IL SEGRETO DI BARI
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IL SEGRETO DI BARI

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Non ebbi il tempo di pensare. L'istinto di sopravvivenza, sepolto sotto anni di routine e solitudine, prese il sopravvento. Afferrai la borsa di pelle dal bordo bagnato del molo, mi lanciai a pancia in giù attraverso l'apertura del furgone e caddi sul pianale di lamiera sporco di grasso ed olio.

Paolo — il vero Paolo, con il braccio fasciato alla meglio con una benda insanguinata — premette a fondo l'acceleratore prima ancora che potessi riprendere fiato. Il furgone sgommò violentemente, lasciando dietro di sé una scia di fumo nero e il suono secco di due colpi di pistola che infransero il lunotto posteriore, riducendolo in una ragnatela di vetro frantumato.

"Stai bene, papà?" gridò Paolo senza staccare gli occhi dallo specchietto retrovisore, mentre manovrava con perizia disperata tra le viuzze strette del quartiere San Nicola.

"Io... io sto bene!" annaspai, cercai di mettermi a sedere sul pavimento d'acciaio del veicolo. "Paolo, per l'amore di Dio, dimmi cosa sta succedendo! L'ho visto... l'ho visto in faccia! È idenico a te! Chi è quell'uomo? Chi è Marco Caruso?"

Paolo serrò la mascella con una rabbia antica. I suoi occhi, specchio di una stanchezza infinita, fissavano la strada che ci portava fuori città, verso la statale costiera in direzione sud.

"Marco è il mio incubo, papà. Ed è il figlio che ti è stato rubato la notte in cui sono nato io," disse con voce cupa, rotta dal dolore. "Sette anni fa non sono fuggito perché la mia ditta era fallita. Sono fuggito perché ho scoperto che la ditta era stata creata appositamente da Vincenzo Caruso per riciclare il denaro sporco del clan. E quando mi sono rifiutato di firmare i documenti per il traffico d'armi con i Balcani, Marco è spuntato dall'ombra."

"Ma come è possibile?" urlai sopra il rombo del motore. "Tua madre... Elena non mi ha mai detto nulla! Abbiamo vissuto trent'anni credendo che tu fossi il nostro unico figlio!"

Paolo svoltò bruscamente verso una strada secondaria non asfaltata, circondata da ulivi secolari e vecchie murette a secco che caratterizzano la campagna pugliese. Si fermò sotto la chioma di un gigantesco carrubo, spense il motore e si voltò verso di me. La nebbia mattutina ci avvolgeva come un sudario proteggendoci, almeno temporaneamente, dalle auto che sfrecciavano sulla statale.

"Mamma non sapeva nulla, papà. O meglio, sapeva soltanto quello che Caruso le aveva fatto credere," spiegò Paolo, prendendo la borsa nera e facendola scattare per aprirla. Tirò fuori uno dei fascicoli gialli dell'Ospedale Universitario. "La notte del nostro parto, tu eri fuori città per lavoro. Caruso corruppe il primario del reparto. Mia madre ebbe due gemelli, ma Caruso perse il suo unico figlio maschio quella stessa notte a causa di una malformazione congenita. Voleva un erede a tutti i costi per mantenere il controllo sulle rotte del porto."

"Ha... ha comprato tuo fratello?" chiesi, con le lacrime che iniziavano a bruciarmi gli occhi per l'orrore di quella rivelazione.

"Non lo ha comprato, papà. Lo ha rubato," disse Paolo sottovoce. "Ha dichiarato che uno dei due neonati era nato morto. Ti hanno mostrato un certificato di decesso falso e un piccolo fagotto sigillato che hai sotterrato senza mai poterlo vedere in faccia. Mentre io crescevo con te ed Elena nella semplicità di Madonnella, Marco veniva cresciuto da Caruso come un mostro, addestrato alla spietatezza, alla violenza e al crimine finanziario."

