IL SEGRETO DI BARI
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IL SEGRETO DI BARI

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L'uomo sulla poltrona non si mosse di un millimetro. La canna del fucile da caccia rimase salda, puntata esattamente al centro del mio torace. Ma ciò che mi paralizzava non era la minaccia dell'arma; era lo sguardo di quell'uomo. Gli stessi occhi verdi e profondi di mia moglie Elena, la stessa curvatura dolce delle labbra che per quarant'anni mi aveva sorriso nei momenti più bui della mia vita.

"Abbatta quell'arma," disse Paolo facendosi avanti di un passo, mettendo il proprio corpo a protezione del mio. "Siamo venuti in pace. Siamo la tua famiglia."

L'uomo fece una risata amara, un suono secco che rimbombò tra le pareti spoglie del salone di pietra. "Famiglia? Non ho mai avuto una famiglia. Ho avuto solo guardiani, ufficiali di marina corrotti e i mercenari di Vincenzo Caruso che mi nutrivano come un cane da guardia in questa fortezza sulla laguna."

"Ti prego... come ti chiami?" chiesi con la voce rotta dalle lacrime, azzardando un passo cauto verso di lui.

L'uomo esitò per un istante, le sue dita che si stringevano sulla pala del fucile. "In Albania mi chiamano Luan. Il leone. Ma sulla carta d'imbarco della Nereide c'era scritto un altro nome... un nome che Caruso ha tentato di cancellare per trent'anni."

"Quale nome?" bisbigliai.

"Stefano," rispose l'uomo, lasciando abbassare lentamente la canna del fucile di qualche centimetro. "Stefano Altieri."

Il nome che Elena voleva dare a nostro figlio se ne avessimo avuto un altro. Il nome di suo padre, morto in mare quando lei era ancora una bambina.

"Stefano..." disse Paolo compiendo un altro passo verso di lui, mostrando le mani aperte in segno di resa. "Guarda mio padre. Guarda me. Noi non sapevamo che tu fossi vivo. Ci hanno fatto credere che la notte del parto ci fosse stato un solo sopravvissuto. Caruso ha distrutto le nostre vite tanto quanto la tua."

Luan — Stefano — ci fissò con un misto di diffidenza e disperata curiosità. Abbassò definitivamente l'arma, appoggiandola accanto alla poltrona di pelle, e si alzò in piedi. Era alto, imponente, con una fisicità segnata da anni di vita dura e addestramento militare, ma nei suoi movimenti c'era un'esitazione che rivelava una ferita profonda mai rimarginata.

"Vincenzo Caruso non mi ha venduto," disse Stefano camminando verso la finestra che dava sul mare Adriatico. "Mi ha usato come garanzia. La notte del 14 novembre 1996, la Nereide non era una semplice nave mercantile. Era il quartier generale galleggiante del traffico di rifiuti tossici e armi tra la Puglia e le milizie balcaniche. Caruso sapeva che se le forze navali italiane avessero abbattuto la nave, avrebbe perso tutto."

"E allora cosa fece?" chiesi mettendomi accanto a Paolo.

"Prese uno dei tre neonati — me — e mi consegnò al comandante della marina albanese che controllava la costa di Valona," spiegò Stefano indicando la baia sottostante. "Ero il suo 'ostaggio d'onore'. Finché io rimasi vivo qui a Valona, il clan albanese garantì protezione alle navi di Caruso nelle acque territoriali. In cambio, Caruso pagò la mia crescita e il mio addestramento nelle milizie private."

Sbarrai gli occhi per l'orrore. Elena non aveva solo perso due figli quell'orribile notte; i suoi bambini erano stati usati come merce di scambio, pedine di una scacchiera criminale diabolica che si estendeva su entrambe le sponde del mare Adriatico.

"Marco è morto tre giorni fa," disse Paolo sottovoce. "Si è sacrificato per salvare me e nostro padre a Bari."

Stefano si voltò di scatto, lo sguardo fulmineo. "Marco... il gemello che Caruso si è tenuto a Bari?"

