Le parole rimbalzarono nel corridoio buio come un'eco letale. La cornetta del telefono mi pesava nella mano come un blocco di piombo congelato. La voce era quella di Paolo — lo stesso timbro limpido, le stesse inflessioni sottili —, ma era priva di qualsiasi calore umano. Non c'era la disperazione tremante dell'uomo che poche ore prima si era presentato alla mia porta inzuppato di pioggia e coperto di sangue.
"Chi sei?" bisbigliai, la gola ridotta a una fessura secca. "Paolo è appena andato via..."
"Non sono Paolo, papà," rispose la voce dall'altra parte del filo, indulgendo in una risata bassa, priva di allegria. "Ma sono comunque tuo figlio. Apri questa maledetta porta prima che abbatta la serratura."
Il ricevitore scivolò dalle mie dita e cadde pendendo dal cavo a spirale, oscillando a pochi centimetri dal pavimento. Il rumore dei passi sulle scale d'ingresso del pianerottolo farsi sempre più vicino. Non erano i passi leggeri ed esitanti di mio figlio; era un incedere lento, pesante, misurato con una sicurezza terrificante.
Guardai il tavolo della cucina, dove giacevano la borsa di pelle nera, i documenti clinici e quella maledetta fotografia sbiadita dal tempo. L'uomo imponente con la cicatrice sulla mascella, io giovane al vecchio porto di Bari, e due neonati identici tra le nostre braccia. Trent'anni di ricordi stravolti in un solo istante. Elena, mia moglie, mi aveva sempre detto che la nostra gravidanza era stata difficile, che l'altro ospedale era stato una scelta obbligata per via di complicazioni improvvise. Aveva mentito anche lei? O eravamo stati entrambi vittime di una truffa orchestrata nell'ombra?
Il campanello suonò. Un unico squillo prolungato, metallico, che parve far tremare i quadri lungo il corridoio.
"So che sei lì dentro, Michele," disse una voce attraverso il legno della porta, stavolta senza l'intermediazione del telefono. "Ho il contratto di cessione dell'appartamento e l'atto originale della Clinica San Nicola. Se non apri, chiamo la polizia per violazione di proprietà. Questa casa non è più tua da ieri notte."
In preda a un panico primordiale, mi scagliai verso il tavolo, afferrai la borsa di pelle, le carte e la fotografia, infilando tutto a casaccio all'interno. La chiusi con uno scatto metallico e corsi verso la porta della veranda sul balcone posteriore, quella che dava sull'uscita di sicurezza del cortile interno, un vecchio passaggio di servizio dimenticato persino dai condomini.
Mentre scavalcavo la ringhiera della scala di ferro arrugginita, un boato sordo rimbombò nell'appartamento. La porta d'ingresso era stata sfondata con un colpo violentissimo. Sentii il rumore di passi pesanti fare irruzione nel corridoio, il frantumarsi di un vaso di ceramica che Elena amava tanto, e poi un'imprecazione rabbiosa.
"Cercatelo! Non può essere andato lontano con quella borsa!" gridò la voce uguale a quella di Paolo.
Scesi i gradini a rotta di collo, senza guardarmi indietro, mentre l'aria gelida di quel mattino di nebbia mi trafiggeva i polmoni. Raggiunsi il cortile inferiore, spalancai il cancello arrugginito che dava sul vicolo secondario del quartiere Madonnella e mi catapultai nella foschia grigia.
Le strade di Bari erano ancora semi-deserte. I negozianti stavano alzando le prime saracinesche e l'odore di caffè appena fatto si fondeva con il profumo amaro della salsedine portata dal vento dell'Adriatico. Camminai per quasi tre chilometri senza una meta precisa, tenendo la borsa nera stretta al petto sotto il capotto, sobbalzando a ogni rumore di motore o fischio di sirena.
I miei piedi mi portarono d'istinto verso il porto vecchio, il luogo ritratto in quella foto misteriosa. C'era un piccolo bar sotterraneo vicino al molo dove i vecchi pescatori si riunivano all'alba per giocare a carte e bere grappa a buon mercato. Un posto buio, dimenticato dal mondo modernizzato, perfetto per nascondersi.