Rimasi in silenzio, incapace di articolare una sola parola. Il ricordo di quel piccolo funerale di trent'anni fa, la pioggia, il dolore indescrivibile di mia moglie Elena che non si era mai ripresa del tutto da quella perdita... era stata tutta una messa in scena macabra. Una truffa disumana orchestrata da un criminale con la complicità di medici corrotti.

"Perché Marco vuole la nostra casa adesso?" chiesi dopo un lungo momento, provando a ricomporre i pezzi di quell'intricato puzzle di sangue e bugie. "Perché presentarsi alla mia porta dopo tutto questo tempo?"

"Perché Caruso è morto tre mesi fa," rispose Paolo, tirando fuori una chiavetta USB nascosta nella fodera interna della borsa. "E prima di morire, roso dal cancro e dal rimorso, ha modificato il suo testamento. Tutta la sua fortuna residua, i conti a Zurigo e soprattutto le prove decisive sui depostagges di rifiuti tossici nel mare Adriatico sono stati vincolati a un unico immobile: la nostra casa a Madonnella."

Sbarrai gli occhi. "La casa? Ma l'appartamento è intestato a me e a te!"

"Esatto. Ma sotto le mattonelle della cantina della nostra palazzina — la cantina che tuo padre ti ha lasciato in eredità cinquanta anni fa — c'è la cassaforte privata di Vincenzo Caruso. L'ha costruita negli anni Ottanta, quando la palazzina era ancora di sua proprietà parziale. Se Marco non ottiene il titolo di proprietà o non distrugge quei documenti entro quarantotto ore, l'intera struttura del suo impero finanziario crollerà e la procura antimafia sequestrerà ogni singolo centesimo."

Il quadro era drammaticamente chiaro. Marco non voleva solo la casa; voleva cancellare ogni traccia del suo passato, distruggere i documenti che lo incriminavano e sbarazzarsi di noi due per incassare l'eredità senza lasciare testimoni.

"E adesso dove andiamo?" chiesi, guardando mio figlio con una mescolanza di terrore e ritrovato orgoglio. Non era più il ragazzo fuggito sette anni fa; era un uomo che aveva combattuto nell'ombra per proteggere la verità.

"Dobbiamo andare a Monopoli," disse Paolo rimettendo in moto il furgone. "C'è un uomo, un vecchio medico in pensione che lavorava nell'ospedale nel 1996. È l'ultimo testimone rimasto vivo che può firmare la deposizione ufficiale per la Procura. Se otteniamo la sua firma, la polizia fermerà Marco prima che possa mettere piede nella nostra cantina."

Il furgone ripartì, inoltrandosi tra i sentieri sterrati per evitare i posti di blocco della polizia e gli uomini di Marco. Ma mentre viaggiavamo verso sud, la mia attenzione fu attirata da un piccolo dettaglio. Sotto la manica della camicia di Paolo, il taglio che aveva al braccio continuava a sanguinare, impregnando la benda d'un rosso vivo.

"Paolo, dobbiamo fermarci per medicarti quella ferita," dissi preoccupato, allungando la mano verso di lui. "Rischi un'infezione grave."

"Non c'è tempo, papà," rispose lui scuotendo la testa con ostinazione. "Dobbiamo arrivare a Monopoli prima del tramonto."

Fu in quel momento che notai qualcosa che mi fece gelare il sangue per la seconda volta in quella giornata. Sul cruscotto del furgone, accanto alla leva del cambio, c'era un piccolo mazzo di chiavi. Tra di esse, c'era un portachiavi d'argento a forma di ancora, con incise le iniziali M.C.

Marco Caruso.

Mi raggelai sul sedile. Guardai l'uomo alla guida. Il taglio sul braccio destro... la stessa posizione, la stessa ferita dell'uomo che mi aveva aggredito al porto.

L'uomo al mio fianco voltò lentamente la testa verso di me. Un sorriso gelido, privo di qualsiasi calore filiale, si dipinse sulle sue labbra mentre la sua mano destra scivolava lentamente verso la tasca della giacca.

"Te ne sei accorto troppo tardi, vecchio," mormorò con voce sibilante.