"Sì," risposi io. "È cresciuto nell'odio, credendo che io l'avessi venduto. Ma prima di morire ha scoperto la verità. Ci ha salvati dall'esplosione della cantina."

Stefano rimase in silenzio per un lungo momento, fissando le sue mani grandi e segnate da vecchie cicatrici. Poi, si avvicinò a un vecchio tavolo di legno al centro della stanza e sollevò un lenzuolo bianco, rivelando un enorme proiettore di diapositive d'epoca, ancora collegato a una presa di corrente provvisoria.

"Caruso è morto tre mesi fa," disse Stefano riaccendendo l'apparecchio, che cominciò a emettere un ronzio sommesso proiettando un cono di luce gialla sulla parete di roccia. "Ma prima di morire ha inviato qui a Valona la sua ultima eredità. Non denaro. Non documenti."

Sulla parete comparve un'immagine sbiadita, un filmato in bianco e nero senza audio, datato 14 novembre 1996.

Sullo schermo proiettato c'era una stanza di metallo — l'infermeria della nave Nereide. Mia moglie Elena giaceva sul lettino, stremata dal parto ma sorridente, con tre piccoli fagotti avvolti in coperte bianche tra le sue braccia. Accanto a lei, in piedi, c'ero io, svenuto su una sedia con una bionda in testa, mentre Vincenzo Caruso e due uomini armati staccavano due dei tre neonati dal petto di Elena.

Il filmato mostrava Elena che lottava disperatamente con le ultime forze rimaste per trattenere i suoi bambini, prima che un medico le praticasse un'iniezione di sedativo, facendola crollare in un sonno profondo.

"Mamma..." gridò Paolo, portandosi le mani alla bocca mentre le lacrime gli bonavano il viso.

Io mi accasciai su una sedia, incapace di reggere il peso di quella visione. Mia moglie aveva combattuto. Non era stata una vittima passiva; aveva lottato contro quei mostri per proteggere i suoi figli finché la chimica non l'aveva sopraffatta.

"Questo filmato è la prova che l'intero sistema di protezione di Caruso era ricattatorio," disse Stefano spegnendo il proiettore. "I generali albanesi che mi hanno tenuto qui per trent'anni sapevano di questo video. Se questa videocassetta esce da questa casa, tre degli attuali parlamentari del governo di Tirana andranno in prigione per favoreggiamento del traffico di rifiuti tossici."

"È per questo che sei rimasto qui?" chiesi alzando lo sguardo verso di lui. "Per proteggere questa prova?"

"Sono rimasto qui perché aspetti il giorno in cui qualcuno sarebbe venuto a reclamarmi," rispose Stefano con la voce che per la prima volta si spezzò dall'emozione. "Ho passato trent'anni a guardare quel mare verso Bari, chiedendomi se mio padre fosse vivo... o se fossi solo un fantasma dimenticato."

Mi alzai dalla sedia, feci i pochi passi che ci separavano e abbracciai Stefano con tutte le forze che mi rimanevano in corpo. L'uomo si irrigidì per un istante, sorpreso da quel gesto, ma poi lasciò cadere le sue difese, ricambiando l'abbraccio e poggiando la testa sulla mia spalla.

Paolo si unì a noi, e per la prima volta dopo trent'anni, i tre superstiti della notte della Nereide si ritrovarono uniti sotto lo stesso tetto.

Ma quel momento di ritrovata pace durò poco.

Dalla strada sterrata sotto la scogliera giunse il rumore di diversi motori a gironi pesanti. Tre fuoristrada neri irruppero nel cortile della villa, bloccando l'unica via d'uscita.

Stefano si staccò da noi di scatto, afferrando il fucile da caccia e sbirciando dalla finestra scrostata.

"I mercenari della Laguna," disse con rabbia, ricaricando le canne dell'arma. "Hanno visto che il traghetto di Bari è arrivato stamattina. Sono venuti a distruggere la pellicola prima che lasciamo l'Albania."