IL SEGRETO DI BARI
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IL SEGRETO DI BARI

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Il suono dei motori si spense nel cortile, sostituito dal rumore metallico delle armi automatiche che venivano caricate. Dalla finestra scrostata della villa si potevano scorgere almeno otto uomini in abiti tattici scuri che si posizionavano dietro le rovine delle vecchie stalle della proprietà.

"Stefano! Consegna la cassetta e i due italiani e nessuno si farà male!" gridò una voce amplificata da un megafono, con un tono duro e privo di incertezze. "La commessa per Tirana deve essere chiusa oggi!"

Stefano sputò per terra con disprezzo. "È il Colonnello Zeka. L'uomo che ha incassato i soldi di Caruso per trent'anni per tenermi prigioniero in questo buco."

"Non possiamo affrontarli a mani nude," disse Paolo guardando intorno nel salone spoglio. "Noi abbiamo solo il tuo fucile da caccia e la mia spalla lussata."

"Questa villa non è una semplice casa," disse Stefano con un sorriso amaro che ricordava spaventosamente quello di Marco nei momenti di tensione. "I contrabbandieri della Nereide la usarono come deposito per le armi negli anni Novanta. Sotto questo pavimento c'è un passaggio che dà direttamente sulle caverne della scogliera."

Stefano si avvicinò al grande camino spento e tirò una pesante leva di ferro murata tra i mattoni della cappa. Il fondo del camino ruotò su se stesso, rivelando una ripida scalinata in pietra scura che scendeva verso le viscere della terra.

"Andate giù! Portate la pellicola del video con voi!" ci ordinò Stefano consegnando a Paolo la preziosa bobina del proiettore.

"Io non me ne vado senza di te!" ruggii afferrandolo per il braccio. "Ho già perso Marco tre giorni fa! Non lascerò un altro figlio su questo mare!"

Stefano mi guardò con un'intensità che mi trapassò l'anima. "Papà... io sono un soldato. So come muovermi tra queste rovine. Voi dovete portare quel video alla Procura di Bari e alla polizia internazionale. È l'unico modo per distruggere la rete dei Caruso una volta per tutte."

Prima che potessi protestare ancora, una raffica di mitra infranse i vetri della finestra principale, facendo volare schegge di vetro e calcinacci dappertutto. Stefano ci spinse con forza dentro l'apertura del camino e azionò la leva dall'esterno. La parete di pietra si richiusi con uno schianto sordo, separandoci di nuovo.

"Stefano!" urlò Paolo battendo i pugni contro la roccia, ma la parete era spessa e inamovibile.

"Andiamo, Paolo! Dobbiamo fare ciò che ha detto!" dissi inghiottendo le lacrime, trascinando mio figlio lungo la scalinata buia e scivolosa.

Scesimo per oltre cinquanta metri nell'oscurità totale, guidati soltanto dalla torcia del cellulare di Paolo. L'aria farsi sempre più fredda e satura del profumo intenso del mare Adriatico. Il rimbomito dei colpi d'arma da fuoco e delle esplosioni provenienti dal piano superiore giungeva fino a noi soffocato e cupo, a testimonianza della battaglia disperata che Stefano stava combattendo per guadagnare tempo.

In fondo alla scalinata sbucammo in una gigantesca caverna naturale spalancata sul mare aperto. Le onde si frangevano contro le rocce nere con boati fragorosi, sollevando spruzzi d'acqua salata che ci bagnarono i volti. Nascosta nell'angolo più protetto dell'insenatura c'era una vecchia imbarcazione d'assalto a motore in vetroresina, coperta da un telo mimetico.

"Era il suo piano d'emergenza..." mormorò Paolo avvicinandosi al gommone rigido. "Ha preparato questa fuga per anni."

Controllammo il serbatoio del motore fuoribordo: era pieno di carburante. Tra i sedili c'erano due giubbotti di salvataggio e una valigetta stagna per proteggere i documenti e la pellicola cinematografica.

Mentre Paolo avviava il motore che rispose con un rombo potente e regolare, una figura crollò dalla parete della scogliera sovrastante, cadendo rovinosamente sulle rocce dell'insenatura a pochi metri da noi.

Corsi verso di lui. Era Stefano.

Aveva la divisa lacerata, ferite da schegge sul volto e un proiettile incastrato nella spalla sinistra, ma stringeva ancora tra le dita due granate difensive prive di spoletta che aveva sottratto ai mercenari.

