IL SEGRETO DI BARI
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IL SEGRETO DI BARI

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Nei tre giorni successivi alla notte di Madonnella, la città di Bari fu travolta da un terremoto giudiziario e mediatico senza precedenti. I giornali locali e nazionali aprivano le prime pagine con titoli a lettere cubitali: "IL TESORO DEL CLAN CARUSO RITROVATO IN UNA CANTINA", "LO SCAMBIO DEI NEONATI: RIVELATO IL SEGRETO DI TRENT'ANNI FA".

Io e Paolo trascorremmo più di quarantotto ore nella sede del Comando Provinciale dei Carabinieri, sotto la supervisione del Sostituto Procuratore della Repubblica, la Dottoressa Elena Santoro. Una donna rigorosa, dallo sguardo acuto ma umano, che ascoltò per ore il nostro racconto senza mai interromperci, mentre i periti scientifici analizzavano i documenti trovati nella cassaforte di Vincenzo Caruso.

"Signor Michele," disse la Dottoressa Santoro la sera del terzo giorno, facendomi accomodare nel suo studio privato che dava sul corso principale della città. "I documenti che suo figlio e lei avete consegnato sono agghiaccianti, ma incredibilmente chiari. I verbali medici falsificati nel 1996, le confessioni di Caruso, i trasferimenti bancari illegali... tutto trova riscontro con le nostre indagini."

"E Marco?" chiesi con la voce spenta, la mente ancora fissa a quel pavimento freddo della cantina.

La Dottoressa Santoro sospirò, incrociando le mani sulla scrivania. "L'autopsia ha confermato che il proiettile che lo ha colpito è stato sparato dalla pistola del sicario. Marco vi ha salvato la vita. La Procura ha già disposto l'archiviazione di qualsiasi reato a suo carico a titolo postumo. Verrà sepolto con il suo vero nome di battesimo: Marco..."

Fece una pausa, guardandomi negli occhi. "...Marco Altieri."

Il nome di mia moglie. Il nome della famiglia che avrebbe dovuto crescerlo fin dal primo giorno della sua vita.

Paolo entra nello studio in quel momento, con un braccio al collo a causa della spalla lussata durante la colluttazione, ma con un volto visibilmente più disteso. I debiti della sua vecchia ditta di logistica navale erano stati congelati dalla Magistratura: le perizie avevano dimostrato che il fallimento di sette anni fa era stato orchestrato artificialmente dalle società fantasma di Marco e Caruso per costringerlo alla fuga e impossessarsi dei terreni del porto.

"Sei libero, Paolo," disse la Dottoressa Santoro sorridendogli debolmente. "La tua posizione è stata del tutto chiarita. Sei stato una vittima di questa macchinazione tanto quanto tuo padre."

Uscimmo dalla caserma alle otto di sera. La pioggia si era finalmente fermata, lasciando il posto a una sera di novembre limpida e fredda, con le stelle che brillavano sopra il profilo scuro del Castello Svevo.

Camminammo in silenzio fino al vecchio porto. C'era qualcosa di catartico nel ritornare nel luogo da cui tutta quella storia era cominciata trent'anni fa con quella fotografia sbiadita. I pescherecci stavano rientrando al molo, le luci rosse e verdi delle imbarcazioni che si riflettevano sull'acqua scura e tranquilla.

"Cosa facciamo adesso, papà?" chiese Paolo fermandosi lungo la balaustra di pietra del lungomare.

"Adesso torniamo a casa, Paolo," risposi tirando fuori dalle tasche le mani stanche. "Dobbiamo sistemare l'appartamento. Dobbiamo ripulire la cantina... e dobbiamo fare una cosa importante."

"Cosa?"

"Dobbiamo dare a tuo fratello la sepoltura che merita. Accanto a tua madre Elena."

Il giorno del funerale di Marco fu una giornata di sole pallido. C'eravamo soltanto io, Paolo, il vecchio Dottor Alberti che era voluto venire da Monopoli nonostante la salute precaria, e la Dottoressa Santoro in veste ufficiosa.

Mentre la bara di legno chiaro veniva calata nella terra della cappella di famiglia al Cimitero Monumentale di Bari, posai sulla tomba una copia incorniciata della fotografia scattata trent'anni prima al porto vecchio. Ma stavolta, sul retro, non c'erano più parole di odio o lettere di minaccia. C'era un'unica frase che avevo scritto quella mattina stessa: "A Marco, il figlio ritrovato nel buio, che ha scelto la luce prima di andarsene."

Quando la cerimonia terminò e ci avviammo verso l'uscita del cimitero, un uomo anziano in abito scuro, con un cappello rigido premuto sulla fronte, si avvicinò a noi rimanendo a distanza di sicurezza sotto l'ombra di un cipresso.

Tenena in mano una busta di carta di riso marrone, sigillata con uno spago di canapa scura.

"Signor Michele?" disse l'uomo con una voce rauca, da fumatore incallito.

"Sì? Chi è lei?" chiesi insospettito, mentre Paolo si metteva d'istinto davanti a me.

L'anziano non si avvicinò oltre. Posò la busta su una panchina di marmo adiacente e fece tre passi indietro, alzando le mani in segno di pace.

"Sono il notaio personale di Vincenzo Caruso," disse l'uomo prima di voltarsi. "Questa busta non faceva parte dei documenti della cassaforte. Caruso mi diede ordine di consegnarvela soltanto dopo la morte di Marco. Ci sono le chiavi di una proprietà a Valona, in Albania... e una mappa."

"Una mappa di cosa?" urlò Paolo facendosi avanti.

Il vecchio notaio si fermò un istante prima di sparire dietro il viale dei cipressi, voltando solo metà del viso verso di noi.

"Della vera nave che trasportava il carico nel 1996," rispose con tono gelido. "La nave dove tua madre Elena ha partorito davvero. Non siete mai stati due gemelli, Paolo. Eravate tre."