ermetica aveva resistito all'usura di quarant'anni di mare.

Stefano usò uno scalpello per forzare la serratura metallica. Quando il coperchio cedette con un suono secco, all'interno non trovammo né denaro né documenti giudiziari.

Trovammo un piccolo diario con la copertina di pelle marrone, consumata dalle dita di chi l'aveva scritto trent'anni prima.

La grafia sulla prima pagina era inconfondibile. Era la grafia delicata, ordinata e sottile di mia moglie Elena.

"Mamma..." bisbigliò Stefano prendendo il diario con mani reverenti.

Ci accomodammo nella cabina del capitano della nave scuola, lontano dal rumore dei cantieri. Aprii il diario alla prima pagina datata 1° novembre 1996 — due settimane prima della notte della Nereide.

Lessi ad alta voce per i miei due figli:

"1° novembre 1996. Sento che i bambini si muovono forte nel mio grembo stasera. Michele è fuori città per lavoro, e la solitudine di questo appartamento mi fa paura. Oggi ho incontrato per strada un uomo con una grande cicatrice sulla mascella. Mi ha guardato con uno sguardo che mi ha fatto gelare il sangue. Si è avvicinato e mi ha detto che se non avessi convinto Michele a cedere la cantina di Madonnella, la mia gravidanza sarebbe diventata un tragedia. Ho paura, mio Dio, ho tanta paura per i miei bambini."

Ci fermammo tutti e tre, inghiottendo il fiato. Elena sapeva. Aveva intuito la minaccia dei Caruso prima ancora che la tempesta colpisse la nostra vita.

Continuai a leggere le pagine successive, scritte durante i giorni precedenti al parto:

"10 novembre 1996. Non posso dire nulla a Michele. Se glielo dicessi, affronterebbe Caruso a mani nude e lo ucciderebbero. Ho nascosto questo diario a bordo della Goletta di mio padre a Monopoli. Se qualcosa dovesse succedermi... se i miei bambini venissero separati... voglio che chiunque trovi queste pagine sappia la verità. Io amo i miei figli più della mia stessa vita. Tre cuori battono dentro di me, e tre cuori continueranno a battere qualunque cosa accada su questo mare."

Le lacrime di Paolo e Stefano caddero sulle pagine ingiallite del diario. Mia moglie non era stata solo una vittima; era stata una madre forte, lucida e coraggiosa, che aveva cercato in ogni modo di lasciare una traccia della verità per proteggere i suoi figli.

L'ultima pagina del diario, datata 13 novembre 1996 — il giorno prima della tempesta —, conteneva una preghiera:

"Se un giorno i miei ragazzi leggeranno queste parole... chiedo loro di non odiare. L'odio è la catena con cui gli uomini malvagi incatenano le proprie vittime. Amatevi, sostenetevi, e ricordatevi che l'amore di una madre supera la profondità di qualsiasi oceano."

Chiusi il diario e lo strinsi al petto. Sentivo la presenza di Elena in quella cabina di legno, il suo profumo di lavanda e salsedine che sembrava avvolgerci tutti in un abbraccio di luce incorruttibile.

"Non odieremo più," disse Stefano alzando lo sguardo verso il cielo azzurro di Bari. "Marco... Vincenzo Caruso... il Colonnello Zeka... sono tutti fango del passato. Noi siamo la vita che continua."

Decidemmo di collocare il diario di Elena all'interno di una teca di vetro nella sala principale della Fondazione, come simbolo e guida per tutti i giovani che avrebbero trovato rifugio sotto il nostro tetto.

La Goletta venne inaugurata il mese successivo con una solenne cerimonia al molo di levante. Il nome dipinto a lettere d'oro sulla prua dell'imbarcazione era "Elena Altieri".

Stefano prese il comando della nave scuola, guidando il primo gruppo di ragazzi della casa-famiglia in una navigazione didattica lungo le coste della Puglia. Paolo rimase a terra a coordinare le operazioni commerciali, mentre io continuavo a vigilare su di loro come il vecchio faro che guida le navi verso il porto sicuro.

La tempesta era ormai soltanto un ricordo lontano, un capitolo di buio che aveva ceduto il passo alla luce più splendente.