"Vi avevo detto... che so come muovermi," rantolò Stefano tentando di sorridere mentre lo sollevavamo di peso per farlo salire a bordo dell'imbarcazione.

Dall'alto della scogliera apparvero tre uomini del Colonnello Zeka, pronti a puntare i loro fucili d'assalto verso la caverna. Stefano, pur stremato dal dolore, lanciò le due granate verso le sporgenze di roccia sopra l'ingresso della caverna.

Un'esplosione devastante fece crollare tonnellate di roccia e tufo, sigillando per sempre l'accesso alla caverna e bloccando i mercenari sulla cima della scogliera.

Paolo inserì la marcia e diede tutto gas. L'imbarcazione schizzò fuori dalla baia della Laguna di Narta, fendendo le onde alte dell'Adriatico in direzione ovest, verso le coste dell'Italia.

La traversata di ritorno fu una corsa contro la morte e il dissanguamento. Tamponai la ferita di Stefano con i giubbotti di salvataggio, tenendolo stretto a me per tutto il viaggio mentre il vento e gli spruzzi salati ci congelavano la pelle.

"Resisti, Stefano... ti prego, resisti," gli ripetevo continuamente all'orecchio. "Tua madre ti sta aspettando a casa. Elena è con noi."

Stefano tenne gli occhi aperti fissando la linea dell'orizzonte dove il sole stava cominciando a calare, tingendo il mare di un rosso fuoco spettacolare.

Dopo quattro ore di navigazione disperata nel canale di Otranto, scorgemmo le luci del lungomare di Bari che brillarono nella notte imminente. L'imbarcazione puntò direttamente verso il porto vecchio, la terraferma che per trent'anni era stata un sogno inraggiungibile per il terzo figlio della Nereide.

Attraccammo al molo di levante alle otto di sera. Paolo saltò sulla banchina gridando aiuto ai pescatori che stavano sistemando le reti. In pochi minuti, un'ambulanza e due pattuglie dei Carabinieri arrivarono a sirene spiegate.

I medici stabilizzarono Stefano sulla banchina prima di trasportarlo d'urgenza all'Ospedale Universitario di Bari — lo stesso ospedale da cui tutta quella storia era iniziata trent'anni fa.

Io e Paolo restammo nella sala d'attesa del reparto di chirurgia per oltre sei ore. Il tempo sembrava essersi fermato di nuovo, sospeso tra la vita e la morte.

Alle tre del mattino, il primario uscì dalla sala operatoria, togliendosi la mascherina con un lungo sospiro.

"Signor Michele?" disse il medico avvicinandosi a noi.

Mi alzai di scatto dalla sedia, stringendo la mano di Paolo. "Dottore... come sta mio figlio?"

Il medico ci guardò con un sorriso stanco ma profondo. "Il proiettile è stato estratto senza lesionare arterie principali. È forte come un leone. Il ragazzo ce la farà."

Crollai sulla sedia piangendo di un dirotta liberatoria. Le lacrime che avevo trattenuto per sette anni di solitudine, per la morte di Marco, per l'orrore della Nereide, scesero finalmente calde e purificatrici sul mio volto.

Due settimane dopo, la pellicola cinematografica e i documenti consegnati alla Magistratura portarono all'arresto di dodici esponenti del clan Caruso e alla caduta dei politici corrotti coinvolti nel traffico di rifiuti. La storia dei tre fratelli di Bari divenne il simbolo di una città che si riprendeva la propria dignità contro il buio del crimine organizzato.

Un mese dopo, in una limpida mattina di dicembre, andammo tutti e tre al Cimitero Monumentale.

Stefano, con il braccio ancora fasciato ma in piedi sulle sue gambe, si inginocchiò davanti alla tomba di Elena. Posò sulla lapide di marmo bianco una piccola conchiglia raccolta sulla spiaggia di Valona.

"Ciao, mamma," disse con voce limpida. "Sono Stefano. Sono tornato a casa."

Accanto a lui, la tomba di Marco portava ora una nuova iscrizione, incisa nel marmo accanto al nome di mia moglie: "Marco Altieri — Fratello, Figlio, Protettore".

Io mi fermai a pochi passi da loro, guardando i miei due figli vivi — Paolo e Stefano — che si stringevano le spalle a vicenda davanti al ricordo del fratello che ci aveva salvati.

La nebbia di ottobre era sparita. Il profumo del mare di Bari ci avvolgeva di nuovo, ma non era più l'odore amaro della solitudine; era il profumo di un nuovo inizio, costruito sulla verità e sul coraggio di non arrendersi mai.