La rivelazione mi colpì come una mazzata in pieno petto. L'uomo che stava guidando il furgone non era Paolo. Era Marco. Il gemello cresciuto nel crimine, il manipolatore che aveva orchestrato quella fuga teatrale per farsi consegnare da me ciò che non era riuscito a prendere con la forza al porto vecchio: la chiave della cassaforte e i documenti originali della borsa di pelle.
"Dove... dov'è mio figlio?" ruggii, dimenticando l'età e la paura, avventandomi con le mani protese verso il suo collo mentre il furgone sbandava pericolosamente sulla strada sterrata.
Marco mi colpì con un gomitata violenta allo stomaco, facendomi crollare all'indietro sul pianale di lamiera. Il fiato mi uscì dai polmoni in un sibilo doloroso. Prima che potessi rialzarmi, l'auto frenò di colpo, scagliandomi contro la paratia divisoria dell'abitacolo.
La portiera laterale si spalancò dall'esterno. Due uomini armati, gli stessi che mi avevano braccato al bar, salirono a bordo e mi immobilizzarono le braccia dietro la schiena con fascette di plastica dura.
"Sei stato un bell'ostacolo, vecchio mio," disse Marco scendendo dal posto di guida e guardandomi dall'alto in basso con disprezzo. "Tuo figlio Paolo è stato molto più ingenuo di te. Ha creduto davvero di potermi fermare venendo a Bari. Pensava di fare l'eroe."
"Cosa gli hai fatto, mostro?" urlai, dimenandomi inutilmente contro la presa di gomma d'acciaio dei suoi scagnozzi.
"È vivo, se ti consola," rispose Marco riordinandosi il colletto della giacca. "Chiuso in un vecchio deposito di stoccaggio navale al molo di levante. Ma non per molto. Non appena avrò recuperato l'ultimo fascicolo e aperto la cassaforte nella cantina di casa tua, quel deposito prenderà fuoco per un sfortunato cortocircuito."
Tirò fuori dalla mia borsa la chiavetta USB e il fascicolo relativo alle cartelle cliniche dell'Ospedale Universitario, poi si voltò verso i suoi uomini. "Portatelo al casolare della masseria. Legatelo bene. Se si muove o tenta di gridare, spegetegli le gambe."
Fui trascinato fuori dal furgone e spinto verso un vecchio casolare abbandonato, circondato da erbacce e resti di macchinari agricoli arrugginiti. Mi gettarono su una sedia di legno sgangherata al centro di una stanza buia, con l'aria satura di muffa e polvere, e mi legarono saldamente i polsi e le caviglie alle gambe del mobile.
I due uomini uscirono, chiudendo la pesante porta di quercia con due mandate di chiave e lasciandomi nell'oscurità quasi totale, illuminata soltanto da un sottile raggio di luce che filtrava da una crepa del soffitto.
Il silenzio del casolare era oppressivo. Il dolore alle braccia e al petto era lancinante, ma non era nulla in confronto al senso di colpa che mi straziava l'anima. Ero stato uno sciocco. Mi ero lasciato ingannare dalla somiglianza fisica, dalla mia disperata sete di riabbracciare mio figlio dopo sette anni di assenza. Avevo consegnato le prove della verità al nemico, lasciando il vero Paolo in trappola in un deposito pronto ad andare alle fiamme.
"Pensa, Michele... pensa!" dissi a me stesso a voce alta, provando a far ripartire il cervello paralizzato dal terrore.
Sotto i miei piedi avvertii la consistenza del pavimento. Non era terra battuta, né cemento liscio. Erano vecchie travi di legno tarlato, coperte da uno strato di paglia secca. Muovendo la sedia con scatti ritmici, riuscii a spostare il mio peso di qualche centimetro verso sinistra, fino a quando uno dei piedi della sedia non scivolò tra due assi sconnesse.