Mi sedetti in un angolo isolato, sotto una lampada fioca che ronzava per la corrente instabile. Ordinarono un caffè forte con le mani che mi tremavano così tanto che dovetti usare entrambe le palme per sostenere la tazzina di porcellana. Poi, tirai fuori dalla borsa le cartelle cliniche dell'Ospedale Universitario di Bari.
I fogli erano ingialliti, datati 14 novembre 1996. Erano i verbali del reparto di ostetricia. Ma non c'era il nome di mia moglie Elena nei moduli principali. C'era un altro nome: Sofia Altieri. E accanto al suo nome, nella casella riservata alla paternità, campeggiava una firma inchiostrata con un tratto calcato e spigoloso: Vincenzo Caruso.
Vincenzo Caruso. Quel nome mi spalancò nella memoria un abisso di terrore che credevo sepolto sotto decenni di oblio. Caruso non era un semplice nome. Trent'anni fa, era il padrone incontrastato delle spedizioni marittime illegali al porto di Bari, un uomo legato a contrabbandieri e clan locali, famoso per la sua crudeltà e per una profonda cicatrice sulla mascella destra.
Guardai di nuovo la fotografia. L'uomo imponente al mio fianco era proprio lui. Ma perché io, un modesto ragioniere delle ferrovie, mi trovavo accanto a un criminale di quel calibro? E perché stavamo tenendo in braccio due bambini identici?
Mentre sfogliavo febbrilmente i contratti di vendita societari allegati alle cartelle cliniche, una carta piegata in quattro cadde sul tavolo. Era una perizia di stima per la ditta di logistica navale di Paolo, redatta poco prima del suo fallimento sette anni fa. Ma ciò che attirò la mia attenzione fu il documento graffato sul retro: una ricevuta di trasferimento bancario per una cifra astronomica — oltre tre milioni di euro — versata a un conto cifrato a Zurigo. La firma dell'esecutore della transazione non era di mio figlio Paolo. Era firmata Marco Caruso.
"Marco..." bisbigliai tra me e me. Il gemello perduto. Il figlio di Caruso, o forse il mio vero figlio rubato quella notte in ospedale?
Dall'ingresso del bar sotterraneo giunse il suono di una porta di legno che sbatteva contro il muro. Due uomini in giacca di pelle scura entrarono, guardandosi intorno con la freddezza di chi cerca una preda. Uno di loro tirò fuori dalla tasca un telefono cellulare, mostrando lo schermo al barista decrepito.
Riconobbi la mia stessa faccia sullo schermo dell'apparecchio.
Mi rannicchiai nel buio dell'angolo, scivolando lentamente sotto il tavolo verso la porta secondaria che portava alle stive di stoccaggio del pesce. Le ginocchia mi dolevano per la fatica e la paura mi serrava i polmoni come una morsa di ferro. Riuscii ad aprire la porta posteriore senza fare rumore e mi ritrovai nella nebbia gelida delle banchine del porto.
Ma non appena varcai la soglia, una mano robusta mi afferrò dal retro del cappotto, scaraventandomi violentemente contro la muraglia di pietra del molo.
La borsa sfuggì dalle mie dita, ruzzolando verso il bordo dell'acqua scura e minacciosa. Sopra di me si stagliava una figura imponente. Un uomo con gli stessi identici lineamenti di mio figlio Paolo, ma con uno sguardo privo di anima, ghiacciato dalla spietatezza. Sul suo volto non c'era traccia della sofferenza di mio figlio, ma soltanto una cieca brama di possesso.
"Vecchiaccio," ringhiò Marco, abbassandosi verso di me mentre tirava fuori dalla giacca una pistola dotata di silenziatore. "Hai reso le cose inutilemente complicate. Ridammi la borsa prima che ti trasformi in cibo per i pesci di questa fogna di mare."
Fece un passo avanti, alzando l'arma puntandola dritta tra i miei occhi. Chiusi gli occhi, aspettando il colpo letale. Ma prima che potesse premere il grilletto, un forte rumore di accelerata risuonò lungo la banchina. Un furgone nero privo di targa sbandò sulla pietra bagnata e travolse l'uomo di scorta alle spalle di Marco.
La portiera laterale del furgone si spalancò con un sordo stridore di metallo. Una voce disperata urla nell'oscurità: "Papà! Salta dentro, adesso!"