Con tutte le forze rimaste nel mio corpo di sessantaseienne, mi sbilanciai di lato. La sedia cadde con uno schianto sordo, frantumandosi parzialmente contro il pavimento rigido. Il bracciolo di destra si spezzò, liberando il mio polso destro.
Senza perdere un solo secondo, mi liberai dalle fascette tagliandomi la pelle fino a farla sanguinare, slegai le caviglie e mi rimisi in piedi tremando. Guardai attraverso la crepa della porta: fuori non c'era nessuno. Marco aveva lasciato solo un uomo di guardia all'esterno della masseria, che si stava fumando una sigaretta seduto sul cofano di un'auto, a circa venti metri di distanza.
Cercai un'uscita alternativa. Sul retro della stanza c'era una piccola finestra per il foraggio, priva di vetri ma sbarrata da due tondini di ferro arrugginito. Afferrai un pesante pezzo di legno derivato dalla sedia distrutta e, usandolo come leva con tutte le mie forze, riuscii a piegare le barre quanto bastava per far passare il mio corpo esile.
Scivolai fuori nell'erba alta, strisciando lungo la muretta a secco finché non fui fuori dalla vista del guardiano. Una volta raggiunto il sentiero principale, cominciai a correre verso la statale. Non sentivo più la fatica, non sentivo il dolore. C'era un solo pensiero che mi bruciava nella mente: salvare Paolo.
Raggiunsi la strada asfaltata dopo venti minuti di corsa disperata. Un vecchio camionista alla guida di un autocarro merci si impietosì vedendomi scalzo, insanguinato e sull'orlo del collasso, e mi diede un passaggio fino alle porte di Bari.
Erano le quattro del pomeriggio quando il camion mi lasciò nei pressi della zona portuale. Il cielo si era di nuovo oscurato, carico di nuvole nere che promettevano una nuova tempesta sul mare Adriatico.
Mi diressi verso il molo di levante, orientandomi tra i capannoni industriali e i container abbandonati. Paolo mi aveva parlato di un deposito di stoccaggio navale. Ricordavo la zona: era l'area dove sette anni fa la ditta di mio figlio aveva i suoi magazzini prima del fallimento.
Mentre mi avvicinavo al capannone numero quattro, notai una fitta colonna di fumo nero che cominciava a levarsi dal tetto di lamiera ondulata.
L'incendio era già cominciato.
Corsi verso il portone principale, ma era sbarrato dall'esterno con una pesante catena d'acciaio chiusa da un lucchetto. Dall'interno si udivano colpi disperati e la voce soffocata di Paolo che gridava aiuto tra i colpi di tosse.
"Paolo! Sono io! Sono il papà!" urlai battere i pugni contro il metallo rovente del portone.
"Papà? Fai attenzione... c'è benzina dappertutto! La struttura sta per crollare!" rispose la voce di mio figlio, spezzata dal fumo denso.
Cercai disperatamente intorno a me un attrezzo, qualcosa per spezzare la catena. Trovai una pesante asta di ferro tra le macerie di un cantiere adiacente. Inserii l'asta tra i maglia della catena e feci leva con tutto il peso del mio corpo, spingendo fino a sentire i muscoli delle braccia strapparsi per lo sforzo.
Con un suono metallico secco, il lucchetto cedette. Spalancai il portone.
Una marea di fumo nero e fiamme arancioni mi investì in pieno. All'interno, legato a un pilastro di ferro al centro del magazzino, c'era Paolo, con i vestiti già parzialmente bruciacchiati e il volto coperto di fuliggine.
Mi lanciai tra le fiamme, usando l'asta di ferro per spezzare le corde che lo tenevano prigioniero. Ma non appena il suo corpo liberato cadde tra le mie braccia, tra trave portante del soffitto cedar sotto l'azione del fuoco, crollando con uno boato assordante proprio davanti all'unica via d'uscita del capannone.
Eravamo trappolati all'interno dell'inferno.






